SUMMARIUM
ADDITIONALE
PARS PRIMA
EXCERPTA EX PROCESSIBUS
Come abbiamo accennato
nella Disquisitio, il Summarium additionale si compone di due parti.
Nella prima parte riportiamo un certo numero di deposizioni tolte dai Processi ordinari
ed apostolici, omesse nel Summarium super virtutibus, ma utili ad illustrare
le questioni prese in esame; nella seconda parte saranno raccolti invece documenti
o fonti scritte intorno alle stesse questioni.
In questa prima parte diamo alcune deposizioni dei Processo Ordinario Romano, una
del Processo Ordinario di Treviso, copiose deposizioni del Processo Apostolico Romano,
una del Processo Apostolico di Venezia ed una finalmente del Processo Apostolico
di Treviso.
I
EXCERPTA EX PROCESSU ORDINARIO ROMANO
(1923-1931)
1
Testis V: Rmus Dñus
IOSEPH PESCINI, Canonicus Liberianus, iam Servi Dei Secretarius particularis, ann.
49.
Di Mons. Pescini sono state riprodotte largamente, nel Summarium super
virtutibus, le deposizioni fatte nel Processo Apostolico (Summ., pp. 125-150);
sono state omesse invece, come superflue, le deposizioni da lui fatte nel Processo
Ordinario. Ora, nel Processo Ordinario egli ci racconta un episodio che mette in
evidenza un lato, d'altronde noto, ma tanto prezioso, del Servo di Dio: la sua bontà
cioè anche verso le persone che gli avevano recato dei dispiaceri. Crediamo
utile riprodurre questa deposizione.
Ad interr. 17, vol. I, foll. 319-321. - Ricordo di un altro sacerdote, D.
Pietro Pazzini, alunno della parrocchia di S. Luca in Venezia. Questo sacerdote proveniva
dall'ordine dei Somaschi, che aveva abbandonati ancora chierico, per divergenza col
suo superiore, P. Giuseppe Palmieri, rettore allora del Collegio Emiliani in Venezia.
Il Patriarca Agostini, all'uscita dall'ordine di questo chierico, l'accolse nel suo
Seminario, e l'ordinò sacerdote. Alla venuta del Patriarca Sarto in Venezia,
il Pazzini chiese ed ottenne di recarsi a Roma per prendere la laurea in Diritto,
laurea che conseguì dopo due anni di studio in Roma.
Il Pazzini durante il tempo che fu a Roma continuò a godere di un beneficio
nella suddetta parrocchia, beneficio che l'obbligava alla cura d'anime e quindi alla
residenza. Il Servo di Dio, dopo che il Pazzini ebbe conseguita la laurea, lo invitò
a tornare in diocesi. Egli però cercava di temporeggiare, adducendo pretesti.
Siccome la cosa non si decideva, il Servo di Dio invitò il Pazzini a decidersi
o per il ritorno o per la rinunzia al beneficio. A questa intimazione egli rispose
arrogantemente e pretendeva insieme anche tutti gli incerti, soliti a darsi ai cooperatori
che prendono parte diretta alle funzioni della parrocchia, che nei due anni non aveva
percepito. E qualora il Servo di Dio avesse insistito per il suo ritorno a Venezia
o per la sua rinunzia al beneficio, egli avrebbe ricorso alla S. Congregazione del
Concilio. E a questo fine si mise subito all'opera procurandosi dei protettori, com'egli
scrisse a qualcuno di Venezia. In questo frattempo il Pazzini lavorò ai danni
del Patriarca per la Causa del sac. Tressich che era già venuto a Roma, come
è stato detto più sopra. E di questo ne era edotto il Servo di Dio.
Il Patriarca intanto scrisse al Pazzini che egli era ben contento che adisse i Tribunali
Ecclesiastici. E ciò il Servo di Dio disse a me e ad altri, soggiungendo che
così si sarebbe fatta maggior luce sull'una e sull'altra questione.
Il Pazzini stando a Roma lavorava per poter ottenere un posto nelle Congregazioni
romane, e a tale scopo fece il concorso a Propaganda per aver un posto da Minutante.
Egli era riuscito al concorso ed aveva ottenuto il posto, per il quale mancava ancora
la conferma del Papa. In questo tempo avvenne la morte di Leone XIII e l'elezione
del Patriarca Sarto a Pontefice. Questa elezione mise il Pazzini in uno stato di
grande orgasmo, perché temeva che le sue speranze fossero d'un tratto crollate.
Questo affermò a me una sera nei primi giorni del Pontificato di Pio X; in
un incontro che ebbi con lui. Egli mi supplicò se potevo far qualche cosa
per lui. Io lo quietai, dicendogli innanzi tutto che il Papa non era uomo da serbare
rancore, ed assicurandolo poi del mio appoggio presso il Papa. Infatti ne parlai
al Servo di Dio, il quale sorridendo rispose: «Ora ha paura, perché
non sono più Patriarca Sarto. Non sarò io che troncherò la sua
carriera, e lo allontanerò da Roma». Pochi giorni dopo Mons. Rolieri,
Segretario di Propaganda, presentò al Servo di Dio la proposta di nomina per
il Pazzini, ed aggiungendo che, siccome si conoscevano i precedenti dissensi tra
il Servo di Dio e il candidato, la S. Congregazione si rimetteva completamente alla
decisione del S. Padre. Senz'altro il Servo di Dio ordinò di fare la nomina.
Dopo qualche tempo il Pazzini fu ricevuto in udienza dal Servo di Dio che lo accolse
benevolmente, come egli stesso mi riferì.
Testis XXVI: Illmus Dñus
IOSEPH FORNARI, notarius Supremi Apostolicae Signaturae Tribunalis, ann. 58.
Una buona parte della deposizione del dottor Fornari è riprodotta nel Summarium,
pp. 402-414. Aggiungiamo una sua risposta all'interr. 38, con elementi importanti
sull'atteggiamento di Pio X intorno alla questione del giornalismo.
Ad interr. 38, fol. 1355. - Il Servo di Dio favorì anche molto la stampa,
ma sempre che fosse, dirò così, ortodossa. Non è però
a dire che questo suo favore giungesse fino a quella che con una frase comune si
dice più realista del re, nel caso nostro più papista del Papa. Ricordo
al proposito un fatto proprio a me intervenuto. Avendo io assistito ad un Congresso
della Gioventù Cattolica di Livorno, svoltosi in un momento in cui questi
giovani erano da certi giornali cattolici, del genere di quelli che ho detto sopra,
attaccati di poca ortodossia, con l'intervento del Cardinale Maffi, il quale tenne
ai giovani un elevatissimo ed affettuoso discorso, tornato a Roma dopo poco tempo
fui ricevuto in Udienza dal Servo di Dio. Egli mi domandò quale effetto avesse
prodotto nell'uditorio una certa frase del discorso dell'Eminentissimo, e cioè
che un bufalo che si caccia in mezzo alla via ferrata non impedisce la marcia di
un treno diretto. In questa frase si sarebbe voluto trovare, come poi egli soggiunse,
l'allusione al proprietario del giornale L'Unità Cattolica che si chiamava
Mons. Bufalini. Risposi non nascondendo la mia indignazione per una insinuazione
gratuita e indegna verso un Emo Porporato quale era il Maffi; del resto io potevo
testimoniare che nessuno dei presenti e neppure quelli che ne avrebbero avuto maggior
interesse, avevano lontanamente pensato a tale allusione; e tanto più che
io era stato lasciato a Livorno dopo il Congresso fino a che tutti non fossero ripartiti,
appunto per sorvegliare e dirimere qualunque incidente.
Il Servo di Dio, mostrandomi allora un fascio di carte, mi disse più o meno:
«Guardate quanta roba mi è arrivata in proposito dal Direttore di quel
giornale? Ma quelo xe un mato!» Al che io: «Padre Santo,
i matti si chiudono nel Manicomio, non si tengono alla direzione dei giornali».
Ed egli: «He! Voi sempre di corsa... ma non sempre correndo sulla via dritta
si arriva alla mèta. Tante volte bisogna fare certi giri...». A farla
breve, dopo pochi mesi seppi che il Direttore di quel giornale era cambiato.
Testis 46 (7 ex officio):
Emus Dñus PETRUS GASPARRI, Card. S. R. E. ac a Secretis Status, ann. 76.
Nella deposizione del Card. Gasparri, riportata nel Summ., pp. 454-456,
manca una parte che egli intitola: «Punti oscuri» (fol. 1797v).
Di questi punti egli dice in generale: «Vi sono però, a mio parere,
nel pontificato di Pio X, alcuni fatti meno favorevoli, che potrebbero, se non erro,
nuocere alla Causa della quale si tratta, benché compiuti, non ne dubito,
in buona fede. Io li cito con tutta semp1icità, subordinando del resto il
loro apprezzamento al giudizio della S. Congregazione e del Santo Padre» (l.
c.). Questi punti sono tre: la soppressione di alcune feste, la questione del
Sodalitium Pianum e la proibizione delle associazioni cultuali in Francia.
Tralasciamo il primo e il terzo punto, sia perché le questioni relative non
sono in discussione, sia anche perché il teste non porta elementi nuovi che
facciano cambiare il punto di vista quale risulta dall'insieme del Summarium.
Riportiamo invece la parte che riguarda il Sodalitium Pianum, che è
uno dei punti di discussione in questa disquisizione.
Quanto al contenuto di questa deposizione ci si permetta di fare alcuni rilievi,
che sembrano degni di seria considerazione.
Il Card. Gasparri parla di una certa freddezza sopravvenuta fra Pio X e i Cardinali
Maffi e Ferrari ed egli, per sua congettura, attribuisce senz'altro questo fatto
alle sinistre insinuazioni di Monsignor Benigni, direttore del Sodalitium Pianum.
Ora se il Card. Gasparri avesse avuto sott'occhio la documentazione esistente
nella S. Congr. Concistoriale e riprodotta nella seconda parte di questo Summ.
addit., non sarebbe arrivato, crediamo, a quella deduzione. In realtà,
nel voluminoso incartamento relativo al Card .Maffi e alla questione del giornalismo
(Summ. addit., Documenta, cap. I), e in quello concernente il
modernismo in Milano, la Riscossa e il Card. Ferrari (l. c., cap. II),
non comparisce mai il nome di Benigni, né si rincontra un solo dei suoi fogli
d'informazione che conosciamo molto bene; d'altra parte possiamo seguire quelle due
questioni passo passo, sulla base di una copiosa documentazione, ufficiale e privata,
strettamente legata fra sé, e dalla quale è completamente estraneo
il nome di Benigni.
Di qui una conclusione generale, che non riguarda soltanto il caso concreto della
deposizione del Card. Gasparri, ma acquista valore di norma: e cioè che quando
un testimonio, anche se superiore ad ogni eccezione, come nel caso presente, parla
di fatti concreti a lui noti di scienza propria, dobbiamo naturalmente credergli
ed accettare i fatti come veri; ma quando egli passa a fare delle induzioni, per
quanto queste possano sembrare ovvie e ragionevoli, dobbiamo procedere sempre con
grande cautela nell'accettarle. Lo vediamo nel caso presente. Senza la documentazione
che fortunatamente possediamo, saremmo stati indotti a ritenere fondate le induzioni
del Card. Gasparri sull'influsso di Mons. Benigni intorno al caso Maffi e Ferrari:
invece non fu così, o per lo meno sappiamo con certezza che Pio X aveva tutt'altre
informazioni, larghe e dirette.
Da notare infine che il Card. Gasparri fu ascoltato soltanto nel Processo Ordinario,
perché al tempo del Processo Apostolico (1943-1946) era passato a miglior
vita ( 18 nov. 1934).
Vol. IV, foll. 1804-1809. - Un altro punto mi sembra più grave. Per
esser chiaro ho bisogno di premettere alcune notizie su Mons. Umberto Benigni.
Fui io, Segretario degli Affari Ecclesiastici Straordinari che, disgraziatamente,
lo feci nominare Sottosegretario dietro sue insistenze per la triste situazione economica
in cui si trovava, benché fosse professore di Storia Ecclesiastica con quindici
ore di scuola alla settimana nel Collegio Urbano, in S. Apollinare e nel Seminario
Vaticano.
Mentre io fui Segretario degli Affari Ecclesiastici Straordinari, non vi fu da dire
gran cosa.
Dopo la mia promozione al Cardinalato (1907) egli, nel 1908, cominciò la pubblicazione
della Correspondence de Rome, settimanale, se non erro, sovvenzionato anche,
almeno straordinariamente, da Pio X, il che, con il dovuto rispetto, mi permetto
di non approvare.
A causa della posizione che Mons. Benigni aveva in Vaticano, la Correspondence
era da molti considerata come ufficiale o almeno come officiosa, insomma di grande
autorità; quindi, com'era facile prevedere, reclami che possono vedersi nell'Archivio
della Segreteria di Stato.
Per ovviare a questi reclami, la Segreteria di Stato nel luglio 1911, in un dispaccio
inviato al Nunzio di Monaco (Baviera) fu costretta a deplorare la pubblicità
fatta dalla Correspondence e a dichiarare che essa era né ufficiale
né officiosa.
Questa lettera rendeva molto delicata la posizione di Monsignor Benigni nella Segreteria
di Stato e fu un colpo grave per la Correspondence.
Uscito con tutti gli onori dalla Segreteria di Stato, Monsignor Benigni ben presto
soppresse la Correspondence e fondò un'Associazione segreta chiamata
Sodalitium Pianum. Presento per darne visione, gli statuti di quest'Associazione
nel «Foglio A». 1
Lo scopo, com'è indicato nell'articolo 1, era di difendere la Chiesa e il
Papa contro la setta in qualunque sua manifestazione e contro qualunque
suo complice; in seguito spiegò meglio che il Sodalitium Pianum si
proponeva la tutela del Cattolicismo integrale (quasi che vi possa essere vero cattolicismo
che non sia integrale) contro l'interconfessionalismo, il feminismo, il democristianesimo,
il sindacalismo implicitamente o esplicitamente areligioso, la mania o la debolezza
di tanti cattolici di voler comparire coscienti o evoluti ecc. Per mezzo dei suoi
affiliati nelle varie nazioni, il Sodalitium Pianum vigilava sull'ortodossia
integrale, specialmente delle persone, che egli riteneva sospette o pericolose, delle
quali aveva l'elenco, in cui sono Cardinali, Vescovi, Prelati, Religiosi ecc. Il
Sodalitium Pianum faceva capo a Mons. Benigni, il quale corrispondeva con
gli affiliati all'estero con parole convenzionali ed in caso di mancanza contro l'ortodossia
integrale riferiva alle autorità superiori in Roma: era insomma un'Associazione
segreta di spionaggio. Presento nel «Foglio B» l'elenco
delle persone da invigilare 2 e nel «Foglio C» il cifrario convenzionale.
3
Nell'elenco sono enumèrati soltanto alcuni gesuiti da invigilare, ma la
campagna era fin d'allora contro tutta la Compagnia di Gesù, come dirò
meglio appresso.
Il Sodalitium Pianum perdurò in vita anche dopo la morte di Pio X,
durante il Pontificato di Benedetto XV, benché allora Benigni non fosse in
odore di santità presso il Papa, né il Papa presso Mons. Benigni. Finalmente
però intervenne la S. Congregazione del Concilio. Messa al corrente di quest'associazione
segreta fondata e diretta da Mons. Benigni, la Sacra Congregazione del Concilio,
che deve curare l'osservanza del can. 684, che proibisce le società segrete,
d'intesa col S. Padre Benedetto XV, con lettera del 25 nov. 1921 («Foglio D»)
4 volle che il Sodalitium Pianum fosse disciolto.
Di fatto fu disciolto il giorno 8 dicembre 1921 come apparisce dalla circolare di
Mons. Benigni in data 9 dic. 1921 («Foglio E»). 5
Nella citata lettera della S. Congregazione del Concilio si dice che «questa
S. Congregazione ritiene opportuno, nelle mutate circostanze attuali, lo scioglimento
del Sodalitium Pianum». Le parole nelle mutate circostanze attuali
furono messe per un riguardo alle precedenti approvazioni di Pio X, ma in realtà
lo scioglimento fu voluto perché non si ammetteva una simile associazione
di spionaggio. In proposito si potrebbe interrogare l'Emo Sbarretti se lo si ritiene
opportuno.
Qui il teste continua dicendo che Mons. Benigni avrebbe continuato, privatamente,
sulle linee dei Sodalitium Pianum, anche dopo il suo discioglimento, fino
al momento stesso della deposizione (28 marzo 1928), cosa che esula dalla nostra
questione.
Fin qui ho parlato di Mons. Benigni, della sua Correspondence de Rome e specialmente
del Sodalitium Pianum.
Ora, prescindendo dalla Correspondence de Rome e limitandomi al Sodalitium
Pianum, io debbo dire con dispiacere che questo fu approvato da Pio X e dalla
Concistoriale audito Pontifice. Rimetto alla Commissione le prove di questa
approvazione nel «Foglio G», 6 ossia i documenti relativi; non so se
ve ne sono altri: se lo si ritiene opportuno, si potrebbe domandare alla Concistoriale.
Il Papa Pio X approvò dunque, benedisse e incoraggiò una associazione
occulta di spionaggio al di fuori e al disopra della Gerarchia, anzi che spionava
gli stessi membri della Gerarchia, anche Emi Cardinali; insomma approvò, benedisse
ed incoraggiò una specie di Massoneria nella Chiesa, cosa inaudita nella Storia
Ecclesiastica. Ora questo a me sembra grave, e non solo a me, ma sembrò tale
anche all'Emo Mercier (che era nell'elenco dei sospetti invigilandi).
Infatti Mons. Cicognani, Uditore allora della Nunziatura di Bruxelles, scriveva il
giorno 7 dicembre 1921 che l'Emo Mercier, avendo conosciuto il Sodalitium Pianum
(ed io posso raccontare come venne a conoscerlo) approvato da Pio X, «disapprovò
vivamente questo sistema di denunzie e lamentò che il S. Padre Pio X abbia
potuto appoggiare un tale movimento». Ed infatti Benedetto XV appena ebbe notizia
di questo Sodalitium Pianum si affrettò a discioglierlo per mezzo della
S. C. del Concilio, come ho detto, benché allora le denunzie che venivano
da Mons. Benigni non fossero più di moda presso il S. Padre.
E non solo Pio X approvò, benedisse ed incoraggiò il Sodalitium
Pianum, ma le denunzie, che partivano di là, sono la spiegazione di alcuni
atteggiamenti gravi di Pio X nel governo della Chiesa, benché il S. Padre
fosse in ciò, non ne dubito, in perfetta buona fede.
Ecco, per esempio, i Gesuiti. Il Santo Padre Pio X non era tranquillamente sicuro
della loro ortodossia, li riteneva chi più chi meno un po' imbrattati di modernismo,
e lo diceva in privato; ma poi le sue parole, com'è naturale, venivano riferite.
L'attuale Preposito Generale mi diceva che questo difetto di fiducia affliggeva profondamente
il P. Wernz e forse ne avrebbe accelerato la morte. Che poi questo atteggiamento
del Santo Padre fosse conseguenza delle false informazioni che venivano dal Sodalitium
Pianum lo ritengono, e con ragione, per certo i Padri della Compagnia: si potrebbero
interrogare l'attuale P. Generale, il P. Rosa...
Un altro esempio abbiamo nell'Emo Cardinal Ferrari, arcivescovo di Milano. Il Santo
Arcivescovo era ricevuto dal Santo Padre con freddezza e diffidenza, e dopo l'udienza
andava a sfogarsi con lacrime alla Civiltà Cattolica, specialmente
col Padre Rosa. Anzi si giunse persino a scrivergli una lettera, nella quale gli
si faceva rimprovero di essere proclive al Modernismo. Questa lettera lo afflisse
profondamente; la fece leggere a Mons. Achille Ratti dell'Ambrosiana, il quale venne
a Roma per parlarne a Pio X. I dettagli si potrebbero avere dall'attuale Pontefice,
il quale potrà dire del contenuto della lettera, come egli fu accolto dal
Santo Padre e quale fu il risultato del suo viaggio; io su tutto ciò né
voglio né posso entrare.
Ora a chi attribuire le relazioni sulla manchevole ortodossia dell'Emo Ferrari se
non all'occulto difensore della fede accolto in Vaticano? Un altro esempio
lo abbiamo nell'Emo Maffi. Dal Vescovo di Mantova, dal Patriarca di Venezia, da Pio
X nei primi anni del Pontificato, l'Arcivescovo di Pisa, non ebbe che benevole attenzioni
ed elogi che culminarono nella sua elevazione al Cardinalato.
In seguito sopravvenne una freddezza e il Papa non direttamente col Cardinale, ma
con altri, (che poi lo riferivano al Cardinale) si esprimeva di lui poco benevolmente,
e ciò si doveva, non è a dubitarne, ad informazioni false, accolte
dal Papa, contrarie al Cardinale.
Non mancò neppure qualche lettera della Concistoriale che recò grave
dispiacere al Cardinale.
Il quale diceva a me: «Io ho fatto dinanzi a Dio l'esame di coscienza il più
accurato che m'è stato possibile, e non ho trovato alcuna colpa commessa verso
la Santa Sede». Per più dettagliate informazioni si può interrogare
lo stesso Maffi.
Testis 48: Rmus P. HIERONYMUS
BIANCHI, Ord. Eremit. Camaldulensium, ann. 59.
La deposizione del P. Bianchi, già cameriere segreto del Servo di Dio, è
riportata nel Summarium, pp. 460-463. Aggiungiamo una sua risposta all'interr.
29, che illustra un lato già noto del Servo di Dio, la sua fermezza cioè
nei principi, unita ad una prudente moderazione nella loro applicazione concreta.
Ad interr. 29, vol. IV, fol. 1983. - Difese strenuamente i diritti della Chiesa,
protestando in atto pubblico contro il Governo d'Italia, usando l'espressione: «Colui
che detiene», la quale sembrò forte e urtò le suscettibilità
dei governanti di allora.
Ricordo che essendo la Civiltà Cattolica solita di pubblicare in ogni
quaderno un articolo contro il Governo, detto dal Servo di Dio «la predica»,
come mi disse lo stesso P. Rosa, il Servo di Dio consigliò di abolirlo, perché
diceva che tali polemiche fanno più male che bene.
Permise ai cattolici italiani di accedere alle urne per ostare ai partiti sovversivi.
II
EXCERPTA EX PROCESSU ORDINARIO TARVISINO (1923-1926)
Testis 44 (ex officio 28):
Excmus Dñus FERDINANDUS RODOLFI, Episcopus Vicentinus, an. 59.
Mons. Rodolfi, della diocesi di Pavia, fu nominato Vescovo di Vicenza il 14 febbraio
1911, proprio mentre si faceva un gran chiasso nella stampa per gli attacchi fatti
dai settimanale La Riscossa, dei fratelli Scotton, contro il Seminario di
Milano, accusato di modernismo. Ora La Riscossa si sta stampava a Breganze
in diocesi di Vicenza ed è naturale che Mons. Rodolfi non si disinteressasse
della cosa. Difatti, venuto subito a Roma e ricevuto in udienza da Pio X, ebbe occasione
di parlare anche dei fratelli Scotton ed è molto interessante quanto il Santo
Padre ebbe a dirgli in quella occasione, come è riferito nella deposizione
dello stesso Mons. Rodolfi riportata nel Summ., p. 89 s.
Ma nella stessa deposizione vi è un altro brano, dove sono riferiti altri
episodi relativi alla Riscossa e all'atteggiamento in proposito del Servo
di Dio; brano che è stato tralasciato nel Surnmarium e che è
bene riprodurre, anche perché Mons. Rodolfi è un teste qualificatissimo
sulla questione e quanto mai equilibrato.
Proc. Ord. di Treviso, pp. 1453-1458. - Io stesso mi sono proposto ripetute
volte il medesimo quesito, e mi sono formata la convinzione che il Santo Padre Pio
X dissentisse profondamente dai sistemi personali ed acrimoniosi di una parte della
stampa cattolica che in quei tempi vantavasi di rispecchiare più da vicino
le idee della Santa Sede; ma che nello stesso tempo egli avesse un riguardo (a mio
parere soverchio) per persone che dimostravano un particolare attaccamento alla causa
della Santa Sede, ed anche per coloro con cui egli aveva avuto personali relazioni,
massime se erano di età avanzata. A conferma di questo, ricordo di aver trovato
consenziente con le mie deplorazioni della Riscossa l'Emo Cardinale Gaetano
De Lai, dal quale ho personalmente sentito che dell'argomento aveva ripetutamente
conferito con il Servo di Dio. Lo stesso Cardinale, in seguito a mie relazioni sulle
intemperanze della Riscossa, mi mandò una lettera, di cui mi riservo
di mandarne copia, in cui tracciando i doveri dei giornalisti cattolici, si danno
saggi avvertimenti di prudenza e di carità. Inoltre ebbi dal medesimo Cardinale,
ritengo sempre con l'approvazione del Servo di Dio, il pieno consenso alla proibizione
fatta a tutti i giornali diocesani di muovere critiche a Vescovi, a Seminari, a Sacerdoti,
soggiungendo che tutto questo esula dalla loro competenza, e che simili lamenti possono
essere privatamente inviati o alla Santa Sede o ai rispettivi Ordinari: la disposizione
minacciava la proibizione di scrivere ai redattori disobbedienti. Nell'estate del
1914 essendo uscita ancora la Riscossa con pubblicazioni da me ritenute irriverenti,
ed avuta notizia che l'articolo incriminato era di Mons. Gottardo Scotton, gli proibii
di continuare la redazione del periodico. Prima però di fargli la comunicazione
ne diedi partecipazione al Cardinale De Lai, che v'assentì pienamente.
In relazione a questi fatti aggiungo che ogni volta mi recava in udienza dal Servo
di Dio, subito mi domandava: «E gli Scotton?... E quel Gottardo ?...»
Una volta mi disse di non aver neanche risposto ai loro auguri natalizi perché
non avessero ad abusare del telegramma di risposta.
Riferisco brevemente un altro episodio. Nel gennaio 1913 mi recai dal Servo di Dio
per avere l'indirizzo circa le elezioni amministrative che sarebbero seguite in quell'anno
nel Comune di Vicenza. Egli mi propose di seguire ciò che egli stesso aveva
fatto a Venezia in analoghe circostanze; e cioè di procurare venisse fatta
alleanza fra cattolici e liberali moderati, indicandomi le persone cui avrei potuto
rivolgermi per una opportuna collaborazione nell'esecuzione del piano assegnatomi,
soggiungendomi che in questa condotta avrei trovato difficoltà: mi disse che
lui stesso venne accusato per questo motivo presso il suo antecessore Leone XIII,
e mi disse: «Il Santo Padre m'ha chiamato, e ho dovuto venire a scolparmi sulla
medesima sedia su cui stai seduto tu». Questo fu per me il principio di una
serie di guai. Le persone designate dal Santo Padre, da me chiamate, si rifiutarono
di assentire alla cooperazione del piano tracciatomi; si recarono direttamente da
Lui, gli dissero se dovevano tenere l'antica fede, ovvero mutarla,
se dovevano dare al giornale vicentino Il Berico un indirizzo d'idee più
larghe, conformi ai giornali della Società Editrice Romana; chiesero una parola
di conforto pel Direttore del Berico, anche perché più facilmente
potesse allontanare dalla redazione del Giornale un collaboratore che non rispecchiava
in tutto le sue idee. Non mi consta che abbiano fatto parola dei programma elettorale.
Il Santo Padre Pio X confortò a tenere «l'antica fede» e a conservare
il suo indirizzo al giornale, e li rimise al Cardinale De Lai per la lettera al Direttore.
La lettera fu scritta dall'Emo Cardinale De Lai nel senso che il Santo Padre non
senza pena ha sentito che si vuole fare deviare il giornale dall'antico indirizzo,
che li conforta a tenere l'antica fede, che benedice il Direttore, e quanto al redattore
dissenziente, se credono, lo possano eliminare. Tornarono col documento. Si sparse
voce d'un documento contro il Vescovo. Le voci furono raccolte da parecchi giornali
che avevano voce di intransigenti. La notizia venne riprodotta anche su giornali
liberali, fra cui il giornale francese L'Italie di Roma, come di una sconfessione
data dalla Santa Sede al Vescovo di Vicenza. Intanto s'attendeva la pubblicazione
del documento, e questo fu stampato con la soppressione dell'ultimo periodo riferentesi
al redattore incriminato. La pubblicazione così avvenuta aggravò la
posizione dei Vescovo, facendo apparire che la lettera della Concistoriale non si
riferisse non già a divergenze giornalistiche nell'interno della redazione
e nel campo dei giornali cattolici, sibbene ad una divergenza fra il Vescovo e la
Santa Sede.
Dal canto mio richiesi ed ottenni copia autentica della lettera della Concistoriale;
ma inutilmente richiesi al giornale una rettifica sulla pubblicazione avvenuta, e
sui commenti originatine.
Ne nacque turbamento nella Diocesi con strascico sui giornali. Questi culminarono
con un articolo dell'Unità Cattolica di Firenze dell'autunno 1913 intitolato:
«L'Episcopalismo», dove, richiamata l'antica eresia, si affermava che
esisteva ancora, facendo aperta allusione alla diocesi di Vicenza. Letto l'articolo,
scrissi direttamente al Servo di Dio chiedendo venisse reintegrato l'onore mio e
della mia diocesi, e siccome riteneva che la origine degli equivoci presso il pubblico
risalissero alla monca pubblicazione della lettera della Concistoriale avvenuta sul
giornale locale Il Berico, chiedevo che lo stesso giornale venisse obbligato
a pubblicare integralmente quella lettera e che l'Emo Cardinale De Lai ne desse la
interpretazione autentica per dichiarare che essa non si riferiva menomamente al
Vescovo, ma solo a dissensi sorti tra gli scrittori del giornale. Tardando il Santo
Padre a rispondere, scrissi nello stesso senso una seconda ed una terza lettera,
dopo la quale egli accolse pienamente la mia domanda. Non ricordo da chi io abbia
saputo, ma mi venne assicurato che, in seguito alle mie lettere, il Servo di Dio
disse al Cardinale De Lai, che il Vescovo aveva tutta la ragione di esigere che fosse
messa in luce la sua condotta, e gli ordinò di assecondare in tutto le sue
richieste. Il che fu fatto.
Proc. Ord. di Treviso, pp. 1461-1462. ~-- Ritengo che consigli dal Servo di
Dio ne avessero avuti a iosa [gli scrittori della Riscossa, e che purtroppo
sempre avessero cercato di eluderli per un intimo senso della propria superiorità.,
anche alla stessa Autorità della Chiesa, che gli scrittori della Riscossa
nutrivano nell'animo proprio.
Ritengo pure che ad un comando avrebbero dovuto per necessità sottostare;
ma convien dire che in questo il compito repressivo avrebbe dos~~uto esercitarsi
dalla autorità locale; il che non avvenne per il lungo periodo di malattia
del mio venerato antecessore e per la posizione che io trovai al mio ingresso in
Diocesi: tant'è vero che quando io presi delle decisioni severe, trovai in
esse consenziente la stessa Santa Sede.
III
EXCERPTA EX PROCESSU APOSTOLICO ROMANO
(1943-1946)
1
Testis I: Revmus Dñus
IOANNES BRESSAN, Canonicus Vaticanus, ann. 82.
La lunga deposizione di Mons. Bressan, segretario particolare del Servo di Dio, è
largamente riprodotta nel Summarium, pp. 25-61. Aggiungiamo qui alcune sue
deposizioni intorno al funzionamento della Segreteria particolare del Servo di Dio.
Ad interr. 26, p. IV. - Io ero occupatissimo nella Segreteria privata. Ricevevo
tutte le lettere, le leggevo dividendole secondo gli affari e mettevo in una cartella
tutte quelle riservate al Santo Padre. Egli le leggeva poi tutte e ne postillava
la risposta, talvolta scrivendone interamente la minuta. Quindi le riconsegnava a
me, che ne curavo le risposte e la spedizione ai singoli interessati.
Ad interr. 31, p. v. - Il Servo di Dio, appena nominato Papa, costituì
la Segreteria particolare. Era composta da me, Mons. Pescini, Mons. Gasoni, Mons.
Bianchi e Mons. Ungherini.
Questa era incaricata dello spoglio della corrispondenza, la quale veniva divisa
secondo i rispettivi dicasteri e uffici a cui avrebbe dovuto rimettersi. La corrispondenza
personale del Papa veniva da me raccolta e presentata entro una cartella.
Alcune cose meno importanti le riferivo a voce. Le cose più gravi erano viste
personalmente dal Papa, il quale sotto ciascuna lettera apponeva la sua mente e qualche
volta giungeva a fare l'intera minuta. A volte, per affari gravissimi, mi consegnava
la risposta chiusa in busta.
Tutte le lettere in partenza, anche quelle mandate alle Congregazioni, venivano protocollate.
Quelle personali del Papa, cioè nelle quali egli aveva comunque apposto le
mani, avevano uno speciale protocollo presso Mons. Gasoni.
Mons. Pescini, coadiuvato da due suore, era incaricato della distribuzione di paramenti
e vasi sacri, che sotto il pontificato del Servo di Dio fu larghissima. Io tenevo
un registro speciale per le elargizioni in danaro.
Ogni mese, tutte le pratiche venivano archiviate, distribuite per decadi.
Inoltre ogni mattina, verso le 11, io ricevevo le persone che volevano esprimere
qualche desiderio al Papa (richiesta di autografi, offerte di libri, ecc.). Di tutto
poi io rendevo conto al Santo Padre.
Ad interr. 53, p. VII. - A domanda ex officio: Se consta che il Servo
di Dio, da Pontefice, fosse solito fare a meno dell'opera dei Sacri Dicasteri preposti
al governo della Chiesa, usando di preferenza dell'opera della sua Segreteria particolare?
R. È esatto che vari affari il Servo di Dio li trattava personalmente, quando
vedeva nettamente il da farsi e temeva che attraverso gli uffici si verificassero,
troppe lungaggini. E, in tali casi, spesso usava della Segreteria particolare, dando
precise direttive e giungendo perfino a stendere le minute.
Un giorno giunse a dire che, se gli fosse stato possibile uscire, sarebbe andato
di persona al Vicariato, per sollecitare gli affari.
Testis II : Excmus
Dñus HERNESTUS RUFFINI, S. C. de Seminariis a secretis, ann. 56.
Anche le deposizioni di Mons. Ruffini, oggi Cardinale Arcivescovo di Palermo, sono
riportate nel Summarium, pp. 65-69. Aggiungiamo una breve sua deposizione
sulla Segreteria particolare del Servo di Dio.
Ad interr. 31, p. XVII ss. - Trovo normale che un Pontefice abbia una Segreteria
particolare; del resto tutti i Pontefici, sotto una forma o l'altra, l'hanno avuta.
Nessun abuso, che io sappia, si è verificato.
I membri della piccola Segreteria non agivano di arbitrio proprio, ma dietro le indicazioni
del Servo di Dio. Posso sicuramente attestare della piena devozione dei membri Mons.
Bressan, Mons. Pescini e in ultimo anche di Mons. Bianchi, i quali erano convinti
di essere accanto ad un Santo.
Ad interr. 34, p. XVII. - Nulla so riferire sul Sodalitium Pianum.
Testis IX (I ex officio):
Revmus Dñus GUIDUS ANICHINI, Canonicus Vaticanus, ann. 69.
Le deposizioni di Mons. Anicliini si trovano nel Summarium, pp. 83-88. Aggiungiamo
questa breve deposizione sulla Segreteria particolare.
Ad interr. 31, p. XXVII. - Nei riguardi della Segreteria particolare correva
voce da più parti che talvolta eccedesse un po' nelle competenze, sia aggiungendo
qualcosa di proprio alle direttive del Papa, sia invadendo la competenza degli ordinari
Dicasteri.
Testis X (II ex officio):
Dñus IOANNES M. LONGINOTTI, iam a subsecretis Gubernii Italici, ann. 68.
L'ex deputato ed ex sottosegretario di Stato On. Longinotti fu ascoltato nel Processo
Apostolico tenuto nella Città del Vaticano, come secondo teste di ufficio.
La sua deposizione ha un tono piuttosto acre. Riconosce anche lui - e come non riconoscerlo?
che Pio X fu ricco di molte virtù: pietà, umiltà, povertà,
zelo per la Chiesa e per la salute delle anime; ma avanza anche diverse critiche,
specialmente sull'atteggiamento del Servo di Dio verso la stampa cosiddetta integralista
e quella non integralista.
La deposizione del Longinotti fu omessa del tutto nel Summarium, e la ragione,
credo, fu questa: il teste non parla mai di scienza propria; riferisce sempre cose
udite da altri e raccoglie voci che portano l'eco di quella resistenza passiva, che
ci fu purtroppo, e tenace alle direttive di Pio X nella lotta contro il modernismo.
Senza contare poi che talvolta il teste esprime giudizi e apprezzamenti personali
del tutto errati: basti dire che secondo lui Pio X fu «uomo di ingegno
piuttosto modesto», quando è cosa provatissima che il Servo di
Dio ebbe una mente acutissima e chiarissima.
In generale poi c'è da notare che l'On. Longinotti narra e interpreta i fatti
come furono narrati e interpretati in quell'ambiente contemporaneo che era più
o meno restio alle direttive di Pio X: tutto ciò deve essere preso quindi
con grande cautela.
Anche qui, come nella deposizione del Card. Gasparri, ci sono dei punti importanti
che oggi possiamo controllare con la documentazione di cui disponiamo, come la questione
dell'atteggiamento del Servo di Dio verso la stampa detta di penetrazione e i giornali
dei «trust», e la controversia per la Riscossa e il Card.
Ferrari, e i punti di vista dell'On. Longinotti non sono esatti.
La deposizione quindi del Longinotti non porta elementi costruttivi. Ciononostante,
affinché nessuno possa pensare che si sia voluto far tacere le voci meno benevole,
credo utile che tutti i Revmi Consultori possano leggere anche questa deposizione
che riportiamo integralmente.
Ad interr. 2, vol. I, 372. - Mi chiamo Giovanni Maria Loniginotti fu Roberto
e fu Bordegna Maria, nato a Remedello Sopra (Brescia) il 12 settembre 1876, cattolico,
agricoltore, dottore in chimica, ex deputato al Parlamento ed ex Sottosegretario
di Stato per quattro volte, domiciliato a Roma in via Sardegna, 14.
Ad interr. 3, vol. I, 372. - Non ho parentela col Servo di Dio. Nessuno mi
ha istruito su quanto dirò. Non ho devozione verso il Servo di Dio; non ho
particolari desideri per la sua beatificazione.
Ad interr. 5-22, vol. I, 372-374. - Nulla di particolare so dei precedenti
all'episcopato. Del tempo che era Vescovo a Mantova sentii dire che lasciò
il fratello nell'umile posizione di portalettere in un paesino presso Mantova.
Circa la sua nomina al Patriarcato di Venezia, seppi (con quasi certezza da Mons.
Bongiorni, allora segretario dei Vescovo di Brescia, Mons. Corna-Pellegrini, poi
vescovo anch'egli ed ora defunto) che la nomina a detto Patriarcato era stata offerta
a Mons. Corna stesso, e, avendola egli declinata, la Santa Sede nominò Mons.
Sarto.
Ricordo che lessi con edificazione, sulla stampa, come il Patriarca cercò
d'introdursi presso il celebre commediografo Giacinto Gallina, mentre era in pericolo
di morte, ma il suo intervento fu respinto dalle persone ostili che circondavano
il morente.
Mi risulta che è dovuta in buona parte a lui l'alleanza amministrativa dei
cattolici veneziani con i liberali moderati, alleanza che tenne in mano il governo
della città per moltissimi anni e che ebbe per capo il conte Grimani, il quale
mantenne per Pio X una costante amicizia.
Anche il deputato ebreo Romanin Jacur serbò sempre stima per il Papa ed ebbe
personalmente a dirmi che non era vero affatto quel che si diceva, aver cioè
egli prestato denaro al Sarto quando era parroco.
Ad interr. 24-35, vol. I, 374-376, 382-388. - La mia impressione è
che Pio X fosse uomo semplice e sinceramente amante della povertà. Basterebbero,
per provarlo, le tre righe del suo bellissimo testamento e il tono di vita sempre
mantenuto ai suoi modestissimi familiari.
Fui edificato dal suo aspetto curvo sotto il gran peso del manto papale, al suo ingresso
in S. Pietro, il giorno della sua incoronazione.
Essendomi trovato entro la Basilica, presso la Sedia gestatoria, nel corteo di entrata,
lo vidi gridare ad alta voce agli astanti che lo applaudivano: «È proibito,
è proibito!».
Detto ciò ritengo Papa Sarto uomo d'ingegno piuttosto modesto, facile ad essere
influenzato, in taluni campi uomo di idee poco chiare e spesso contraddittorie.
Taluni suoi atteggiamenti facevano credere professasse idee larghe, facili agli accostamenti
e aliene da mire temporalistiche. Contemporaneamente protesse a fondo, fino all'ultimo,
tutti i piccoli giornali intransigenti e clamorosamente temporalisti, non aventi
nessuna presa sul pubblico e solo intenti ad accendere polemiche tra i fratelli e
a devastare il campo, aggredendo laici e sacerdoti, non esclusi Vescovi e Cardinali.
Tra questi giornaletti erano La Liguria del popolo, Fede e Ragione e
soprattutto La Riscossa di Breganze, di cui erano direttori e proprietari
i fratelli Scotton, che Pio X, a chi gliene parlava, definiva: «i sé
mati! »; malgrado ciò, mai nessun provvedimento ebbe a prendere a loro
carico, benché pregato da moltissimi.
Uno degli Scotton era parroco di Breganze; i tre fratelli negoziavano di stoffe e
di caffè.
Alla morte del Vescovo di Vicenza, venne nominato Monsignor Rodolfi, di idee completamente
opposte a quelle degli Scotton; lo stesso Rodolfi ebbe a riferirmi che la parrocchia
di Breganze andava a rotoli.
Malgrado il Papa raccomandasse di non parlare «del temporal» (del potere
temporale), protesse i giornaletti di cui sopra, tutti furiosamente temporalisti
e il Card. Segretario di Stato Merry del Val poté chiamare il Re: «Colui
che detiene».
La Riscossa aveva invaso, tra l'altro, il Seminario di Milano, mettendo il
Card. Ferrari, continuamente attaccato da quel giornale, in posizione difficilissima,
senza che egli fosse in grado di potersi difendere, perché La Riscossa
era intoccabile.
La posizione sospettata e minata del Card. Ferrari era così conosciuta anche
nel mondo liberale, da essere perfino fatta oggetto di caricature da parte del diffusissimo
giornale umoristico Il Guerrin meschino.
Io, avendo avuto l'onore altissimo della benevolenza paterna del povero Cardinale,
lo vidi piangere, trovandosi impotente davanti ad una situazione come quella, assolutamente
inspiegabile e durata lunghi anni.
A proposito di quanto ho deposto circa i rapporti tra Pio X e il Card. Ferrari, devo
ricordare che nel numero del 2 febbraio 1941 del giornale L'Italia di Milano,
che esibisco, si legge una
lettera a firma del Card. Ildefonso Schuster, Arcivescovo di Milano, in cui è
scritto quanto segue: «Altra volta lo stesso Pio XI, di santa memoria, mi narrava
dei buoni uffizi da lui interposti quando in Roma si volle coinvolgere anche l'Arcivescovo
di Milano nel movimento modernista, quasi che si fosse mostrato meno rigido a reprimerlo».
«- Può immaginare - mi diceva il Papa - quanto ridicola fosse quest'accusa.
Un uomo d'una così profonda pietà quale era il Card. Ferrari! Accusare
di modernismo lui, che non viveva che di zelo per la gloria di Dio, di amore alla
Chiesa, di devozione al Papa! - Infatti lo stesso Pio X ebbe finalmente a ricredersi
dei dubbi che gli erano stati insinuati sul conto dello zelo del Card. Ferrari. Anzi,
da quel santo Pontefice che era, non esitò a confessare a qualcuno dei suoi
intimi che si era ingannato. Ne ho avuto assicurazione da un prelato, al quale Pio
X aveva fatto tale dichiarazione».
Altro episodio grave e sconcertante è quello che riguarda la ragione e il
modo con i quali è stata sconfessata l'opera del conte Giovanni Grosoli-Pironi,
quale Presidente Generale dell'Opera dei Congressi.
La sconfessione è avvenuta per l'inclusione di un certo periodo («questioni
morte nella coscienza nazionale») comparso in una circolare diramata dal Grosoli
ai componenti dell'Opera, circolare che preventivamente il Papa, nel suo testo, aveva
veduta ed approvata.
Questo quanto alla ragione della sconfessione.
Quanto al modo avvenne così: Il conte Grosoli, che la mattina stessa aveva
fatto servizio in Anticamera Pontificia come Cameriere di Cappa e Spada, apprese
la sconfessione stessa, che lo obbligava a dimettersi, nel pomeriggio da L'Osservatore
Romano capitatogli in mano mentre era in tram.
Il conte Grosoli, più d'una volta, ebbe poi a raccontare a me che, appena
dopo il fatto, avendo chiesto udienza al Papa, trovò Pio X imbarazzato e quasi
in atteggiamento di chi vuol far delle scuse, e gli disse presso a poco così:
«Capirete, c'è stata un'insurrezione di intransigenti, alla quale non
ho saputo resistere». Il conte Grosoli non rispose parola, e avendolo il Papa
pregato di passare, per congedarsi, dal Card. Merry del Val, gli promise di farlo.
Infatti, essendosi poco dopo recato dal Cardinale, questi, con fare piuttosto indifferente,
gli disse di continuare nella sua funzione di Presidente fino alla nomina del successore.
Al che il Grosoli rispose: «No, Eminenza. Dal momento della mia sconfessione,
la posta dell'Opera dei Congressi resta suggellata sul mio tavolo, perché
le serve, improvvisamente licenziate come infedeli, non devono aprire la posta del
padrone».
Tutto quanto ho narrato, ed anche la circostanza che la circolare era stata preventivamente
approvata., l'ho sentito più volte dal conte Grosoli stesso.
Altra persona, per la quale, non si sa per quali ragioni, Pio X nutrì notoriamente
speciale diffidenza, era Filippo Meda.
Ricordo, a proposito, che il Card. Agliardi ebbe a dirmi di aver portato al Papa,
per farlo ricredere, un commento di Meda alle Litanie Lauretane. Ma anche questo
senza frutto.
Il conte Grosoli, libero dalla Presidenza dell'Opera dei Congressi, fondò
il noto «Trust» dei giornali cattolici, giornali di fattura modernissima,
di costo notevolissimo, di grande tiratura, rappresentanti uno sforzo supremo, anche
finanziario, dei cattolici italiani, e che costituivano la maggior forza, e forse
la sola, di penetrazione nostra nei campi avversari. Tra questi giornali ricordo
Il Corriere d'Italia, L'Avvenire d'Italia stampato a Bologna, L'Italia,
di Milano, Il Momento, di Torino, il Messaggero Toscano, di Pisa e
un giornale di Palermo. Contro quest'opera andò via via delineandosi una sorda
opposizione, che si
fondava su critiche spesso inafferrabili, che potevano anche riguardare errori o
deficienze riparabili, opposizione che si mantenne ferma e viva malgrado più
volte i dirigenti dell'opera abbiano chiesto di veder definiti i punti sui quali
essa doveva emendarsi, dichiarandosi pronti a tale emendamento. L'opposizione culminò
nella famosa diffida pubblicata su L'Osservatore Romano proprio nel colmo
della campagna degli abbonamenti. La quale diffida rovinò l'opera e creò
per i lettori cattolici di questi giornali dei casi di coscienza, che non esistevano
per i giornali liberali.
Presso a poco nello stesso momento, Paolo Pericoli, come Presidente Generale della
Gioventù Cattolica, ricevette l'ordine di comunicare ai Circoli che i giornali
che dovevano essere letti e diffusi erano La Riscossa, di Breganze, L'
Unità Cattolica, Fede e Ragione ed altri.
Altra situazione contraddittoria è stata creata a proposito dell'intervento
dei cattolici alle urne politiche. Si deve a Pio X la prima attenuazione del Non
expedit col rimetterne l'applicazione, caso per caso, ai Vescovi.
Avvenne però che, appena nominati, in applicazione di questa disposizione,
i primi deputati furono violentemente avversati dai giornali protetti dalla Santa
Sede e denunciati come soldati che avevano rotto la consegna.
Una delle nomine meno opportune, avvenute in quel periodo da parte della Segreteria
di Stato, è stata quella del conte Gentiloni a Presidente della Unione Elettorale
dei Cattolici Italiani.
Il Gentiloni, ottima persona e buon cattolico, era però reduce dal manicomio
e manteneva note di evidente squilibrio mentale, come mi risulta personalmente, avendo
io collaborato a lungo con lui; squilibrio e imprudenza congeniti, che culminarono
nel clamoroso incidente del così detto «patto Gentiloni».
Mi risulta che Pio X, parlando di Grosoli, dopo l'incidente della sconfessione, diceva:
«El xé rovinà dal Cardinal Maffi!». Questo mi risulta,
da buona fonte, ma non ricordo quale.
Ad ead. interr. 24-35, p. XXVIII. - È nota l'attività strana,
ma intensa, della cosidetta «Segretariola» del Papa Pio X. Da essa partivano
lettere, anche a Vescovi, le quali criticavano opere e uomini, o davano direttive,
con grave effetto alla periferia, improntate a criteri certo inferiori alla delicatezza
del compito.
Ad interr. 36-61, vol. I, 388. - Nei riguardi delle virtù, non ho nulla
da aggiungere a quello che ho già detto all'inizio della deposizione. Nei
riguardi della prudenza, mi è stato detto, non da uno solo, ma certamente
dal conte Grosoli, che della sua parola non ci si poteva sempre fidare, perché,
sulla stessa questione, gli accadeva di dir bianco all'uno e nero all'altro.
Riguardo al linguaggio, mi riferì Mons. Rosa un aneddoto che dimostra come
il Servo di Dio, prima del suo Pontificato, avesse una certa tendenza a facezie scurrili
(escludendo quello che tocca la virtù della castità), tendenza che
mi risulta confermata dalle indagini condotte nei Processi Ordinari, tendenza che
manifestò anche alla presenza di giovani, i quali ne ebbero qualche scandalo.
Ad interr. 62-63, vol. I, 389. - Io non ho elementi per pronunciarmi sull'eroismo
delle virtù dei Servo di Dio; propenderei ad escluderlo.
Ad interr. 64, vol. I, 389. - Non ho notizia di doni superni e di predizioni.
A proposito degli assenti miracoli in vita, l'attuale Cardinale Caccia, che fu lungamente
vicino a Pio X come Cameriere Segreto Partecipante, ebbe a raccontarmi di essere
stato più volte interrogato da donne italiane e straniere: «Lei avrà
visto certo i miracoli di Pio X!»; a cui egli rispondeva costantemente: «Io
non ne ho mai visto uno».
Ad interr. 71-72, vol. I, 389-391. - Riassumo la deposizione affermando che,
da quanto sicuramente risulta a me, Pio X fu sacerdote pio, dal costume semplice,
sinceramente amante della povertà, Vescovo e Pontefice zelantissimo dei bene
della Chiesa e delle anime; ma l'ingegno e la cultura piuttosto modesti, e il carattere
non così chiaro come fuori appariva, io resero facilmente accessibile alle
influenze delle mediocri persone che lo circondavano, così da indurlo, non
di rado, a giudizi errati, anche in materie gravi, su persone e su cose, giudizi
sui quali tenacemente insisteva, lasciando a lungo senza frutto qualunque tentativo
inteso a dimostrarne la ingiustizia. Nel governo della Chiesa in Italia, in ciò
che concerne la vita civile dei cattolici, mantenne un atteggiamento spesso inspiegabilmente
contraddittorio, rivelante una mente, in questo campo, non limpida, e un animo non
sempre equo e sereno.
Ad interr. 73, vol. I, 392. - Ho sentito dire che l'intercessione del Servo
di Dio è invocata e che il suo sepolcro è frequentato. Una sola volta
mi è stato riferito di grazia ricevuta.
Nulla da aggiungere.
Testis XI (III ex officio).
Revmus P. ANTONIUS SOIRAT, Congr. Spiritus Sancti, ann. 56.
La deposizione del P. Soirat è riprodotta nel Summarium, pp.
88-90. Aggiungiamo questo piccolo brano sulla Segreteria particolare del Servo di
Dio.
Ad interr. 31, p. XXIX. - Quanto alla Segreteria particolare Padre, non solo
non ho inteso muovere critiche, ma anzi ho sentito esprimere giudizi di favore, perché
si riusciva, attraverso ad essa, ad ottenere più facilmente e più speditamente
i favori e grazie di minor conto.
Testis XIII (V ex officio):
Illmus Comes IOSEPHUS DELLA TORRE, moderator commentarii diurni L'Osservatore
Romano, a. 59.
La sua deposizione può vedersi nel Summarium, pp. 92-98. Aggiungiamo
anche qui una piccola deposizione sulla Segreteria particolare.
Ad interr. 31, p. XXXI. - Nei riguardi della Segreteria particolare, correva
voce che essa a volte andasse un po' oltre le direttive del Papa. Questa voce dovrei
confermarla per qualche piccolo incidente occorso a me stesso. In certe cose vi era
forse dello zelo personale alquanto eccessivo.
Più volte invece invece, trattando affari, mi confermai nella convinzione
che la fiducia completa ed assoluta del Papa era goduta dal Card. Merry del Val,
uomo severo sì, ma che riscontrai sempre perfettamente equilibrato ed equanime.
Testis XIV: Dñus
GUIDUS AURELI, ephemeridum scriptor, a. 75.
Il dott. Guido Aureli, era nipote del Card. Galimberti ( 1896) e di Mons. Maurizio
Galimberti, rettore dei Collegio Ghislieri di Roma, nominato da Pio X, nel 1907,
visitatore apostolico dei Seminari. Il teste dice di non aver conosciuto personalmente
il Servo di Dio e fu questa la ragione, forse, per cui la sua deposizione fu omessa
completamente nel Summarium. Ora sembra invece che detta deposizione meriti
di essere presa in considerazione. Si tratta anzitutto di un uomo che conobbe molto
bene l'ambiente romano, specialmente quello liberale, dato che al momento della elezione
di Pio X egli era direttore del noto giornale La Tribuna. Avvicinò
anche una quantità di persone che furono in rapporto col Servo di Dio e che
egli cita espressamente. Si mostra poi, non solo bene informato, ma molto equilibrato
miei giudizi e la sua deposizione porta l'eco degli apprezzamenti fatti sul pontificato
di Pio X nell'ambiente liberale, che di per sé non doveva essere il più
favorevole. Per tutte queste ragioni penso che sia utile riprodurre tutta la sua
deposizione.
Ad interr. 2, vol. I, 449. - Mi chiamo Guido Aureli, fu Vincenzo e fu Agnese
Galimberti, nato a Roma il 3 marzo 1869, cattolico, giornalista, in pensione, domiciliato
in piazza Navona 71.
Ad interr. 3, vol. I, 449. - Non ho parentela col Servo di Dio; nessuno mi
ha istruito. Non ho motivi umani nel deporre. Desidero la glorificazione dei S. di
D.
Ad interr. 4, vol. I, 449. - Non ho conosciuto personalmente il Servo di Dio;
ho avvicinato però persone che erano con lui in rapporti. Fra queste ricordo
il Card. Galimberti, mio zio; un altro mio zio, Mons. Maurizio Galimberti, Rettore
del Collegio Ghislieri; Mons. Benigni; il Card. Agliardi; il Caed. Merry del Val;
il prof. Riccardo Olivi; il dott. Zanetti, redattore-capo de L'Osservatore Romano.
Ad interr. 19, vol. I, 449-450. - È ben noto che quando il Servo di Dio
fu eletto alla sede Patriarcale di Venezia, il Governo Italiano negò da principio
il «Regio exequatur», appellandosi ad un preteso diritto di patronato,
già posseduto dai governo Austro-Ungarico. Mons. Galimberti, allora Nunzio
a Vienna, mi disse che, per sostenere il proprio punto di vista, il Governo Italiano
sperava nell' appoggio di quello Austriaco; ma il suo intervento riuscì a
far sì che l'Austria si disinteressasse della questione. A questo proposito,
ricordo che Mons. Galimberti aveva una particolare venerazione per il Sarto.
Ad interr. 20-24, vol. I, 450-451. - Al tempo in cui il Servo di Dio fu eletto
Papa, io ero redattore de La Tribuna e mi occupavo in modo particolare di
questioni politico-religiose, mantenendomi in contatti con redattori de L'Osservatore
Romano. Questa parte della mia missione fu quanto mai delicata durante il Pontificato
di Leone XIII, a causa dell'ambiente giornalistico estremamente ostile.
Il nuovo Pontefice, con la famosa I Enciclica, nella quale annunziò il suo
programma «Instaurare omnia in Christo», impressionò subito favorevolmente
il nostro ambiente notoriamente settario; cosicché io potei svolgere la mia
parte con più tranquillità e libertà.
Anche il Gabinetto presieduto da Giolitti rimase favorevolmente impressionato dal
nuovo Papa.
Ad interr. 25, vol. I, 451. - Fu quanto mai bene accetto alla popolazione
di Roma il tono di estrema semplicità e paternità instaurato dai Servo
di Dio in Vaticano. Il popolo poté liberamente accedère al cortile
della Pigna per ascoltare il Papa, che, la domenica, spiegava il S. Evangelo.
Si parlava anche molto, e con edificazione, della parentela che il Papa aveva lasciato
nella medesima condizione in cui si trovava.
Ad interr. 26, vol. I, 451. - Ricordo che fu universalmente ben commentata
la disposizione del Papa che i sacerdoti, che non avessero ufficio a Roma, dovessero
ritornare nelle proprie diocesi, e che gli studenti ecclesiastici dovessero risiedere
in istituti religiosi.
Ad interr. 27, vol. I, 451-452. - Nei riguardi della lotta contro il modernismo,
l'ambiente in cui io vivevo generalmente ne comprese l'opportunità e si rese
conto che il Papa personalmente se ne interessava e la dirigeva, con senso di equità
e di giustizia oltreché di longanimità assolutamente superiori.
Il movimento Eucaristico, promosso dal Papa, chiarì le idee a tanti dell'ambiente
laico, e mi consta di diversi massoni che sfidarono le ire della setta, ritornando
alla pratica dei Sacramenti.
Ad interr. 28-30, vol. I, 452. - Tutte le riforme attuate circa i seminari,
la disciplina del clero, le feste liturgiche e la Curia Romana, nella stampa liberale,
furono generalmente bene accolte.
Ad interr. 31, p. XXXII. - Rammento che l'azione della Segreteria particolare
del Papa veniva spesso attaccata da elementi modernisti, più o meno colpiti,
i quali sostenevano che essa oltrepassava i mandati e le competenze, e talvolta impediva
che i loro ricorsi ed appelli giungessero al Papa. Ma queste accuse mi risultarono
false in una inchiesta condotta per mio conto, per ragioni professionali.
Ad interr. 32, vol. I, 452. - Verso l'Italia, il Papa, fermo sui principii
e su ciò che vi era di fondamentale, creò un'atmosfera di distensione,
che fu il preludio della conciliazione tra Chiesa e Stato.
L'attenuazione del Non expedit salvò l'Italia dal predominio degli
elementi sovversivi.
Ad interr. 33, vol. I, 453. - Il Papa, nei riguardi delle questioni sociali
e dell'Azione Cattolica, volle che questi movimenti fossero sempre ispirati a principii
strettamente religiosi, curando peraltro che fossero difesi e protetti i diritti
degli operai.
Ad interr. 34, p. XXXII. - Ricordo l'esistenza del Sodalizio Piano, di cui
facevano parte Mons. Benigni, il P. Saubat, e un altro padre francese di cui non
ricordo il nome, e che ora è morto. Non saprei dire quale fosse lo scopo e
l'attività del sodalizio. Mons. Benigni, con cui ero in relazione, ebbe a
dirmi che le adunanze si tenevano in casa sua e che ne facevano parte solo ecclesiastici;
ma mi fece comprendere che non amava spiegarmi di più. Diversi anni dopo lessi
su una pubblicazione francese clic quel sodalizio si proponeva l'interpretazione
fedele del pensiero di Pio X di fronte al modernismo e all'attività della
«Action française».
Ad interr. 35, vol. I, 459. - Dal prof. Riccardo Olivi, molto protetto e amato
dal Servo di Dio, fin da quando era semplice prete, seppi che il Papa era rigidissimo
nell'amministrazione dei Beni Pontificii, e che questa amministrazione era molto
migliorata.
Ad interr. 36-63, vol. I, 459. - Non ho argomento per deporre sulle
singole virtù, non avendo avuto contatti personali con il Servo di Dio.
In generale devo dire che le sue virtù erano conosciute ed esaltate da tutti,
anche dall'umile popolo, che io avevo ragione di accostare per ufficio.
Ho già fatto notare quale impressione producevano le sue spiegazioni del Vangelo.
Io personalmente, nell'ascoltarlo, finivo con il rimanere attratto e quasi rapito,
sentendo la pace scendere nel mio cuore.
Ad interr. 64-65, vol. I, 460. - Era voce diffusa che il Servo di Dio, ancora
da vivo, facesse delle grazie; ma non potrei riferire particolari. Da molti fu ritenuto
che non senza ispirazione superna abbia molto tempo prima parlato del «guerrone»,
che incombeva sul mondo.
Ad interr. 70, vol. I, 460-461. - Ho sempre frequentato il sepolcro dei Servo
di Dio, e vi ho notato folla di persone di ogni ceto sociale, che invocano la sua
intercessione con fede commovente. Parlando di ciò a La Tribuna, il
mio collega Antonio Agresti, noto scrittore, anarchico e incredulo, mi chiese di
venire con me alla messa che il Card. Merry del Vai celebrava presso la tomba ogni
20 del mese. Venne e rimase profondamente e salutarmente commosso, tanto che volle
scrivere un bellissimo articolo, quale avrebbe potuto scrivere un fervoroso credente.
Sul letto di morte lo visitai e gli rievocai la cosa, ed egli mi chiese di introdurgli
un certo P. Gianfranceschi Seppi poi dalla signora (che era protestante) che si era
confessato, morendo riconciliato con Dio.
Ad interr 77-72, vol. I, 461 - La fama di santità è universale
e assolutamente genuina. Non conosco persone contrarie a questa fama.
Ad interr. 73, vol. I, 461-462. - Nel 1930 circa, un figlio del prof. Silvio
D'Amico, ancora in tenera età, gravemente malato di meningite, era stato spacciato
dai medici. Il professore mi chiese una reliquia di Pio X, ed io gli diedi un pezzo
di biancheria in mio possesso. Era verso sera; il mattino seguente il professore
venne a trovarmi e ad abbracciarmi, dicendomi che, applicata la tela al capo dell'infermo,
e recitatosi dagli astanti il Rosario, la malattia si era risolta e il medico subito
chiamato aveva dichiarato la guarigione.
Certa Domenica Porciani (viale della Stazione Vaticana 6), molto addolorata al pensiero
di poter da un momento all'altre morire per un cancro che l'affliggeva, e morire
senza aver fatto il matrimonio con l'uomo col quale conviveva, per nome Nicola Tomai,
su mio consiglio pregò insistentemente Pio X che risolvesse le sue questioni
e le desse di nuovo l'uso dei Sacramenti. Infatti, l'uomo accettò di fare
il matrimonio e di accostarsi ai Sacramenti, e la donna migliorò assai, tanto
che ritornò alla vita normale, e morì, per cancro, dopo circa quattro
anni.
Anch'io personalmente mi raccomando tante volte al Servo di Dio e posso dire di essere
stato sempre esaudito.
Non ho altro da aggiungere.
Testis XV: Rmus P. IULIUS
SAUBAT, Procurator Generalis Societatis Presbyterorum Ssmi Cordis Jesu de Bétharram,
a. 77.
Molti Revmi Consultori avranno conosciuto personalmente il P. Giulio Saubat, Consultore
per decenni di varie Congregazioni, Procuratore Generale dei Padri di Bétharram
e Postulatore della Causa di S. Michele Garicoïts, morto più che ottantenne
un paio di anni fa. Nato nella diocesi di Baiona, aveva un temperamento meridionale
molto vivace, ma fu ritenuto da tutti sacerdote pio, laborioso, integerrimo e colto.
Con Pio X egli ebbe vari rapporti, soprattutto quale Visitatore Apostolico, perciò
fu indotto come teste, tanto nel Processo Ordinario che in quello Apostolico. Alcune
deposizioni, fatte nell'Ordinario, sono riprodotte nel Summarium, a p. 401
s.; più ampie sono quelle dell'Apostolico, inserite nel Summarium,
a pp. 98-104.
Nel Processo Ordinario egli non parlò del Sodalitium Pianum, perché
non interrogato, e perché, come egli riferisce nell'Apostolico, non pensava
che se ne potesse fare un punto di difficoltà per la Causa di Pio X. Nel Processo
Apostolico invece fece una nutrita deposizione su Mons. Benigni e il Sodalitium
Pianum; ad essa aggiunse una specie di promemoria in iscritto, che il Tribunale
accolse e inserì nel Processo; aggiunse infine anche una serie di documenti
intorno alla questione in parola.
I documenti saranno riprodotti nella seconda parte di questo Summ. additionale,
fra i Documenta; riproduciamo invece qui per intero la deposizione propriamente
detta e l'annesso promemoria scritto, che ripete sostanzialmente le stesse cose,
ma con l'aggiunta di alcuni elementi e con maggior precisione di dati concreti.
Per la giusta valutazione di quanto il P. Saubat riferisce intorno al Sodalitium
Pianum si deve riflettere che, per quanto io sappia, egli è l'unico teste
comparso nei Processi che abbia fatto parte come membro effettivo del Sodalitium
Pianum, di cui fu anche segretario. Non si può quindi mettere in dubbio
il suo stato di informazione.
A) Deposizione del P. Saubat intorno al «Sodalitium Pianum».
La deposizione fa seguito alla parte riprodotta nel Summarium,
pp. 98-104, come 4° punto ivi annunziato (vedi p. 99): Scelta di certi cooperatori.
IV - Scelta di certi cooperatori
In prosequutione ad interr. 24-26, pp. XXXIII ss. - Tra i tanti addebiti
mossi al Pontificato di Pio X in genere e alla persona del Papa in specie, so che
c'è quello di essersi largamente servito di Mons. Umberto Benigni, e di un
certo «Sodalitium Pianum», da lui fondato e diretto.
Ho conosciuto intimamente e per lunghi anni Mons. Benigni e ho fatto parte del «Sodalitium
Pianum» di cui, al momento dell'estinzione, ero segretario, e perciò
ritengo di essere in dovere e di avere la competenza per parlare su questo argomento.
Mons. Umberto Benigni venne a Roma sotto il Pontificato di Leone XIII, verso il 1893.
Il Papa Leone lo aveva conosciuto a Perugia.
In Roma, Mons. Benigni emerse facilmente per la sua acuta intelligenza, per la sua
brillante e soda cultura in ogni campo, e per un complesso di doti che lo resero
veramente prezioso.
Per questo fu presto chiamato in Segreteria di Stato come Sottosegretario agli Affari
Ecclesiastici Straordinari. In tale qualità rese servizi utilissimi alla Chiesa.
Il Card. Merry del Val, allora Segretario di Stato, pregandomi di accettare di essere
corrispondente romano de L'Univers, manifestandogli io la mia titubanza per
non essere mai stato giornalista, mi inviò a Mons. Benigni, esortandomi a
consigliarmi con lui e a lasciarmi da lui indirizzare.
Da quei momento i miei contatti col Benigni divennero progressivamente più
frequenti e più intimi.
Posso dire che egli aveva il temperamento del poliziotto e del lottatore, anzi aveva
il gusto della lotta. Queste sue doti, messe a servizio della campagna giustamente
scatenata da Pio X contro il modernismo, portarono effetti sorprendenti.
Mai nella lotta furono usati mezzi illeciti o disonesti; però, tutte le arti
umane, anche le più scaltre, furono messe ai servizio della verità.
I colpiti gridarono forte e levarono la voce contro forme di spionaggio e poliziesche,
ma si deve rispondere che «a estremi mali vanno applicati estremi rimedi»,
e che scoprire e denunciare certe forme subdole di errore non è far la spia.
Quanto al «Sodalitium Pianum», si deve negare quello che i nemici personali
di Mons. Benigni hanno affermato e perfino stampato, che fosse, cioè, una
società segreta, che agisse con mezzi tenebrosi e che infine fosse condannata
dalla Santa Sede.
Dai documenti che presenterò si rileva che il «Sodalitiurn Pianum»
fu più volte approvato e lodato con autografi del Santo Padre Pio X e con
lettere della S. Congregazione Concistoriale.
Che il Sodalizio usasse mezzi segreti assai scaltri e talvolta polizieschi, attesto
che è vero; ma devo smentire che vi fosse nei nostri sistemi alcunché
d'illecito o di moralmente riprovevole. Debbo parimenti smentire, alla luce dei documenti,
che il Sodalizio fu condannato; esso fu semplicemente sciolto, con lettera della
S. Congregazione del Concilio del 15 novembre 1921, giustificata «dalle mutate
circostanze» dei tempi.
Come è noto, i modernisti scrivevano sotto altro nome e svolgevano azione
deleteria nelle forme più subdole. Furono queste forme che imposero alla Chiesa
una lotta su piano analogo, ed ho motivo di credere che un'infinità di raggiri
e di arti non sasarebbe stata messa a nudo, se non si fosse scesi a certi sistemi
di lotta. Si gridò da ogni parte contro Benigni; lo si accusò di poca
ortodossia, di cattivi costumi, ed anche di connivenza con la Massoneria.
Tutto ciò è falso. Le sue idee in ciò che riguarda la fede erano
sostanzialmente rette. La sua moralità incensurabile, per anni ed anni l'ho
seguito un po' dappertutto e l'ho avvicinato ad ogni ora, anche in certi periodi
in cui era presso di lui un cameriere, di cui egli si fidava molto ed io pochissimo,
il quale, perciò, mi vedeva con diffidenza; pur tuttavia mai potei scoprire
il minimo indizio di costumi meno che illibati. Egli soleva servirsi di quattro signorine
polacche assai attempate e molto pie, che conoscevano molte lingue e passavano tutta
la giornata con lui, svolgendo opera di segreteria nella copiosa corrispondenza che
egli, o per propria iniziativa, o per incarichi che riceveva dalla Segreteria di
Stato o da alti personaggi, doveva mantenere. Queste donne, a volte, erano anche
inviate qua e là a convegni ed a riunioni, per aver in mano fili di tante
trame.
Non intendo fare il panegirico di Mons. Benigni, né affermare che fosse senza
difetti.
Tutt'altro! Ne ebbe molti e gravi; commise certo degli eccessi, dovuti alle sue facili
collere e alle impulsività del suo carattere. Aveva talvolta parole violente
e perfino imprecazioni contro i suoi nemici. Credeva poco a certe santità,
come a quella del Bellarmino e di S. Ignazio, appoggiando le sue opinioni su documenti
storici ineccepibili. Criticò gravemente certi atti del Papa come personaggio
politico ecc. Alcune di queste manifestazioni furono posteriori al Pontificato di
Pio X: così, ad esempio, quanto ho accennato sul Bellarmino e sul Papa come
personaggio politico.
Il Benigni aveva conosciuto bene Mons. Giacomo Della Chiesa in Segreteria di Stato,
ed aveva di lui un concetto personale.
Gli altri suoi accennati difetti, sono difetti dell'uomo e non vedo come possano
riflettersi su Pio X.
Debbo anche mettere in rilievo che vi fu lotta stridente e costante tra il Benigni
e l'allora Mons. Gasparri Pietro; lotta che è durata fino alla fine del Benigni
e che era basata su diversità di vedute e di metodi, ma anche su qualche altra
cosa che io non conosco bene.
Nego finalmente che il Benigni fosse in intesa con la Massoneria. Egli l'ha sempre
combattuta e ne ha attraversato i disegni in mille modi, scatenando le sue ire e
dando luogo a campagne di stampa violentissime.
Egli non ebbe onori né denaro, contrariamente a quel che soleva accadere per
chi serviva direttamente o indirettamente la sètta. -
È stato anche detto che Benigni fu cacciato dalla Segreteria di Stato. Non
è vero; fu Briand, i cui iniqui disegni egli tante volte attraversò,
che fece insistentemente pervenire alla Segreteria di Stato, per vie più o
meno dirette, i suoi lamenti. Di fronte ad una situazione resasi difficile, e prospettatagli
dal Card. Merry del Val, egli si dimise spontaneamente, e fu creato per lui un posto
di più, per volontà del Papa Pio X, tra i Protonotari Apostolici di
numero Partecipanti.
Egli seguitò a rendere utili servigi alla causa della Fede e alle scienze
ecclesiastiche, e seguitò a fornire informazioni preziose al Card. Merry del
Val e ad altri Cardinali ed enti ecclesiastici, che gliene erano molto grati, come
mi risulta personalmente.
Rimase però sempre nell'ombra, abbandonato da tutti, spesso disprezzato e
nuovamente calunniato.
Egli rilevava, ma non si lamentava di tale abbandono.
B) Promemoria scritto, depositato dal P. Saubat nel Processo Apostolico (pp.
XLII ss.).
È il promemoria depositato dal P. Saubat nel Processo a seguito della sua
deposizione orale, come abbiamo detto sopra. Da notare che i molti puntini che s'incontrano
nel testo non rappresentano omissioni da noi fatte, ma si trovano nell'originale
e sono un elemento dello stile di P. Saubat.
Mgr Benigni est-il le «péché» de Pie X?
J'ai entendu reprocher à Pie X de s'être servi de Mgr Benigni. C'est
le cas et le moment de se souvenir: «qui facit veritatem, venit ad lucem».
J'ai connu Mgr Benigni à l'Apollinaire où il fut mon professeur d'histoire.
J'ai été mis en relation avec lui quand le Cardinal Merry del Val me
nomma correspondant officiel de L'Univers, pour éviter d'autres personnages
qu'on voulait lui imposer; comme j'arguais de mon incapacité, il me dit: «Allez
trouver Mgr Benigni, il vous aidera!». J'ai travaillé avec lui... Je
l'ai suivi jusqu'à sa mort... et après...
Il sera difficile de nier que Mgr Bènigni fut une grande intelligence.
Il avait eté remarqué à Perugia par le Card Pecci. Là
il fut le secrétaire de l'Archéveché. C'est à cause de
lui qu'il vint à Rome. Il fut l'un des premiers à voir le péril
que fut pour l'Eglise le Modernisme. Il l'avait vu se lever en Alemagne surtout
avec Harnack, - en Amérique avec le P. Hecker; il le vit se répandre
en France avec Loisy..., en Italie avec Murri... partout. - Les Allemands qui connaissaient
sa valeur et qui le redoutaient ont cherché à le perdre en livrant
les fameux papiers Junkes - un flamand passé aux Allemands en 1914 - qui fut,
un moment, un des aides de Mgr Benigni en Belgique. Bluf ridicule d'une Société
secrète, connue, approuvée par les plus hautes autorités,
et par lequel on chercha hypocritement à éclabousser le Pontife. Ce
sont ces papiers passés aux mains des pires ennemis de Mgr Benigni par M.
Mourret, St-Sulpice, qui ont déchaîné l'agitation que l'on fait
autour de la Cause de Pie X. Les Allemands en voulaient tellement à Mgr Benigni
- plutòt à son action - qu'un jour Pie X, au moment où Mgr Benigni
partait pour la Suisse, lui dit: «Je vous défends d'aller en Allemagne,
ils vous tueraient ». Après la publication de l'Encyclique sur
St Charles Borromée, le Ministre allemand vint faire une scène effroyable
à Mgr Benigni: «C'est votre guerre! Vous l'avez voulue! Vous l'aurez
et vous en repentirez!» - En France, même fureur provoquée pour
les mêmes motifs: sa valeur, son action puissante. - Oui, Mgr Benigni a vu
le mal du Modernisme, et il a aidé puissament Pie X à le combattre.
Mgr Benigni était une grande science: il avait une vaste culture.
Il avait la formation théologique voulue par le Card. Pecci: St Thomas.
Il a pu suivre l'hérésie moderniste sous toutes ses formes et
sur tous les terrains dogmatiques: Loisy... Leroy... Laberthonnière...
Il avait la science historique profonde et complète: il a pu suivre
tous les Duchesne... Il était de la Commission historique du St-Siège.
Il avait la science sociologique très étendue et basée
sur les principes les plus sûrs: St Thomas, Léon XIII. Il a suivi tous
les mouvements sociaux, en particulier la question des syndicats catholiques de Berlin
et ceux de Cologne, chrétiens... le Sillon... Naudet... Son histoire sociale
de l'Eglise le montrerait. Don Placido Lugano a dit, après le 1er volume,
«qu'il suffirait à illustrer un homme».
Il avait une immense science politique, acquise par ses études et surtout
par ses luttes comme journaliste. On sait que jusqu'à ses derniers moments
Léon XIII se faisait lire La voce della Verità de Benigni. Il
connaissait tous les hommes politiques d'Allemagne, de France, de Russie, d'Italie...
Le «petit Cavour» du Séminaire de Perugia était devenu
le «Cavour ecclésiastique» pour les journalistes.
Il avait un tempérament de curieux; n'est-ce pas Platon qui a dit que
la curiosité est le principe de la science? - de chercheur: il lisait
tout et retenait tout. Il a passé avec moi 3 jours à Holyhaed, île
d'Angleterre, en face du pays de Galles. Il trouva là une grammaire celtique;
en trois jours, ou plutôt trois nuits, il était capable de lire et de
comprendre cette langue.
Il avait un tempérament de policier: c'est vrai: il l'appliqua au service
de l'Eglise, et cela lui permit de faire beaucoup de bien pour la défense
de la foi... Que de fois j'ai entendu des journalistes dire: «Qu'il aurait
fait mal à l'Eglise s'il s'était mis contre elle!». Ici c'est
le point névralgique de Benigni: il convient d'insister.
Cette disposition naturelle et acquise lui permit de découvrir le mal dont
souffrait l'Eglise, ou qui la menaçait..., ses ennemis..., leurs manoeuvres
souterraines..., et de combattre les personnes et les doctrines en déjouant
les complots. Comment faire autrement avec un mal et un ennemi qui se cachaient,
qui semaient partout et à tout instant les embûches les plus redoutables,
sous les pas de Pie X, de la Religion, de ses défenseurs, qui prenaient toutes
sortes de visages et de moyens. - Quelques exemples: Loisy signait Isidore
Duprès, A. Firmin, François Jacobé, Jacques Simon; Tyrell
était le Dr Ernest Engels, Hilaire Bourdon; le fameux Turmel était
Dupin, Herzog, Lenain, Goulven Lezurec etc. et «devant Dieu» il déclarait
qu'il n'était ni «Dupin, ni Herzog». Quand l'abbé Saltet
le démasqua, ce fut un bon tapage. De même en Italie. La «Réponse
à l'Encyclique» était anonyme... La lettre du groupe de Catholiques
comprenant des personnages éminents adressée à Pie X avait fini
par avoir huit adhésions dont Mgr Lacroix, un étudiant suisse, et Sabatier
le protestant, et tous cachés. (Mon expérience, Houtin, p. 338);
Houtin signait Vidimus, Vettius, Pani Chèze, Parizet etc. Xenos (Histoire
du Cath. liber., Barbrier, p. 310); Boeglin: St Meran, Richeville, Lucens,
Tiber etc. Abbé Sifilet signe: Abbé E. Lefranc (IV, 318, 319),
un groupe de Prêtres catholiques; Abbé Melinge: d'Alta (IV, 326),
Abbé Meissas: Jean Vrai (IV, 326), Pierre Saintives (IV, 322)...
Autres exemples de leur tactique: Pie X avait imposé silence sous peine de
suspense, ipso facto, de toutes fonctions épiscopales, lors de la première
réunion des Evêques de France pour la Question des Cultuelles.
Le soir même Mgr Lacroix livrait tout à Houtin, et le lendemain
tous les documents paraissaient dans le Temps, le Réveil. Je
puis parler de leurs procédés, moi, contre lequel il y a eu une campagne
de presse commencée le même jour en France, en Allemagne, en Angleterre,
en Italie: le chef d'orchestre se trouvant à l'archevêché de
Paris... à propos des Visites Apostoliques.
Quels autres moyens employer avec ces gens-là qui n'avaient que l'hypocrisie,
la calomnie comme armes contre l'Eglise? Les «moyens» de Mgr Benigni
pouvaient faire remettre à Pie X la liste des prêtres modernistes de
Rome, écrite de la main de Murri... On peut le lire à la Secrétairerie
d'Etat, où le document se trouve.
Va-t-on dire: Espion... Pas digne de la majesté du Pontife. Espion, non: l'espion
est le mal au service du mal, pour le mal. Ici c'est la vigilance par les moyens
humains suffisamment honnêtes, pour le bien. Autrement il faudrait dire: espions
les Nonces qui sont chargés d'informer: espion le Secrétaire d'Etat
à qui tous les matins le Pape demande: Custos quid de nocte? Le Secrétaire
d'Etat passe par la scala regia: Benigni passait par la scala di servizio;
c'est toute la différence. Il est vrai qu'il pouvait y en avoir une autre:
celle d'informations plus utiles parce que les services de Benigni - plus humbles
e plus cachés - étaient plus habiles ou plus en état d'informer,
que ceux, plus officiels, du Secrétaire d'Etat.
Mgr Benigni avait le goût de la lutte... et il tappait fort... C'est
pour cela qu'on lui en voulait. Rien de comparable à la fureur de Briand contre
lui, et ses instances près du Nonce, pour qu'on l'en débarrasse. Briand
savait ce qu'il demandaitÖ Comme Benigni travaillait pour la Foi et l'Eglise, Pie
X - qui n'était pas sans avoir quelque affinité avec ce tempérament
- s'en servait.
Sur ces simples considérations, tout esprit impartial et surtout au courant
de la situation si pénible pour l'Eglise, sera amené à reconnaître,
toutes choses pesées, qu'il n'était aucune autre personnalité
aussi qualifiée que Mgr Benigni, pour conduire et soutenir, sur tous les terrains,
la lutte pour la défense de la Foi.
Pie X ne pouvait pas mieux choisir, vu les qualités de Mgr Benigni et
malgré ses défauts, qui bus ne s'étaient pas montrés
jusque-là.
Mgr Benigni a eu des défauts... Il a eu des imprudences... il a eu des excès...
Quelquefois - rarement même - ses ennemis s'y sont accrochés,
jusqu'à ce que, par là, ils aient obtenu sa chute.
Cela est vrai; c'est le fait de l'homme; ce furent surtout les défauts
de ses qualités. Il a manqué de délicatesse, de mesure. C'est
son fait, à lui, et non celui de Pie X. Il a surtout
comme excuse et comme légitimation qu'il avait à faire à aussi
fin que lui et surtoiit à plus perfide. Quelquefois il a dépassé
les intentions: c'est sûr... Mais au milieu de la bataille qu'il soutenait
presque seul, dans le corps-à-corps avec un ennemi méprisable
et puissant, il est excusable d'erreurs de tactique, surtout devant le nombre, la
force, la perfidie de ses ennemis.
Tout cela a pu être le fait de l'homme: on n'a pas le droit de dire que ce
fui le fait de ceux qu'il servait.
Mgr Benigni n'a pas seulement pour lui ces qualités naturelles, cette préparation
qui l'ont fait le right man in the right place; il a d'autres titres qui sont
à son honneur. D'abord la haine de la Massonerie, dos politiques antireligieux,
des Modernistes, des libéraux, démocrates... etc.
On juge un homme à ses ennemis... Les politiques surtout, en particulier
M. Briand, l'ont trouvé sur leur chemin les empêchant de réaliser
leurs projets ténébreux et perfides contre l'Eglise. Ils ont juré
sa perte; ils l'ont obtenue. Cependant il est juste pour l'histoire de dire qu'il
est parti de lui-même quand il a vu que sa politique n'était plus celle
de ses Supérieurs: il est parti pour rendre service. Il a donné
sa démission: elles nous a valu Sa Sainteté Pie XII, puisque Mgr Pacelli,
alors minutante, venait avertir Mgr Benigni de son prochain départ pour l'Amérique,
comme professeur de Droit Canon, dans une Université où il était
impatiemment attendu, quand Mgr Benigni lui annonça qu'il avait démissionné
et que c'était lui que le remplaçait. Tout cela je le sais sûrement:
c'est de l'histoire écrite.
Mgr Benigni a, pour lui, d'être parti alors que s'il avait voulu soutenir la
politique du Card. Gasparri, il aurait fait carrière: il avait assez
de talent pour aspirer à tout. Il ne serait pas mort l'oublié, le honni,
le calomnié qu'il a été; d'abord dans la presse allemande, au
point que le Card. Merry del Val dut intervenir. La Kölnische Volkszeitung
dut insérer la note qui voici: «Son Em. le Card. Merry del Val nous
fait savoir par l'Eminentissime Evêque d'Augsbourg, qu'à l'encontre
de nos correspondants, les affirmations de la correspondance à nous écrite
de Rome... sont et doivent être regardées comme fausses et calomnieuses
pour le St-Siège et ses fonctionnaires». Calomnié,
Mgr Benigni le fut toute sa vie et jusqu'à la fin, en particulier dans une
illustre Revue ecclésiastique - dont le Directeur avait d'autres raisons personnelles
pour l'attaquer - dénoncé comme instigateur d'une société
secrète contre l'Eglise, comme un viveur avec les laïques, et comme eux,
lui férocement abstème, presque comme un concubinaire. Ce qui à
ce moment fit dire au Card. Galli - à un de mes amis - «Benigni est
perdu: on va le frapper!».
C'est alors que je le décidai à publier les Documents de la Consistoriale,
les lettres et bénédictions de Pie X qui prouvaient... la calomnie;
ce qui retourna loyalement aussi le Card. Galli indigné contre la Revue qui
avait propagé ces calomnies... et qui, elle, n'a jamais rétracté!
On juge encore un homme à ses amis. Pour n'en nommer que quelques uns:
les Cardinaux Vivès, De Lai, Boggiani, Sevin, Mgr Sabadel (Pie de Langogne),
Caron, Gilbert, Volpi... les Pères Fontaine S. I., Castellain, Georges S.
R., Maignen, Ricart; les abbés Boulin, Barbier, Gaudeau... et combien d'autres!
Ce sont là des noms et des personnalités les plus honorables! ceux-là
indiscutablement - même par la Revue - dignes d'estime par leur vertu, leur
valeur intellectuelle, les services rendus à l'Eglise. Ils n'auraient pas
approché, encore moins utilisé ou servi Mgr Benigni, s'ils ne l'avaient
pas estimé; ils ne l'auraient pas aidé, si sa besogne n'avait
pas été pour le bien de l'Eglise!
Mgr Benigni a pour lui d'avoir vécu pauvre et d'être mort
pauvre. Il aurait pu se faire acheter, et l'on l'aurait payé fort cher!
Ce qu'il a su, il l'a employé à faire sa guerre sainte: livres, brochures,
revues, feuilles volantes, journal La Correspondance de Rome, lettres... On
a eu le courage de lui enlever la Capellania de 1000 lire annuelles qu'on lui avait
donné un moment; on lui a retiré sa charge de professeur à l'Académie
des Nobles, sans lui donner un sou. Le sachant dans la misère et avec des
dettes, je lui ai fait passer tout l'argent que j'ai pu trouver... Je lui ai porté
de l'argent de laïques émerveillés de sa campagne; 1000 lire d'un
Cardinal quand il fut malade. C'est à cause de ses dettes que son frère
a dû vendre ses Archives (pas toutes), et ceux qui les ont achetées,
par craintes personnelles, ont pu s'apercevoir que de terribles documents et papiers
- qu'on savait en sa possession -manquaient.
L'abandon, la calomnie, la pauvreté supportées dans le silence héroïquement,
puisqu'il aurait pu se venger, prouvent bien sa sincérité et sa fidélité
à Pie X.
Mgr Benigni a pour lui d'avoir souffert.
Il a connu l'abandon de tout le clergé romain, l'ingratitude de ses amis
et obligés. Ils l'ont quitté même quand ils ne l'ont plus craint,
ou quand ils n'ont plus espéré, de lui, des faveurs, ou quand ils ont
cru faire plaisir aux maîtres de l'heure.
On l'a attaqué dans sa vie privée. Avant de l'aider j'ai consulté
le P. Pie de Langogne qui m'a dit: «C'est un bon prêtre».
Je l'ai toujours connu ainsi... Il disait sa Messe: je lui ai longtemps fourni le
vin et les honoraires. Il avait un confesseur qui venait tous les 8 jours... quelqu'un
qui vit encore; il était à S. Carlo al Corso, du temps où lui-même
habitait dans ces parages. Je l'ai vu... je lui ai parlé. Puis ce fut un Père
Mercédaire de Piazza Buenos Ayres, que j'ai été prévenir
lors de sa dernière maladie... Ce dernier l'a confessé, communié
et extrémisé. Je n'ai jamais trouvé le moindre indice qu'il
se conduisait mal. Cela pour répondre à celui qui à tel moment
faisait taper à la machine une lettre à plusieurs exemplaires pour
dire - sans aucune preuve - qu'il se conduisait mal.
Ici je dois déclarer avec la même solennité que pour la foi,
que jamais je ne me suis aperçu qu'il y ait eu quelque chose de répréhensible
dans sa conduite morale. J'ajoute qu'après certaines dénunciations
faites à moi et à d'autres, par son domestique Domenico Bordi en qui
Benigni avait confiance, moi pas - j'ai été mis sur la méfiance.
Malgré cela je n'ai remarqué absolurnent non, à aucun moment.
En toute hypothèse, l'accusation ne portait que sur les derniers temps
de sa vie, et non du temps de Pie X; la distinction est de toute importance..
Si Mgr Benigni est mort abandonné et honni du clergé, il a été
entouré jusqu'à la fin, de l'estime et de l'amitié de laïques
très haut placés: ceux-là avaient honte en pensant à
la façon dont il était traité par les prêtres; ils
comprenaient bien le motif: sa supériorité par ses talents.
Aussi quel enterrement! foule de laïques... 7 ou 8 Sénateurs,
12 à 15 députés, légion de journalistes et même...
11 carabiniers «in alta divisa» qui faisaient la haie. Comme clergé,
2 prêtres: le P. Jeoffroid et moi. Le Card. Gasparri m'a fait payer ma fidélité
à cette haute personalité que j'ai vue toujours à
l'oeuvre pour le bien de l'Eglise et par attachement à Pie X: et j'en ai été
fier!
A la fin de ces considérations c'est justice de se poser la question: quels
résultats a eus cette action de Mgr Benigni? Car on juge l'arbre à
ses fruits... et, cum grano salis, la fin obtenue justifie les moyens.
Mgr Benigni a rendu les plus grands et les plus heureux services à l'Eglise...
Ce sont les ennemis qui doivent parler.
Du Journal, organe plutôt anticlérical de France: «Vu dans
la lumière des Chancelleries, Pie X étonne et déconcerte: il
est en querelle avec tous les Etats; il laisse tomber les derniers privilèges
offerts à l'Eglise de France au risque de briser les autels dans la chute
des parvis; il se brouille avec la catholique Espagne (Canalejas); il est
en querelle avec l'Autriche. La Bavière catholique se révolte contre
lui. Les Républiques de l'Amérique répondent par des moqueries
aux actes de son autorité.
Et cependant aucun de ces gestes humainement malheureux ne nuit à l'Eglise?
Le Catholicisme a en France une vigueur de renouveau dont tous restent étonnés;
l'Espagne finit par signer un Concordat favorable à la Foi; la Monarchie autrichienne
donne au monde, en 1912, le spectacle d'un triomphe catholique digne de Moyen-Age
par le décor et la pensée.
Les catholiques de Bavière se soumettent et le Brésil trame au pied
du trône pontifical les agenouillements de son repentir». Mgr Benigni
a eu sa part à ce triomphe de la politique de Pie X.
Le Modernisme a été la grande question qui a occupé tout le
règne de Pie X. Contre lui il a livré sa plus grande bataille, qui
a été menée par Mgr Benigni.
Qu'en est-il résulté? Ce sont encore les ennemis qui doivent le dire.
(Le Modernisme dans l'Eglise: Jules Rivière, docteur en théologie,
prof. à l'Université de Strasbourg, p. 258): «Dès ce moment-là
(Motu proprio Sacrorum Antistitum) tout en effet, autorise à considérer
le Modernisme comme disparu».
«Il n'y a pas de doute possible en ce qui concerne l'état extérieur
de l'Eglise. Aussi bien le fait est-il reconnu par les témoins les plus intéressés
à y contredire. Un coup d'oeil jeté sur la catholicité en 1911,
huit ans après l'avènement de Pie X, suffisait, d'après A. Houtin
(un prêtre moderniste défroqué) pour constater que le Souverain
Pontife y avait presque entièrement rétabli l'ordre théologique.
Presque partout il avait réussi à écraser les novateurs».
«M. Schnitzer établit avec plus de précision et non moins de
pessimisme le bilan de l'affaire au début de l'année suivante: "En
France le Modernisme semble entièrement mort; en Italie non plus il ne bouge
pas davantage; en Allemagne il est rentré dans le rang". Venue d'arbitres
aussi peu suspects, cette constatation de la debâcle a tous les airs d'un communiqué».
Devant ces aveux qui proclament un grand résultat, le triomphe de la politique
religieuse de Pie X, on pense à Mgr Benigni et à ceux qui l'ont aidé
à combattre le bon combat et on se prend à répéter le
mot qui termine la vieille épopée provençale:
Sont morts les bâtisseurs, mais le Temple est bâti
Au front de la Tour Magne, le saint Signal a lui.
Un dernier mot pour une dernière explication. On m'a démandé
pourquoi je n'avais pas parlé de Benigni, dans ma déposition au Procès
Informatif? Parce que je ne savais pas alors que Pie X serait attaqué comme
il l'a été. Les attaques se sont fait jour surtout ces derniers temps.
L'opposition à la cause - que l'on a bien constatée au moment de l'introduction
- a fait flèche le tout bois contre lui. La fidélité aussi -
et je tiens à en être - a tiré toutes ses armes pour sa défense,
soutenue par S. S. Pie XII, dont le beau geste a réjoui vivement la catholicité
entière.
Tout ceci est dit sous la foi du serment pour que tombe la dernière calomnie
à savoir que Benigni a été le péché de Pie
X.
En réalité il a été son bon serviteur... Pie X a
été bien inspiré en l'associant à son oeuvre de restauration
religieuse.
On va penser: c'est le panégyrique de Mgr Benigni! C'est peut-être sa
justification: il la méritait! C'est surtout la justification de Pie X; au
lieu de dire que c'est son péché, on pourra penser que c'est
une très bonne action de Pie X; ce qu'il faillait démontrer.
Sous la foi du serment
Jules Saubat S. C. I.
Testis XXIX (XII ex officio):
Revmus P. HENRICUS JEOFFROID, Procurator Generalis Congr. Fratrum a S. Vincentio
de Paulo, ann. 64.
Una breve deposizione del teste è nel Summarium, p. 123 s. Essendo
stato egli in relazioni amichevoli con Mons. Benigni, riportiamo qui la sua breve
deposizione intorno al Sodalitium Pianum.
Ad interr. 24 et ss., p. civ. - Posso anche dire qualche cosa di particolare
circa il «Sodalitium Pianum», essendo stato amico di Mons. Benigni e
avendo conosciuto bene vari membri del Sodalizio, tutti ottimi sacerdoti, come il
P. Mignon, il P. Rollin, il P. Oriello, il P. Castellain. Il Sodalizio fu promosso
con intenzioni del tutto rette, nell'intento d'informare la Santa Sede sopra i movimenti
spesso subdoli delle tendenze erronee. Monsignor Benigni l'organizzò con sistemi
di indagine del tutto moderni e rese servigi preziosissimi alla verità, di
cui egli era appassionato amico. Il Santo Padre benedisse e favorì in ogni
modo l'attività del Sodalizio.
Testis XXVI: Rmus Dñus
IOSEPHUS PESCINI, Canonicus Liberianus, ann. 70.
Mons. Pescini, Segretario particolare del Servo di Dio già a Venezia e poi
durante tutto il Pontificato, fa una lunga deposizione, riportata largamente nel
Summarium, pp. 125-150. Aggiungiamo quanto egli riferisce con precisione sul
funzionamento della Segreteria particolare di cui egli, dopo Mons. Bressan, fu attore
principale.
Ad interr. 31, p. CVIII. - Già nei primi giorni del Pontificato, dovendo
attendere a numerosa e varia corrispondenza, il Santo Padre pensò di dare
degli aiuti a Mons. Bressan, e scelse un certo Mons. Francesco Gasoni e Mons. Attilio
Bianchi. Dopo qualche giorno fui chiamato anch'io, nelle circostanze che ho già
esposto.
Noi quattro, dunque, formammo la Segreteria particolare del Papa, sotto la direzione
di Mons. Bressan, che aveva la firma.
Si aprivano le lettere che giungevano al Papa; alcune di queste lettere erano sigillate
in una seconda busta e dovevano consegnarsi chiuse.
Spesso il Papa preparava da sè la risposta e consegnava tale risposta chiusa,
in busta, alla Segreteria per la spedizione, sicché noi venivamo ad ignorare
perfettamente gli affari così trattati.
I casi comuni, che erano di competenza di qualche Congregazione o Ufficio, venivano
rimessi ai Dicasteri competenti, dopo di essere stati protocollati in Segreteria,
di modo che, se in seguito provenivano lamenti di mancata risposta, noi potevamo
sollecitare i vari Dicasteri, attraverso il numero di protocollo esistente in Segreteria.
Diversi altri casi, a giudizio di Mons. Bressan, venivano presentati direttamente
al Papa.
Il Papa, la mattina seguente, restituiva le lettere con la sua mente espressa in
inscritto e brevemente, per la risposta.
Era perciò praticamente impossibile, atteso il sistema, influire sulle decisioni
del Papa o rispondere di proprio arbitrio, o mettere alcunché di proprio nelle
risposte, giacché il Papa non ascoltava relazioni a voce, ma voleva tutto
vedere di persona, e dare da sè, e in iscritto, la sostanza della risposta.
Cade perciò la frequente insinuazione, ripetuta anche da personaggi assai
qualificati, che la Segreteria particolare portasse il Papa a dare risposte e indirizzi
che egli da sè stesso non avrebbe dato.
Faccio notare che tutte le risposte della Segreteria erano diligentemente protocollate,
con un sistema molto ordinato, suggerito da Mons. Vincenzo M. Ungherini, stato già
addetto alla Segreteria particolare di Leone XIII.
Gli ultimi anni del pontificato, cominciò a spargersi la voce che il Papa
facesse miracoli e di conseguenza affluì una grandissima quantità di
lettere che imploravano una speciale benedizione.
Queste benedizioni venivano sempre inviate d'ordine del Papa e accompagnate con buone
parole di esortazione alla preghiera e alla fede. Tali benedizioni venivano richieste
da ogni parte del mondo, perfino dall'Australia ed anche da paesi non cattolici.
Più volte giunsero fervidi ringraziamenti per grazie ricevute. Il Papa, quando
ne era da noi informato, non se ne meravigliava affatto e rispondeva semplicemente
che tutto era dovuto alla fede del richiedente.
Aggiungo da ultimo che regnò sempre la più grande e cordiale armonia
tra i membri della Segreteria; ciò che, a parer mio, torna a lode del Papa,
che seppe scegliere persone che corrispondevano docilmente alle sue vedute.
Testis XXIX (XIV ex officio):
Revmus Dñus CAROLUS RESPIGHI, Prot. Apost. ac Caeremoniarum pontif.
Praefectus.
Le deposizioni fatte dal compianto Mons. Respighi nel Processo Apostolico sono riportate,
in parte, nel Summarium, pp. 150-152. Le completiamo con altri tre brani,
nel primo dei quali egli riferisce, di propria scienza, un grazioso episodio del
Card. Sarto durante i funerali di Leone XIII; nel secondo ci dà invece una
notizia importante e sicura, che cioè Mons. Faberi, nella parte che ebbe per
la riforma del Vicariato, voluta dal Servo di Dio e criticata allora o mal sopportata
da non pochi, agì sempre in pieno accordo col Cardinal Vicario, S. Em. Respighi,
zio dello stesso Mons. Respighi; nel terzo brano finalmente Mons. Respighi riferisce
il fatto della deposizione di Mons. Umberto Fracassini dall'ufficio di Rettore del
Seminario di Perugia e della chiusura poi dello stesso Seminario, per concludere
che Pio X, secondo lui, «talvolta prendeva gravi provvedimenti o non bene informato
o senza aver sufficientemente vagliato le informazioni che gli pervenivano».
Ora se Mons. Respighi avesse conosciuto il voluminoso incartamento esistente alla
S. Congr. Concistoriale sul Seminario di Perugia, non avrebbe avanzato certamente
quell'affermazione, poiché non mancano le prove documentario di deviazioni
modernistiche a Perugia e nel suo Seminario.
Ad interr. 23, vol. II, 957. - Nei giorni precedenti al Conclave, qui
in Roma, ebbe a manifestarsi il suo vivo dolore per la morte di Leone XIII.
Il giorno seguente alla tumulazione del suo Predecessore, ebbe ad esprimermi il suo
rammarico per aver visto i sampietrini spingere la cassa del Papa defunto nel loculo
con un calcio.
E mi disse: «Hai visto, Don Carletto, come finiscono i Papi? Con un calcetto!».
Mi disse anche che sperava che il nuovo Papa sarebbe stato eletto presto, perché
«la Chiesa senza il Papa è un corpo senza capo».
Aggiunse: «Io però ho preso il biglietto di andata e ritorno, perché
voglio ritornarmene presto a Venezia». E mi mostrò il biglietto.
Fui tra i primi a baciargli il piede, appena aperto il Conclave. Lo trovai profondamente
commosso e abbattuto. Mi disse: «Pensiamo al calcetto!».
Ad interr. 26, vol. II, 958-960. - Il Servo di Dio, essendo stato molti
anni Vescovo, fatto Papa si prese subito grandissima cura dell'incremento spirituale
della popolazione di Roma e dell'Agro Romano. Per avere un'idea esatta delle possibilità
e dei bisogni, indisse la Visita Apostolica, con il particolare criterio di riformare
le parrocchie nei senso di sopprimerne alcune centrali e troppo fitte e di crearne
altre nella periferia, e nell'Agro.
Eresse nuove chiese e prese parte personale attivissima a questa riforma della vita
religiosa delle parrocchie, che tornò molto fruttuosa.
Dopo ciò, pensò che il Vicariato di Roma dovesse essere riorganizzato
su basi più ampie, e perciò gli diede una sede materiale più
degna e ne riordinò le cariche, mediante la Costituzione Etsi Nos.
Fu anche dovuto alla sua personale iniziativa l'allontanamento da Roma di molti
sacerdoti che non avevano titolo sufficiente per rimanervi.
In tutta questa attività, si servì ampiamente, come è noto,
di Mons. Francesco Faberi, il quale, come mi consta personalmente, agiva in perfetta
armonia col Card. Vicario Respighi.
Dopo attuata la riforma del Vicariato, sorsero in Roma delle voci e dei lamenti,
anche a causa del trattamento economico che veniva previsto per gli addetti al Vicariato,
e perciò fu nominata una Commissione Cardinalizia di inchiesta.
Ricordo che, quando il Card. Respighi ebbe la lettera di comunicazione, rimase molto
male, anche perché, essendo andato in udienza il giorno avanti, il Papa non
gliene aveva fatto parola. Offrì dunque le sue dimissioni, ma il Papa non
le accettò, anzi lo annoverò trai Cardinali componenti la commissione.
In occasione dell'inchiesta, venne rimosso Mons. Cisterna da Amministratore del Vicariato.
Egli era stato il principale autore della riforma dal punto di vista economico, e,
invitato dalla Commissione Cardinalizia, non volle manifestare da chi aveva appreso
notizia dei ruoli degli impiegati della Santa Sede.
Nei riguardi delle Diocesi suburbicarie, il Papa si preoccupò molto dello
stato spirituale disagiato di quelle popolazioni e pensò che non ultima causa
di questo fosse l'assenza del Vescovo residenziale, dato che il Cardinale Ordinario
deve risiedere in Curia ed attendere ad altri uffici.
Pubblicò perciò un Motu Proprio con il quale praticamente riservava
al Cardinale Suburbicario solo certi onori, lasciando gli oneri e la giurisdizione
ad un Vescovo residenziale.
L'intenzione fu certo ottima, ma la cosa rimase praticamente inattuata.
Ad interr. 27, vol. III, 966-968. - Dei punti toccati da questo interrogatorio
posso dire qualche cosa soltanto quanto al Modernismo.
Mi riferisco alle conseguenze di una Visita Apostolica ordinata all'Archidiocesi
e particolarmente al Seminario di Perugia, che era stato - secondo me a torto - dipinto
come un covo di modernisti.
Il Passionista Pietro Paolo Moreschini fu incaricato della visita. Dietro le sue
referenze, fu rimosso bruscamente il Rettore del Seminario Mons. Umberto Fracassini,
persona degnissima, contro il quale si erano diretti gli strali di molti in Perugia.
Faccio notare che il Visitatore interpellò molti, ma non sentì il bisogno
di interrogare il Fracassini, il quale, presentatosi spontaneamente, fu lasciato
parlare.
Un anno o due dopo tale rimozione, la Concistoriale inviò un nuovo visitatore
nella persona di Mons Vizzini, il quale si introdusse nelle aule scolastiche senza
alcun preavviso né presentazione da parte dell'Arcivescovo. Questo sistema
urtò molto gli insegnanti e ne derivarono spiacevoli inconvenienti.
Dopo ciò fu ordinata la chiusura del Seminario.
Il Fracassini rimase dignitosamente nell'ombra dei suoi studi fino alla sua morte.
Ho riferito questo episodio perché mi sembra che da questo appaia che il Santo
Padre talvolta prendeva gravi provvedimenti o non bene informato o senza aver sufficientemente
vagliato le informazioni che gli pervenivano.
Era poi voce comune che il Papa fosse facile a certe influenze, particolarmente del
Card. De Lai e del Card. Merry del Val.
Testis XXXV (XIX ex officio):
Revmus PAULUS DE TÖTH, in dioec. Faesulana parochus, an. 65.
Le deposizioni del de Töth sono riferite nel Summarium, pp. 176-181.
Aggiungiamo quanto egli riferisce del Sodalitium Pianum, di cui egli
non fu membro, ma che conobbe bene per l'amicizia che lo legava a Mons. Benigni.
Ad interr. 34, p. cxviii. - Conosco bene le vicende del «Sodalizio
Piano», del quale però non ho fatto parte ufficialmente. So, per esser
io stato molto amico e intimo collaboratore di Monsignor Umberto Benigni, che questi
ne fu ideatore e ne sollecitò la fondazione presso il Papa, nell'intento di
fornire alla Santa Sede informazioni sicure sopra il movimento modernistico nei vari
paesi, in quei tempi tristissimi, nei quali l'eresia usava sistemi tattici le cui
fila erano segrete. Per queste e anche per informazioni di altro genere, di natura
religiosa e politico-sociale, il Sodalizio venne fondato e approvato dal Santo Padre
che elargì anche indulgenze agli appartenenti. Fu questa l'unica retribuzione
per i sodali, i quali furono sempre in numero assai ristretto (una dozzina circa)
e presieduti da Mons. Benigni stesso.
Questo Monsignore fu per diversi anni nella Segreteria di Stato, poi ne fu allontanato
sotto vari sospetti (che ritengo infondati e falsi) e rimase in disparte, pubblicamente
vilipeso e calunniato, fino alla morte. Morì povero, e questa è una
delle sue migliori glorie e delle più significative prove della sua onestà
e lealtà. Egli pronunziava, a volte, delle frasi che potevano farlo sembrare
scettico, ma chi lo conosceva a fondo, come il sottoscritto, deve giudicarlo uomo
di integra fede.
Il Sodalizio rese alla Santa Sede insigni servizi, e la Segreteria di Stato se ne
servì largamente, e così poté conoscere certi uomini e certe
mene del Congresso cristiano di Berlino, poté avere preziose informazioni
sullo stato dei cattolici in Russia e altre notizie delicatissime. Certo, per arrivare
a questi risultati, vi dovettero essere dei cifrari ed agire in modo segreto ma nego
che si trattasse, come si è andato dicendo falsamente, di società segreta,
che agisce con sistemi delatori e comunque illeciti. A certi sistemi usati in campo
avverso, bisognò, entro i limiti del lecito, opporre sistemi simili allo scopo
di sventare tante insidie.
Con disposizione della S. Congregazione del Concilio il Sodalizio fu sciolto nel
1916 [corrige 1921]; ma già da vari anni non funzionava quasi più,
sia a causa della guerra, sia perché i suoi membri erano quasi tutti passati
a miglior vita.
Accennando ad una lettera di Pio X al conte Medalago-Albani, in data 19 aprile 1912,
nella quale il Papa scrive fra l'altro: «Quanto alla raccomandazione da farsi
ai Vescovi si studierà il modo di render pubblico il desiderio della Santa
Sede, magari con una lettera a qualcuno di loro, seppur non diranno (come si usa
adesso) che non rispecchia il volere del Papa, ma quello di Don Bressan o del guardiano
dei giardini», il de Töth aggiunge:
Ibidem, p. CXXI. - Importantissima per le confusioni e accuse tra il Papa
e la sua segreteria particolare. Pio X pensava ad una lettera ai Vescovi o a qualcuno
di essi per muoverli all'opera e alla obbedienza, ma prevedeva che si sarebbe detto
«come si usa adesso dire, che non rispecchia il volere dei Papa, ma di Don
Bressan o del guardiano dei giardini». Notabene: Quante accuse stoltissime,
quante critiche di gente interessata a demolire l'opera di Pio X contro la segreteria
particolare da lui adoperata per far arrivare ad una o altra persona le sue volontà
e i suoi consigli. Forse che il Papa non era in diritto di servirsi dell'opera di
segretari? Quelle accuse avrebbero avuto un fondamento quando gli uomini di fiducia
di Pio X avessero sorpassato il pensiero e la volontà del padrone; quando
nelle lettere particolari ci fosse stato qualcosa di contrario e in contrasto col
pensiero e le direttive degli atti pubblici. Invece quelle lettere non erano che
un rincalzo a questi.
IV
EXCERPTA EX PROCESSU APOSTOLICO VENETIARUM (1944-1946)
1
Testis I: Excmus Dñus IOANNES JEREMICH, Episcopus tit. Auxiliaris et Vic.
Generalis Patriarchatus Venetiarum, ann. 69.
Mons. Jeremich fu in stretta consuetudine col Servo di Dio Patriarca di Venezia e
anche durante il Pontificato fu ricevuto molte volte in udienza. La. sua deposizione
è stata ampiamente riprodotta nel Summarium, pp. 482-513. Aggiungiamo
qui un brano relativo alla Segreteria particolare.
Ad interr. 31, p. 7. - Mi consta di scienza personale che il Servo di Dio
si serviva di alcune persone fidate, che formavano una piccola segreteria, per il
disbrigo di affari che egli riteneva di poco momento, mentre gli affari di certa
importanza li faceva rimettere ai competenti Uffici, o Congregazioni romane. Se ne
serviva anche per le cose che avevano carattere intimo e che egli non voleva avessero
ad avere una certa pubblicità, nei quali casi, che erano rari, egli stesso
dettava le decisioni o le risposte da dare. Ciò rispondeva all'indole del
Servo di Dio, che, per così esprimermi, non amava la burocrazia.
Questa segreteriola era composta dai Monsignori Bressan e Pescini, coadiuvati da
alcuni Monsignori (due o tre) che erano stati cappellani segreti di Leone XIII, persone
distintissime e intelligenti che godevano la piena fiducia del Pontefice ed avevano
anche grande esperienza. Di questi ultimi non ricordo il nome.
La segretariola aveva un ufficio particolare, situato sotto l'appartamento privato
del Pontefice. Il lavoro era rilevante e teneva occupate le dette persone tutte le
mattine.
A domanda del Sottopromotore il teste dà queste ulteriori spiegazioni:
Ordinariamente la segretariola trattava cose di carattere privato, come benedizioni,
grazie da concedere, ringraziamenti per omaggi di libri ecc. Talvolta però
si ëtrattava di risposte a domande fatte al Sommo Pontefice per conoscerne il pensiero
in cose anche di importanza, in materia di politica o dottrinale, di carattere pratico
o privato. Ho sentito dire che qualche osservazione si faceva intorno all'attività
di questa segretariola, la quale si riteneva si fosse sostituita alla Segreteria
di Stato, almeno in parte. Penso che il Servo di Dio agisse tanto più liberamente
in questo modo, in quanto era legato da profonda amicizia col suo segretario di Stato,
Cardinale Merry del Val.
V
EXCERPTA EX PROCESSU APOSTOLICO TARVISINO (1944-1946)
1
Testis XI: Revmus Dñus LUDOVICUS PAROLIN, parochus, ann. 64.
Mons. Parolin era figlio di una nipote del Servo di Dio ed ebbe con lui molti contatti.
Durante il pontificato di Pio X veniva a Roma ogni anno e vi rimaneva una diecina
di giorni. La sua deposizione è riportata nel Summarium, pp. 761-768.
Aggiungiamo un brano sulla Segreteria particolare.
Ad interr. 31, p. 828. - So che il Santo Padre aveva una segreteria privata,
composta dei quattro Monsignori: Bressan, Pescini, Bianchi e Gasoni. Il vero capo
però era Mons. Bressan. In questa segreteria, oltre alle cose strettamente
familiari del Santo Padre, se ne trattavano anche altre che per il passato erano
di competenza della Segreteria dello Stato, come per es. l'approvazione e la lode
all'autore di qualche libro da poco pubblicato, qualche autografo di qualche importanza,
telegrammi di benedizioni per circostanze solenni di vita religiosa, ecc. Ora questo
modo di agire urtò alcuni membri della Segreteria di Stato, i quali non nascosero
il loro malcontento, ritenendo che fosse una invadenza indebita negli affari di loro
competenza. Di qui forse il nome di «segretariola».
Nello stesso ambiente della Segreteria di Stato si incolpava Mons. Bressan, ma si
scusava invece il Santo Padre, il quale, per la stia naturale condiscendenza e per
non disgustare i suoi affezionati e fedeli segretari, non dava certa importanza alle
questioni di forma. Quando io mi trovavo a Roma, mi sono intrattenuto più
volte in questa piccola segreteria, e ho visto all'opera i Monsignori suddetti. Ho
anche assistito a qualche piccolo screzio tra Mons. Bressan e Mons. Pescini, che
determinava magari un frizzo, senza però lasciare conseguenze. Io penso che
il Santo Padre abbbia lasciato sorgere ed agire questa piccola segreteria per il
naturale bisogno che egli sentiva di familiarità, aliena dal sussiego delle
vie burocratiche.
NOTE
1 Vedi Documenta,
cap. III, Doc. 20 b). Il testo presentato dal Card. Gasparri è
quello degli Statuti modificati nel 1915.
2 Riguardo a questo testo vedi l'introduzione al cap. III dei Documenti, n.
3, 6.
3 Questo cifrario citato del Card. Gasparri non fu inserito nel Processo.
Riguardo al medesimo si veda parimente l'introduzione al cap. III dei Documenti,
n. 3, 5.
4 Vedi Documenti, cap. III, n. 29.
5 Vedi Documenti, cap. III, n. 30 b). La data della circolare
è del 1° dicembre 1921.
6 Nel foglio G. il Card. Gasparri presenta i documenti che noi riproduciamo dagli
originali nel cap. III dei Documenti, un. 1, 2, 18, 11, 23 b).