SUMMARIUM ADDITIONALE

PARS PRIMA
EXCERPTA EX PROCESSIBUS

Come abbiamo accennato nella Disquisitio, il Summarium additionale si compone di due parti. Nella prima parte riportiamo un certo numero di deposizioni tolte dai Processi ordinari ed apostolici, omesse nel Summarium super virtutibus, ma utili ad illustrare le questioni prese in esame; nella seconda parte saranno raccolti invece documenti o fonti scritte intorno alle stesse questioni.
In questa prima parte diamo alcune deposizioni dei Processo Ordinario Romano, una del Processo Ordinario di Treviso, copiose deposizioni del Processo Apostolico Romano, una del Processo Apostolico di Venezia ed una finalmente del Processo Apostolico di Treviso.

I

EXCERPTA EX PROCESSU ORDINARIO ROMANO
(1923-1931)

1

Testis V: Rmus Dñus IOSEPH PESCINI, Canonicus Liberianus, iam Servi Dei Secretarius particularis, ann. 49.

Di Mons. Pescini sono state riprodotte largamente, nel Summarium super virtutibus, le deposizioni fatte nel Processo Apostolico (Summ., pp. 125-150); sono state omesse invece, come superflue, le deposizioni da lui fatte nel Processo Ordinario. Ora, nel Processo Ordinario egli ci racconta un episodio che mette in evidenza un lato, d'altronde noto, ma tanto prezioso, del Servo di Dio: la sua bontà cioè anche verso le persone che gli avevano recato dei dispiaceri. Crediamo utile riprodurre questa deposizione.

Ad interr. 17, vol. I, foll. 319-321. - Ricordo di un altro sacerdote, D. Pietro Pazzini, alunno della parrocchia di S. Luca in Venezia. Questo sacerdote proveniva dall'ordine dei Somaschi, che aveva abbandonati ancora chierico, per divergenza col suo superiore, P. Giuseppe Palmieri, rettore allora del Collegio Emiliani in Venezia. Il Patriarca Agostini, all'uscita dall'ordine di questo chierico, l'accolse nel suo Seminario, e l'ordinò sacerdote. Alla venuta del Patriarca Sarto in Venezia, il Pazzini chiese ed ottenne di recarsi a Roma per prendere la laurea in Diritto, laurea che conseguì dopo due anni di studio in Roma.
Il Pazzini durante il tempo che fu a Roma continuò a godere di un beneficio nella suddetta parrocchia, beneficio che l'obbligava alla cura d'anime e quindi alla residenza. Il Servo di Dio, dopo che il Pazzini ebbe conseguita la laurea, lo invitò a tornare in diocesi. Egli però cercava di temporeggiare, adducendo pretesti. Siccome la cosa non si decideva, il Servo di Dio invitò il Pazzini a decidersi o per il ritorno o per la rinunzia al beneficio. A questa intimazione egli rispose arrogantemente e pretendeva insieme anche tutti gli incerti, soliti a darsi ai cooperatori che prendono parte diretta alle funzioni della parrocchia, che nei due anni non aveva percepito. E qualora il Servo di Dio avesse insistito per il suo ritorno a Venezia o per la sua rinunzia al beneficio, egli avrebbe ricorso alla S. Congregazione del Concilio. E a questo fine si mise subito all'opera procurandosi dei protettori, com'egli scrisse a qualcuno di Venezia. In questo frattempo il Pazzini lavorò ai danni del Patriarca per la Causa del sac. Tressich che era già venuto a Roma, come è stato detto più sopra. E di questo ne era edotto il Servo di Dio. Il Patriarca intanto scrisse al Pazzini che egli era ben contento che adisse i Tribunali Ecclesiastici. E ciò il Servo di Dio disse a me e ad altri, soggiungendo che così si sarebbe fatta maggior luce sull'una e sull'altra questione.
Il Pazzini stando a Roma lavorava per poter ottenere un posto nelle Congregazioni romane, e a tale scopo fece il concorso a Propaganda per aver un posto da Minutante. Egli era riuscito al concorso ed aveva ottenuto il posto, per il quale mancava ancora la conferma del Papa. In questo tempo avvenne la morte di Leone XIII e l'elezione del Patriarca Sarto a Pontefice. Questa elezione mise il Pazzini in uno stato di grande orgasmo, perché temeva che le sue speranze fossero d'un tratto crollate. Questo affermò a me una sera nei primi giorni del Pontificato di Pio X; in un incontro che ebbi con lui. Egli mi supplicò se potevo far qualche cosa per lui. Io lo quietai, dicendogli innanzi tutto che il Papa non era uomo da serbare rancore, ed assicurandolo poi del mio appoggio presso il Papa. Infatti ne parlai al Servo di Dio, il quale sorridendo rispose: «Ora ha paura, perché non sono più Patriarca Sarto. Non sarò io che troncherò la sua carriera, e lo allontanerò da Roma». Pochi giorni dopo Mons. Rolieri, Segretario di Propaganda, presentò al Servo di Dio la proposta di nomina per il Pazzini, ed aggiungendo che, siccome si conoscevano i precedenti dissensi tra il Servo di Dio e il candidato, la S. Congregazione si rimetteva completamente alla decisione del S. Padre. Senz'altro il Servo di Dio ordinò di fare la nomina. Dopo qualche tempo il Pazzini fu ricevuto in udienza dal Servo di Dio che lo accolse benevolmente, come egli stesso mi riferì.

2

Testis XXVI: Illmus Dñus IOSEPH FORNARI, notarius Supremi Apostolicae Signaturae Tribunalis, ann. 58.

Una buona parte della deposizione del dottor Fornari è riprodotta nel Summarium, pp. 402-414. Aggiungiamo una sua risposta all'interr. 38, con elementi importanti sull'atteggiamento di Pio X intorno alla questione del giornalismo.

Ad interr. 38, fol. 1355. - Il Servo di Dio favorì anche molto la stampa, ma sempre che fosse, dirò così, ortodossa. Non è però a dire che questo suo favore giungesse fino a quella che con una frase comune si dice più realista del re, nel caso nostro più papista del Papa. Ricordo al proposito un fatto proprio a me intervenuto. Avendo io assistito ad un Congresso della Gioventù Cattolica di Livorno, svoltosi in un momento in cui questi giovani erano da certi giornali cattolici, del genere di quelli che ho detto sopra, attaccati di poca ortodossia, con l'intervento del Cardinale Maffi, il quale tenne ai giovani un elevatissimo ed affettuoso discorso, tornato a Roma dopo poco tempo fui ricevuto in Udienza dal Servo di Dio. Egli mi domandò quale effetto avesse prodotto nell'uditorio una certa frase del discorso dell'Eminentissimo, e cioè che un bufalo che si caccia in mezzo alla via ferrata non impedisce la marcia di un treno diretto. In questa frase si sarebbe voluto trovare, come poi egli soggiunse, l'allusione al proprietario del giornale L'Unità Cattolica che si chiamava Mons. Bufalini. Risposi non nascondendo la mia indignazione per una insinuazione gratuita e indegna verso un Emo Porporato quale era il Maffi; del resto io potevo testimoniare che nessuno dei presenti e neppure quelli che ne avrebbero avuto maggior interesse, avevano lontanamente pensato a tale allusione; e tanto più che io era stato lasciato a Livorno dopo il Congresso fino a che tutti non fossero ripartiti, appunto per sorvegliare e dirimere qualunque incidente.
Il Servo di Dio, mostrandomi allora un fascio di carte, mi disse più o meno: «Guardate quanta roba mi è arrivata in proposito dal Direttore di quel giornale? Ma quelo xe un mato!» Al che io: «Padre Santo, i matti si chiudono nel Manicomio, non si tengono alla direzione dei giornali». Ed egli: «He! Voi sempre di corsa... ma non sempre correndo sulla via dritta si arriva alla mèta. Tante volte bisogna fare certi giri...». A farla breve, dopo pochi mesi seppi che il Direttore di quel giornale era cambiato.

3

Testis 46 (7 ex officio): Emus Dñus PETRUS GASPARRI, Card. S. R. E. ac a Secretis Status, ann. 76.

Nella deposizione del Card. Gasparri, riportata nel Summ., pp. 454-456, manca una parte che egli intitola: «Punti oscuri» (fol. 1797v). Di questi punti egli dice in generale: «Vi sono però, a mio parere, nel pontificato di Pio X, alcuni fatti meno favorevoli, che potrebbero, se non erro, nuocere alla Causa della quale si tratta, benché compiuti, non ne dubito, in buona fede. Io li cito con tutta semp1icità, subordinando del resto il loro apprezzamento al giudizio della S. Congregazione e del Santo Padre» (l. c.). Questi punti sono tre: la soppressione di alcune feste, la questione del Sodalitium Pianum e la proibizione delle associazioni cultuali in Francia. Tralasciamo il primo e il terzo punto, sia perché le questioni relative non sono in discussione, sia anche perché il teste non porta elementi nuovi che facciano cambiare il punto di vista quale risulta dall'insieme del Summarium. Riportiamo invece la parte che riguarda il Sodalitium Pianum, che è uno dei punti di discussione in questa disquisizione.
Quanto al contenuto di questa deposizione ci si permetta di fare alcuni rilievi, che sembrano degni di seria considerazione.
Il Card. Gasparri parla di una certa freddezza sopravvenuta fra Pio X e i Cardinali Maffi e Ferrari ed egli, per sua congettura, attribuisce senz'altro questo fatto alle sinistre insinuazioni di Monsignor Benigni, direttore del Sodalitium Pianum.
Ora se il Card. Gasparri avesse avuto sott'occhio la documentazione esistente nella S. Congr. Concistoriale e riprodotta nella seconda parte di questo Summ. addit., non sarebbe arrivato, crediamo, a quella deduzione. In realtà, nel voluminoso incartamento relativo al Card .Maffi e alla questione del giornalismo (Summ. addit., Documenta, cap. I), e in quello concernente il modernismo in Milano, la Riscossa e il Card. Ferrari (l. c., cap. II), non comparisce mai il nome di Benigni, né si rincontra un solo dei suoi fogli d'informazione che conosciamo molto bene; d'altra parte possiamo seguire quelle due questioni passo passo, sulla base di una copiosa documentazione, ufficiale e privata, strettamente legata fra sé, e dalla quale è completamente estraneo il nome di Benigni.
Di qui una conclusione generale, che non riguarda soltanto il caso concreto della deposizione del Card. Gasparri, ma acquista valore di norma: e cioè che quando un testimonio, anche se superiore ad ogni eccezione, come nel caso presente, parla di fatti concreti a lui noti di scienza propria, dobbiamo naturalmente credergli ed accettare i fatti come veri; ma quando egli passa a fare delle induzioni, per quanto queste possano sembrare ovvie e ragionevoli, dobbiamo procedere sempre con grande cautela nell'accettarle. Lo vediamo nel caso presente. Senza la documentazione che fortunatamente possediamo, saremmo stati indotti a ritenere fondate le induzioni del Card. Gasparri sull'influsso di Mons. Benigni intorno al caso Maffi e Ferrari: invece non fu così, o per lo meno sappiamo con certezza che Pio X aveva tutt'altre informazioni, larghe e dirette.
Da notare infine che il Card. Gasparri fu ascoltato soltanto nel Processo Ordinario, perché al tempo del Processo Apostolico (1943-1946) era passato a miglior vita ( 18 nov. 1934).

Vol. IV, foll. 1804-1809. - Un altro punto mi sembra più grave. Per esser chiaro ho bisogno di premettere alcune notizie su Mons. Umberto Benigni.
Fui io, Segretario degli Affari Ecclesiastici Straordinari che, disgraziatamente, lo feci nominare Sottosegretario dietro sue insistenze per la triste situazione economica in cui si trovava, benché fosse professore di Storia Ecclesiastica con quindici ore di scuola alla settimana nel Collegio Urbano, in S. Apollinare e nel Seminario Vaticano.
Mentre io fui Segretario degli Affari Ecclesiastici Straordinari, non vi fu da dire gran cosa.
Dopo la mia promozione al Cardinalato (1907) egli, nel 1908, cominciò la pubblicazione della Correspondence de Rome, settimanale, se non erro, sovvenzionato anche, almeno straordinariamente, da Pio X, il che, con il dovuto rispetto, mi permetto di non approvare.
A causa della posizione che Mons. Benigni aveva in Vaticano, la Correspondence era da molti considerata come ufficiale o almeno come officiosa, insomma di grande autorità; quindi, com'era facile prevedere, reclami che possono vedersi nell'Archivio della Segreteria di Stato.
Per ovviare a questi reclami, la Segreteria di Stato nel luglio 1911, in un dispaccio inviato al Nunzio di Monaco (Baviera) fu costretta a deplorare la pubblicità fatta dalla Correspondence e a dichiarare che essa era né ufficiale né officiosa.
Questa lettera rendeva molto delicata la posizione di Monsignor Benigni nella Segreteria di Stato e fu un colpo grave per la Correspondence.
Uscito con tutti gli onori dalla Segreteria di Stato, Monsignor Benigni ben presto soppresse la Correspondence e fondò un'Associazione segreta chiamata Sodalitium Pianum. Presento per darne visione, gli statuti di quest'Associazione nel «Foglio A». 1
Lo scopo, com'è indicato nell'articolo 1, era di difendere la Chiesa e il Papa contro la setta in qualunque sua manifestazione e contro qualunque suo complice; in seguito spiegò meglio che il Sodalitium Pianum si proponeva la tutela del Cattolicismo integrale (quasi che vi possa essere vero cattolicismo che non sia integrale) contro l'interconfessionalismo, il feminismo, il democristianesimo, il sindacalismo implicitamente o esplicitamente areligioso, la mania o la debolezza di tanti cattolici di voler comparire coscienti o evoluti ecc. Per mezzo dei suoi affiliati nelle varie nazioni, il Sodalitium Pianum vigilava sull'ortodossia integrale, specialmente delle persone, che egli riteneva sospette o pericolose, delle quali aveva l'elenco, in cui sono Cardinali, Vescovi, Prelati, Religiosi ecc. Il Sodalitium Pianum faceva capo a Mons. Benigni, il quale corrispondeva con gli affiliati all'estero con parole convenzionali ed in caso di mancanza contro l'ortodossia integrale riferiva alle autorità superiori in Roma: era insomma un'Associazione segreta di spionaggio. Presento nel «Foglio B» l'elenco delle persone da invigilare 2 e nel «Foglio C» il cifrario convenzionale. 3
Nell'elenco sono enumèrati soltanto alcuni gesuiti da invigilare, ma la campagna era fin d'allora contro tutta la Compagnia di Gesù, come dirò meglio appresso.
Il Sodalitium Pianum perdurò in vita anche dopo la morte di Pio X, durante il Pontificato di Benedetto XV, benché allora Benigni non fosse in odore di santità presso il Papa, né il Papa presso Mons. Benigni. Finalmente però intervenne la S. Congregazione del Concilio. Messa al corrente di quest'associazione segreta fondata e diretta da Mons. Benigni, la Sacra Congregazione del Concilio, che deve curare l'osservanza del can. 684, che proibisce le società segrete, d'intesa col S. Padre Benedetto XV, con lettera del 25 nov. 1921 («Foglio D») 4 volle che il Sodalitium Pianum fosse disciolto.
Di fatto fu disciolto il giorno 8 dicembre 1921 come apparisce dalla circolare di Mons. Benigni in data 9 dic. 1921 («Foglio E»). 5
Nella citata lettera della S. Congregazione del Concilio si dice che «questa S. Congregazione ritiene opportuno, nelle mutate circostanze attuali, lo scioglimento del Sodalitium Pianum». Le parole nelle mutate circostanze attuali furono messe per un riguardo alle precedenti approvazioni di Pio X, ma in realtà lo scioglimento fu voluto perché non si ammetteva una simile associazione di spionaggio. In proposito si potrebbe interrogare l'Emo Sbarretti se lo si ritiene opportuno.

Qui il teste continua dicendo che Mons. Benigni avrebbe continuato, privatamente, sulle linee dei Sodalitium Pianum, anche dopo il suo discioglimento, fino al momento stesso della deposizione (28 marzo 1928), cosa che esula dalla nostra questione.

Fin qui ho parlato di Mons. Benigni, della sua Correspondence de Rome e specialmente del Sodalitium Pianum.
Ora, prescindendo dalla Correspondence de Rome e limitandomi al Sodalitium Pianum, io debbo dire con dispiacere che questo fu approvato da Pio X e dalla Concistoriale audito Pontifice. Rimetto alla Commissione le prove di questa approvazione nel «Foglio G», 6 ossia i documenti relativi; non so se ve ne sono altri: se lo si ritiene opportuno, si potrebbe domandare alla Concistoriale.
Il Papa Pio X approvò dunque, benedisse e incoraggiò una associazione occulta di spionaggio al di fuori e al disopra della Gerarchia, anzi che spionava gli stessi membri della Gerarchia, anche Emi Cardinali; insomma approvò, benedisse ed incoraggiò una specie di Massoneria nella Chiesa, cosa inaudita nella Storia Ecclesiastica. Ora questo a me sembra grave, e non solo a me, ma sembrò tale anche all'Emo Mercier (che era nell'elenco dei sospetti invigilandi).
Infatti Mons. Cicognani, Uditore allora della Nunziatura di Bruxelles, scriveva il giorno 7 dicembre 1921 che l'Emo Mercier, avendo conosciuto il Sodalitium Pianum (ed io posso raccontare come venne a conoscerlo) approvato da Pio X, «disapprovò vivamente questo sistema di denunzie e lamentò che il S. Padre Pio X abbia potuto appoggiare un tale movimento». Ed infatti Benedetto XV appena ebbe notizia di questo Sodalitium Pianum si affrettò a discioglierlo per mezzo della S. C. del Concilio, come ho detto, benché allora le denunzie che venivano da Mons. Benigni non fossero più di moda presso il S. Padre.
E non solo Pio X approvò, benedisse ed incoraggiò il Sodalitium Pianum, ma le denunzie, che partivano di là, sono la spiegazione di alcuni atteggiamenti gravi di Pio X nel governo della Chiesa, benché il S. Padre fosse in ciò, non ne dubito, in perfetta buona fede.
Ecco, per esempio, i Gesuiti. Il Santo Padre Pio X non era tranquillamente sicuro della loro ortodossia, li riteneva chi più chi meno un po' imbrattati di modernismo, e lo diceva in privato; ma poi le sue parole, com'è naturale, venivano riferite. L'attuale Preposito Generale mi diceva che questo difetto di fiducia affliggeva profondamente il P. Wernz e forse ne avrebbe accelerato la morte. Che poi questo atteggiamento del Santo Padre fosse conseguenza delle false informazioni che venivano dal Sodalitium Pianum lo ritengono, e con ragione, per certo i Padri della Compagnia: si potrebbero interrogare l'attuale P. Generale, il P. Rosa...
Un altro esempio abbiamo nell'Emo Cardinal Ferrari, arcivescovo di Milano. Il Santo Arcivescovo era ricevuto dal Santo Padre con freddezza e diffidenza, e dopo l'udienza andava a sfogarsi con lacrime alla Civiltà Cattolica, specialmente col Padre Rosa. Anzi si giunse persino a scrivergli una lettera, nella quale gli si faceva rimprovero di essere proclive al Modernismo. Questa lettera lo afflisse profondamente; la fece leggere a Mons. Achille Ratti dell'Ambrosiana, il quale venne a Roma per parlarne a Pio X. I dettagli si potrebbero avere dall'attuale Pontefice, il quale potrà dire del contenuto della lettera, come egli fu accolto dal Santo Padre e quale fu il risultato del suo viaggio; io su tutto ciò né voglio né posso entrare.
Ora a chi attribuire le relazioni sulla manchevole ortodossia dell'Emo Ferrari se non all'occulto difensore della fede accolto in Vaticano? Un altro esempio lo abbiamo nell'Emo Maffi. Dal Vescovo di Mantova, dal Patriarca di Venezia, da Pio X nei primi anni del Pontificato, l'Arcivescovo di Pisa, non ebbe che benevole attenzioni ed elogi che culminarono nella sua elevazione al Cardinalato.
In seguito sopravvenne una freddezza e il Papa non direttamente col Cardinale, ma con altri, (che poi lo riferivano al Cardinale) si esprimeva di lui poco benevolmente, e ciò si doveva, non è a dubitarne, ad informazioni false, accolte dal Papa, contrarie al Cardinale.
Non mancò neppure qualche lettera della Concistoriale che recò grave dispiacere al Cardinale.
Il quale diceva a me: «Io ho fatto dinanzi a Dio l'esame di coscienza il più accurato che m'è stato possibile, e non ho trovato alcuna colpa commessa verso la Santa Sede». Per più dettagliate informazioni si può interrogare lo stesso Maffi.

4

Testis 48: Rmus P. HIERONYMUS BIANCHI, Ord. Eremit. Camaldulensium, ann. 59.

La deposizione del P. Bianchi, già cameriere segreto del Servo di Dio, è riportata nel Summarium, pp. 460-463. Aggiungiamo una sua risposta all'interr. 29, che illustra un lato già noto del Servo di Dio, la sua fermezza cioè nei principi, unita ad una prudente moderazione nella loro applicazione concreta.

Ad interr. 29, vol. IV, fol. 1983. - Difese strenuamente i diritti della Chiesa, protestando in atto pubblico contro il Governo d'Italia, usando l'espressione: «Colui che detiene», la quale sembrò forte e urtò le suscettibilità dei governanti di allora.
Ricordo che essendo la Civiltà Cattolica solita di pubblicare in ogni quaderno un articolo contro il Governo, detto dal Servo di Dio «la predica», come mi disse lo stesso P. Rosa, il Servo di Dio consigliò di abolirlo, perché diceva che tali polemiche fanno più male che bene.
Permise ai cattolici italiani di accedere alle urne per ostare ai partiti sovversivi.

II

EXCERPTA EX PROCESSU ORDINARIO TARVISINO (1923-1926)

Testis 44 (ex officio 28): Excmus Dñus FERDINANDUS RODOLFI, Episcopus Vicentinus, an. 59.

Mons. Rodolfi, della diocesi di Pavia, fu nominato Vescovo di Vicenza il 14 febbraio 1911, proprio mentre si faceva un gran chiasso nella stampa per gli attacchi fatti dai settimanale La Riscossa, dei fratelli Scotton, contro il Seminario di Milano, accusato di modernismo. Ora La Riscossa si sta stampava a Breganze in diocesi di Vicenza ed è naturale che Mons. Rodolfi non si disinteressasse della cosa. Difatti, venuto subito a Roma e ricevuto in udienza da Pio X, ebbe occasione di parlare anche dei fratelli Scotton ed è molto interessante quanto il Santo Padre ebbe a dirgli in quella occasione, come è riferito nella deposizione dello stesso Mons. Rodolfi riportata nel Summ., p. 89 s.
Ma nella stessa deposizione vi è un altro brano, dove sono riferiti altri episodi relativi alla Riscossa e all'atteggiamento in proposito del Servo di Dio; brano che è stato tralasciato nel Surnmarium e che è bene riprodurre, anche perché Mons. Rodolfi è un teste qualificatissimo sulla questione e quanto mai equilibrato.

Proc. Ord. di Treviso, pp. 1453-1458. - Io stesso mi sono proposto ripetute volte il medesimo quesito, e mi sono formata la convinzione che il Santo Padre Pio X dissentisse profondamente dai sistemi personali ed acrimoniosi di una parte della stampa cattolica che in quei tempi vantavasi di rispecchiare più da vicino le idee della Santa Sede; ma che nello stesso tempo egli avesse un riguardo (a mio parere soverchio) per persone che dimostravano un particolare attaccamento alla causa della Santa Sede, ed anche per coloro con cui egli aveva avuto personali relazioni, massime se erano di età avanzata. A conferma di questo, ricordo di aver trovato consenziente con le mie deplorazioni della Riscossa l'Emo Cardinale Gaetano De Lai, dal quale ho personalmente sentito che dell'argomento aveva ripetutamente conferito con il Servo di Dio. Lo stesso Cardinale, in seguito a mie relazioni sulle intemperanze della Riscossa, mi mandò una lettera, di cui mi riservo di mandarne copia, in cui tracciando i doveri dei giornalisti cattolici, si danno saggi avvertimenti di prudenza e di carità. Inoltre ebbi dal medesimo Cardinale, ritengo sempre con l'approvazione del Servo di Dio, il pieno consenso alla proibizione fatta a tutti i giornali diocesani di muovere critiche a Vescovi, a Seminari, a Sacerdoti, soggiungendo che tutto questo esula dalla loro competenza, e che simili lamenti possono essere privatamente inviati o alla Santa Sede o ai rispettivi Ordinari: la disposizione minacciava la proibizione di scrivere ai redattori disobbedienti. Nell'estate del 1914 essendo uscita ancora la Riscossa con pubblicazioni da me ritenute irriverenti, ed avuta notizia che l'articolo incriminato era di Mons. Gottardo Scotton, gli proibii di continuare la redazione del periodico. Prima però di fargli la comunicazione ne diedi partecipazione al Cardinale De Lai, che v'assentì pienamente.
In relazione a questi fatti aggiungo che ogni volta mi recava in udienza dal Servo di Dio, subito mi domandava: «E gli Scotton?... E quel Gottardo ?...» Una volta mi disse di non aver neanche risposto ai loro auguri natalizi perché non avessero ad abusare del telegramma di risposta.
Riferisco brevemente un altro episodio. Nel gennaio 1913 mi recai dal Servo di Dio per avere l'indirizzo circa le elezioni amministrative che sarebbero seguite in quell'anno nel Comune di Vicenza. Egli mi propose di seguire ciò che egli stesso aveva fatto a Venezia in analoghe circostanze; e cioè di procurare venisse fatta alleanza fra cattolici e liberali moderati, indicandomi le persone cui avrei potuto rivolgermi per una opportuna collaborazione nell'esecuzione del piano assegnatomi, soggiungendomi che in questa condotta avrei trovato difficoltà: mi disse che lui stesso venne accusato per questo motivo presso il suo antecessore Leone XIII, e mi disse: «Il Santo Padre m'ha chiamato, e ho dovuto venire a scolparmi sulla medesima sedia su cui stai seduto tu». Questo fu per me il principio di una serie di guai. Le persone designate dal Santo Padre, da me chiamate, si rifiutarono di assentire alla cooperazione del piano tracciatomi; si recarono direttamente da Lui, gli dissero se dovevano tenere l'antica fede, ovvero mutarla, se dovevano dare al giornale vicentino Il Berico un indirizzo d'idee più larghe, conformi ai giornali della Società Editrice Romana; chiesero una parola di conforto pel Direttore del Berico, anche perché più facilmente potesse allontanare dalla redazione del Giornale un collaboratore che non rispecchiava in tutto le sue idee. Non mi consta che abbiano fatto parola dei programma elettorale. Il Santo Padre Pio X confortò a tenere «l'antica fede» e a conservare il suo indirizzo al giornale, e li rimise al Cardinale De Lai per la lettera al Direttore. La lettera fu scritta dall'Emo Cardinale De Lai nel senso che il Santo Padre non senza pena ha sentito che si vuole fare deviare il giornale dall'antico indirizzo, che li conforta a tenere l'antica fede, che benedice il Direttore, e quanto al redattore dissenziente, se credono, lo possano eliminare. Tornarono col documento. Si sparse voce d'un documento contro il Vescovo. Le voci furono raccolte da parecchi giornali che avevano voce di intransigenti. La notizia venne riprodotta anche su giornali liberali, fra cui il giornale francese L'Italie di Roma, come di una sconfessione data dalla Santa Sede al Vescovo di Vicenza. Intanto s'attendeva la pubblicazione del documento, e questo fu stampato con la soppressione dell'ultimo periodo riferentesi al redattore incriminato. La pubblicazione così avvenuta aggravò la posizione dei Vescovo, facendo apparire che la lettera della Concistoriale non si riferisse non già a divergenze giornalistiche nell'interno della redazione e nel campo dei giornali cattolici, sibbene ad una divergenza fra il Vescovo e la Santa Sede.
Dal canto mio richiesi ed ottenni copia autentica della lettera della Concistoriale; ma inutilmente richiesi al giornale una rettifica sulla pubblicazione avvenuta, e sui commenti originatine.
Ne nacque turbamento nella Diocesi con strascico sui giornali. Questi culminarono con un articolo dell'Unità Cattolica di Firenze dell'autunno 1913 intitolato: «L'Episcopalismo», dove, richiamata l'antica eresia, si affermava che esisteva ancora, facendo aperta allusione alla diocesi di Vicenza. Letto l'articolo, scrissi direttamente al Servo di Dio chiedendo venisse reintegrato l'onore mio e della mia diocesi, e siccome riteneva che la origine degli equivoci presso il pubblico risalissero alla monca pubblicazione della lettera della Concistoriale avvenuta sul giornale locale Il Berico, chiedevo che lo stesso giornale venisse obbligato a pubblicare integralmente quella lettera e che l'Emo Cardinale De Lai ne desse la interpretazione autentica per dichiarare che essa non si riferiva menomamente al Vescovo, ma solo a dissensi sorti tra gli scrittori del giornale. Tardando il Santo Padre a rispondere, scrissi nello stesso senso una seconda ed una terza lettera, dopo la quale egli accolse pienamente la mia domanda. Non ricordo da chi io abbia saputo, ma mi venne assicurato che, in seguito alle mie lettere, il Servo di Dio disse al Cardinale De Lai, che il Vescovo aveva tutta la ragione di esigere che fosse messa in luce la sua condotta, e gli ordinò di assecondare in tutto le sue richieste. Il che fu fatto.

Proc. Ord. di Treviso, pp. 1461-1462. ~-- Ritengo che consigli dal Servo di Dio ne avessero avuti a iosa [gli scrittori della Riscossa, e che purtroppo sempre avessero cercato di eluderli per un intimo senso della propria superiorità., anche alla stessa Autorità della Chiesa, che gli scrittori della Riscossa nutrivano nell'animo proprio.
Ritengo pure che ad un comando avrebbero dovuto per necessità sottostare; ma convien dire che in questo il compito repressivo avrebbe dos~~uto esercitarsi dalla autorità locale; il che non avvenne per il lungo periodo di malattia del mio venerato antecessore e per la posizione che io trovai al mio ingresso in Diocesi: tant'è vero che quando io presi delle decisioni severe, trovai in esse consenziente la stessa Santa Sede.

III

EXCERPTA EX PROCESSU APOSTOLICO ROMANO
(1943-1946)

1

Testis I: Revmus Dñus IOANNES BRESSAN, Canonicus Vaticanus, ann. 82.

La lunga deposizione di Mons. Bressan, segretario particolare del Servo di Dio, è largamente riprodotta nel Summarium, pp. 25-61. Aggiungiamo qui alcune sue deposizioni intorno al funzionamento della Segreteria particolare del Servo di Dio.

Ad interr. 26, p. IV. - Io ero occupatissimo nella Segreteria privata. Ricevevo tutte le lettere, le leggevo dividendole secondo gli affari e mettevo in una cartella tutte quelle riservate al Santo Padre. Egli le leggeva poi tutte e ne postillava la risposta, talvolta scrivendone interamente la minuta. Quindi le riconsegnava a me, che ne curavo le risposte e la spedizione ai singoli interessati.

Ad interr. 31, p. v. - Il Servo di Dio, appena nominato Papa, costituì la Segreteria particolare. Era composta da me, Mons. Pescini, Mons. Gasoni, Mons. Bianchi e Mons. Ungherini.
Questa era incaricata dello spoglio della corrispondenza, la quale veniva divisa secondo i rispettivi dicasteri e uffici a cui avrebbe dovuto rimettersi. La corrispondenza personale del Papa veniva da me raccolta e presentata entro una cartella.
Alcune cose meno importanti le riferivo a voce. Le cose più gravi erano viste personalmente dal Papa, il quale sotto ciascuna lettera apponeva la sua mente e qualche volta giungeva a fare l'intera minuta. A volte, per affari gravissimi, mi consegnava la risposta chiusa in busta.
Tutte le lettere in partenza, anche quelle mandate alle Congregazioni, venivano protocollate. Quelle personali del Papa, cioè nelle quali egli aveva comunque apposto le mani, avevano uno speciale protocollo presso Mons. Gasoni.
Mons. Pescini, coadiuvato da due suore, era incaricato della distribuzione di paramenti e vasi sacri, che sotto il pontificato del Servo di Dio fu larghissima. Io tenevo un registro speciale per le elargizioni in danaro.
Ogni mese, tutte le pratiche venivano archiviate, distribuite per decadi.
Inoltre ogni mattina, verso le 11, io ricevevo le persone che volevano esprimere qualche desiderio al Papa (richiesta di autografi, offerte di libri, ecc.). Di tutto poi io rendevo conto al Santo Padre.

Ad interr. 53, p. VII. - A domanda ex officio: Se consta che il Servo di Dio, da Pontefice, fosse solito fare a meno dell'opera dei Sacri Dicasteri preposti al governo della Chiesa, usando di preferenza dell'opera della sua Segreteria particolare?
R. È esatto che vari affari il Servo di Dio li trattava personalmente, quando vedeva nettamente il da farsi e temeva che attraverso gli uffici si verificassero, troppe lungaggini. E, in tali casi, spesso usava della Segreteria particolare, dando precise direttive e giungendo perfino a stendere le minute.
Un giorno giunse a dire che, se gli fosse stato possibile uscire, sarebbe andato di persona al Vicariato, per sollecitare gli affari.

2

Testis II : Excmus Dñus HERNESTUS RUFFINI, S. C. de Seminariis a secretis, ann. 56.

Anche le deposizioni di Mons. Ruffini, oggi Cardinale Arcivescovo di Palermo, sono riportate nel Summarium, pp. 65-69. Aggiungiamo una breve sua deposizione sulla Segreteria particolare del Servo di Dio.

Ad interr. 31, p. XVII ss. - Trovo normale che un Pontefice abbia una Segreteria particolare; del resto tutti i Pontefici, sotto una forma o l'altra, l'hanno avuta. Nessun abuso, che io sappia, si è verificato.
I membri della piccola Segreteria non agivano di arbitrio proprio, ma dietro le indicazioni del Servo di Dio. Posso sicuramente attestare della piena devozione dei membri Mons. Bressan, Mons. Pescini e in ultimo anche di Mons. Bianchi, i quali erano convinti di essere accanto ad un Santo.

Ad interr. 34, p. XVII. - Nulla so riferire sul Sodalitium Pianum.

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Testis IX (I ex officio): Revmus Dñus GUIDUS ANICHINI, Canonicus Vaticanus, ann. 69.

Le deposizioni di Mons. Anicliini si trovano nel Summarium, pp. 83-88. Aggiungiamo questa breve deposizione sulla Segreteria particolare.

Ad interr. 31, p. XXVII. - Nei riguardi della Segreteria particolare correva voce da più parti che talvolta eccedesse un po' nelle competenze, sia aggiungendo qualcosa di proprio alle direttive del Papa, sia invadendo la competenza degli ordinari Dicasteri.

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Testis X (II ex officio): Dñus IOANNES M. LONGINOTTI, iam a subsecretis Gubernii Italici, ann. 68.

L'ex deputato ed ex sottosegretario di Stato On. Longinotti fu ascoltato nel Processo Apostolico tenuto nella Città del Vaticano, come secondo teste di ufficio. La sua deposizione ha un tono piuttosto acre. Riconosce anche lui - e come non riconoscerlo? che Pio X fu ricco di molte virtù: pietà, umiltà, povertà, zelo per la Chiesa e per la salute delle anime; ma avanza anche diverse critiche, specialmente sull'atteggiamento del Servo di Dio verso la stampa cosiddetta integralista e quella non integralista.
La deposizione del Longinotti fu omessa del tutto nel Summarium, e la ragione, credo, fu questa: il teste non parla mai di scienza propria; riferisce sempre cose udite da altri e raccoglie voci che portano l'eco di quella resistenza passiva, che ci fu purtroppo, e tenace alle direttive di Pio X nella lotta contro il modernismo. Senza contare poi che talvolta il teste esprime giudizi e apprezzamenti personali del tutto errati: basti dire che secondo lui Pio X fu «uomo di ingegno piuttosto modesto», quando è cosa provatissima che il Servo di Dio ebbe una mente acutissima e chiarissima.
In generale poi c'è da notare che l'On. Longinotti narra e interpreta i fatti come furono narrati e interpretati in quell'ambiente contemporaneo che era più o meno restio alle direttive di Pio X: tutto ciò deve essere preso quindi con grande cautela.
Anche qui, come nella deposizione del Card. Gasparri, ci sono dei punti importanti che oggi possiamo controllare con la documentazione di cui disponiamo, come la questione dell'atteggiamento del Servo di Dio verso la stampa detta di penetrazione e i giornali dei «trust», e la controversia per la Riscossa e il Card. Ferrari, e i punti di vista dell'On. Longinotti non sono esatti.
La deposizione quindi del Longinotti non porta elementi costruttivi. Ciononostante, affinché nessuno possa pensare che si sia voluto far tacere le voci meno benevole, credo utile che tutti i Revmi Consultori possano leggere anche questa deposizione che riportiamo integralmente.

Ad interr. 2, vol. I, 372. - Mi chiamo Giovanni Maria Loniginotti fu Roberto e fu Bordegna Maria, nato a Remedello Sopra (Brescia) il 12 settembre 1876, cattolico, agricoltore, dottore in chimica, ex deputato al Parlamento ed ex Sottosegretario di Stato per quattro volte, domiciliato a Roma in via Sardegna, 14.

Ad interr. 3, vol. I, 372. - Non ho parentela col Servo di Dio. Nessuno mi ha istruito su quanto dirò. Non ho devozione verso il Servo di Dio; non ho particolari desideri per la sua beatificazione.

Ad interr. 5-22, vol. I, 372-374. - Nulla di particolare so dei precedenti all'episcopato. Del tempo che era Vescovo a Mantova sentii dire che lasciò il fratello nell'umile posizione di portalettere in un paesino presso Mantova.
Circa la sua nomina al Patriarcato di Venezia, seppi (con quasi certezza da Mons. Bongiorni, allora segretario dei Vescovo di Brescia, Mons. Corna-Pellegrini, poi vescovo anch'egli ed ora defunto) che la nomina a detto Patriarcato era stata offerta a Mons. Corna stesso, e, avendola egli declinata, la Santa Sede nominò Mons. Sarto.
Ricordo che lessi con edificazione, sulla stampa, come il Patriarca cercò d'introdursi presso il celebre commediografo Giacinto Gallina, mentre era in pericolo di morte, ma il suo intervento fu respinto dalle persone ostili che circondavano il morente.
Mi risulta che è dovuta in buona parte a lui l'alleanza amministrativa dei cattolici veneziani con i liberali moderati, alleanza che tenne in mano il governo della città per moltissimi anni e che ebbe per capo il conte Grimani, il quale mantenne per Pio X una costante amicizia.
Anche il deputato ebreo Romanin Jacur serbò sempre stima per il Papa ed ebbe personalmente a dirmi che non era vero affatto quel che si diceva, aver cioè egli prestato denaro al Sarto quando era parroco.

Ad interr. 24-35, vol. I, 374-376, 382-388. - La mia impressione è che Pio X fosse uomo semplice e sinceramente amante della povertà. Basterebbero, per provarlo, le tre righe del suo bellissimo testamento e il tono di vita sempre mantenuto ai suoi modestissimi familiari.
Fui edificato dal suo aspetto curvo sotto il gran peso del manto papale, al suo ingresso in S. Pietro, il giorno della sua incoronazione.
Essendomi trovato entro la Basilica, presso la Sedia gestatoria, nel corteo di entrata, lo vidi gridare ad alta voce agli astanti che lo applaudivano: «È proibito, è proibito!».
Detto ciò ritengo Papa Sarto uomo d'ingegno piuttosto modesto, facile ad essere influenzato, in taluni campi uomo di idee poco chiare e spesso contraddittorie.
Taluni suoi atteggiamenti facevano credere professasse idee larghe, facili agli accostamenti e aliene da mire temporalistiche. Contemporaneamente protesse a fondo, fino all'ultimo, tutti i piccoli giornali intransigenti e clamorosamente temporalisti, non aventi nessuna presa sul pubblico e solo intenti ad accendere polemiche tra i fratelli e a devastare il campo, aggredendo laici e sacerdoti, non esclusi Vescovi e Cardinali.
Tra questi giornaletti erano La Liguria del popolo, Fede e Ragione e soprattutto La Riscossa di Breganze, di cui erano direttori e proprietari i fratelli Scotton, che Pio X, a chi gliene parlava, definiva: «i sé mati! »; malgrado ciò, mai nessun provvedimento ebbe a prendere a loro carico, benché pregato da moltissimi.
Uno degli Scotton era parroco di Breganze; i tre fratelli negoziavano di stoffe e di caffè.
Alla morte del Vescovo di Vicenza, venne nominato Monsignor Rodolfi, di idee completamente opposte a quelle degli Scotton; lo stesso Rodolfi ebbe a riferirmi che la parrocchia di Breganze andava a rotoli.
Malgrado il Papa raccomandasse di non parlare «del temporal» (del potere temporale), protesse i giornaletti di cui sopra, tutti furiosamente temporalisti e il Card. Segretario di Stato Merry del Val poté chiamare il Re: «Colui che detiene».
La Riscossa aveva invaso, tra l'altro, il Seminario di Milano, mettendo il Card. Ferrari, continuamente attaccato da quel giornale, in posizione difficilissima, senza che egli fosse in grado di potersi difendere, perché La Riscossa era intoccabile.
La posizione sospettata e minata del Card. Ferrari era così conosciuta anche nel mondo liberale, da essere perfino fatta oggetto di caricature da parte del diffusissimo giornale umoristico Il Guerrin meschino.
Io, avendo avuto l'onore altissimo della benevolenza paterna del povero Cardinale, lo vidi piangere, trovandosi impotente davanti ad una situazione come quella, assolutamente inspiegabile e durata lunghi anni.
A proposito di quanto ho deposto circa i rapporti tra Pio X e il Card. Ferrari, devo ricordare che nel numero del 2 febbraio 1941 del giornale L'Italia di Milano, che esibisco, si legge una
lettera a firma del Card. Ildefonso Schuster, Arcivescovo di Milano, in cui è scritto quanto segue: «Altra volta lo stesso Pio XI, di santa memoria, mi narrava dei buoni uffizi da lui interposti quando in Roma si volle coinvolgere anche l'Arcivescovo di Milano nel movimento modernista, quasi che si fosse mostrato meno rigido a reprimerlo».
«- Può immaginare - mi diceva il Papa - quanto ridicola fosse quest'accusa. Un uomo d'una così profonda pietà quale era il Card. Ferrari! Accusare di modernismo lui, che non viveva che di zelo per la gloria di Dio, di amore alla Chiesa, di devozione al Papa! - Infatti lo stesso Pio X ebbe finalmente a ricredersi dei dubbi che gli erano stati insinuati sul conto dello zelo del Card. Ferrari. Anzi, da quel santo Pontefice che era, non esitò a confessare a qualcuno dei suoi intimi che si era ingannato. Ne ho avuto assicurazione da un prelato, al quale Pio X aveva fatto tale dichiarazione».
Altro episodio grave e sconcertante è quello che riguarda la ragione e il modo con i quali è stata sconfessata l'opera del conte Giovanni Grosoli-Pironi, quale Presidente Generale dell'Opera dei Congressi.
La sconfessione è avvenuta per l'inclusione di un certo periodo («questioni morte nella coscienza nazionale») comparso in una circolare diramata dal Grosoli ai componenti dell'Opera, circolare che preventivamente il Papa, nel suo testo, aveva veduta ed approvata.
Questo quanto alla ragione della sconfessione.
Quanto al modo avvenne così: Il conte Grosoli, che la mattina stessa aveva fatto servizio in Anticamera Pontificia come Cameriere di Cappa e Spada, apprese la sconfessione stessa, che lo obbligava a dimettersi, nel pomeriggio da L'Osservatore Romano capitatogli in mano mentre era in tram.
Il conte Grosoli, più d'una volta, ebbe poi a raccontare a me che, appena dopo il fatto, avendo chiesto udienza al Papa, trovò Pio X imbarazzato e quasi in atteggiamento di chi vuol far delle scuse, e gli disse presso a poco così: «Capirete, c'è stata un'insurrezione di intransigenti, alla quale non ho saputo resistere». Il conte Grosoli non rispose parola, e avendolo il Papa pregato di passare, per congedarsi, dal Card. Merry del Val, gli promise di farlo. Infatti, essendosi poco dopo recato dal Cardinale, questi, con fare piuttosto indifferente, gli disse di continuare nella sua funzione di Presidente fino alla nomina del successore. Al che il Grosoli rispose: «No, Eminenza. Dal momento della mia sconfessione, la posta dell'Opera dei Congressi resta suggellata sul mio tavolo, perché le serve, improvvisamente licenziate come infedeli, non devono aprire la posta del padrone».
Tutto quanto ho narrato, ed anche la circostanza che la circolare era stata preventivamente approvata., l'ho sentito più volte dal conte Grosoli stesso.
Altra persona, per la quale, non si sa per quali ragioni, Pio X nutrì notoriamente speciale diffidenza, era Filippo Meda.
Ricordo, a proposito, che il Card. Agliardi ebbe a dirmi di aver portato al Papa, per farlo ricredere, un commento di Meda alle Litanie Lauretane. Ma anche questo senza frutto.
Il conte Grosoli, libero dalla Presidenza dell'Opera dei Congressi, fondò il noto «Trust» dei giornali cattolici, giornali di fattura modernissima, di costo notevolissimo, di grande tiratura, rappresentanti uno sforzo supremo, anche finanziario, dei cattolici italiani, e che costituivano la maggior forza, e forse la sola, di penetrazione nostra nei campi avversari. Tra questi giornali ricordo Il Corriere d'Italia, L'Avvenire d'Italia stampato a Bologna, L'Italia, di Milano, Il Momento, di Torino, il Messaggero Toscano, di Pisa e un giornale di Palermo. Contro quest'opera andò via via delineandosi una sorda opposizione, che si
fondava su critiche spesso inafferrabili, che potevano anche riguardare errori o deficienze riparabili, opposizione che si mantenne ferma e viva malgrado più volte i dirigenti dell'opera abbiano chiesto di veder definiti i punti sui quali essa doveva emendarsi, dichiarandosi pronti a tale emendamento. L'opposizione culminò nella famosa diffida pubblicata su L'Osservatore Romano proprio nel colmo della campagna degli abbonamenti. La quale diffida rovinò l'opera e creò per i lettori cattolici di questi giornali dei casi di coscienza, che non esistevano per i giornali liberali.
Presso a poco nello stesso momento, Paolo Pericoli, come Presidente Generale della Gioventù Cattolica, ricevette l'ordine di comunicare ai Circoli che i giornali che dovevano essere letti e diffusi erano La Riscossa, di Breganze, L' Unità Cattolica, Fede e Ragione ed altri.
Altra situazione contraddittoria è stata creata a proposito dell'intervento dei cattolici alle urne politiche. Si deve a Pio X la prima attenuazione del Non expedit col rimetterne l'applicazione, caso per caso, ai Vescovi.
Avvenne però che, appena nominati, in applicazione di questa disposizione, i primi deputati furono violentemente avversati dai giornali protetti dalla Santa Sede e denunciati come soldati che avevano rotto la consegna.
Una delle nomine meno opportune, avvenute in quel periodo da parte della Segreteria di Stato, è stata quella del conte Gentiloni a Presidente della Unione Elettorale dei Cattolici Italiani.
Il Gentiloni, ottima persona e buon cattolico, era però reduce dal manicomio e manteneva note di evidente squilibrio mentale, come mi risulta personalmente, avendo io collaborato a lungo con lui; squilibrio e imprudenza congeniti, che culminarono nel clamoroso incidente del così detto «patto Gentiloni».
Mi risulta che Pio X, parlando di Grosoli, dopo l'incidente della sconfessione, diceva: «El xé rovinà dal Cardinal Maffi!». Questo mi risulta, da buona fonte, ma non ricordo quale.

Ad ead. interr. 24-35, p. XXVIII. - È nota l'attività strana, ma intensa, della cosidetta «Segretariola» del Papa Pio X. Da essa partivano lettere, anche a Vescovi, le quali criticavano opere e uomini, o davano direttive, con grave effetto alla periferia, improntate a criteri certo inferiori alla delicatezza del compito.

Ad interr. 36-61, vol. I, 388. - Nei riguardi delle virtù, non ho nulla da aggiungere a quello che ho già detto all'inizio della deposizione. Nei riguardi della prudenza, mi è stato detto, non da uno solo, ma certamente dal conte Grosoli, che della sua parola non ci si poteva sempre fidare, perché, sulla stessa questione, gli accadeva di dir bianco all'uno e nero all'altro.
Riguardo al linguaggio, mi riferì Mons. Rosa un aneddoto che dimostra come il Servo di Dio, prima del suo Pontificato, avesse una certa tendenza a facezie scurrili (escludendo quello che tocca la virtù della castità), tendenza che mi risulta confermata dalle indagini condotte nei Processi Ordinari, tendenza che manifestò anche alla presenza di giovani, i quali ne ebbero qualche scandalo.

Ad interr. 62-63, vol. I, 389. - Io non ho elementi per pronunciarmi sull'eroismo delle virtù dei Servo di Dio; propenderei ad escluderlo.

Ad interr. 64, vol. I, 389. - Non ho notizia di doni superni e di predizioni.
A proposito degli assenti miracoli in vita, l'attuale Cardinale Caccia, che fu lungamente vicino a Pio X come Cameriere Segreto Partecipante, ebbe a raccontarmi di essere stato più volte interrogato da donne italiane e straniere: «Lei avrà visto certo i miracoli di Pio X!»; a cui egli rispondeva costantemente: «Io non ne ho mai visto uno».

Ad interr. 71-72, vol. I, 389-391. - Riassumo la deposizione affermando che, da quanto sicuramente risulta a me, Pio X fu sacerdote pio, dal costume semplice, sinceramente amante della povertà, Vescovo e Pontefice zelantissimo dei bene della Chiesa e delle anime; ma l'ingegno e la cultura piuttosto modesti, e il carattere non così chiaro come fuori appariva, io resero facilmente accessibile alle influenze delle mediocri persone che lo circondavano, così da indurlo, non di rado, a giudizi errati, anche in materie gravi, su persone e su cose, giudizi sui quali tenacemente insisteva, lasciando a lungo senza frutto qualunque tentativo inteso a dimostrarne la ingiustizia. Nel governo della Chiesa in Italia, in ciò che concerne la vita civile dei cattolici, mantenne un atteggiamento spesso inspiegabilmente contraddittorio, rivelante una mente, in questo campo, non limpida, e un animo non sempre equo e sereno.

Ad interr. 73, vol. I, 392. - Ho sentito dire che l'intercessione del Servo di Dio è invocata e che il suo sepolcro è frequentato. Una sola volta mi è stato riferito di grazia ricevuta.
Nulla da aggiungere.

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Testis XI (III ex officio). Revmus P. ANTONIUS SOIRAT, Congr. Spiritus Sancti, ann. 56.

La deposizione del P. Soirat è riprodotta nel Summarium, pp. 88-90. Aggiungiamo questo piccolo brano sulla Segreteria particolare del Servo di Dio.

Ad interr. 31, p. XXIX. - Quanto alla Segreteria particolare Padre, non solo non ho inteso muovere critiche, ma anzi ho sentito esprimere giudizi di favore, perché si riusciva, attraverso ad essa, ad ottenere più facilmente e più speditamente i favori e grazie di minor conto.

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Testis XIII (V ex officio): Illmus Comes IOSEPHUS DELLA TORRE, moderator commentarii diurni L'Osservatore Romano, a. 59.

La sua deposizione può vedersi nel Summarium, pp. 92-98. Aggiungiamo anche qui una piccola deposizione sulla Segreteria particolare.

Ad interr. 31, p. XXXI. - Nei riguardi della Segreteria particolare, correva voce che essa a volte andasse un po' oltre le direttive del Papa. Questa voce dovrei confermarla per qualche piccolo incidente occorso a me stesso. In certe cose vi era forse dello zelo personale alquanto eccessivo.
Più volte invece invece, trattando affari, mi confermai nella convinzione che la fiducia completa ed assoluta del Papa era goduta dal Card. Merry del Val, uomo severo sì, ma che riscontrai sempre perfettamente equilibrato ed equanime.

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Testis XIV: Dñus GUIDUS AURELI, ephemeridum scriptor, a. 75.

Il dott. Guido Aureli, era nipote del Card. Galimberti ( 1896) e di Mons. Maurizio Galimberti, rettore dei Collegio Ghislieri di Roma, nominato da Pio X, nel 1907, visitatore apostolico dei Seminari. Il teste dice di non aver conosciuto personalmente il Servo di Dio e fu questa la ragione, forse, per cui la sua deposizione fu omessa completamente nel Summarium. Ora sembra invece che detta deposizione meriti di essere presa in considerazione. Si tratta anzitutto di un uomo che conobbe molto bene l'ambiente romano, specialmente quello liberale, dato che al momento della elezione di Pio X egli era direttore del noto giornale La Tribuna. Avvicinò anche una quantità di persone che furono in rapporto col Servo di Dio e che egli cita espressamente. Si mostra poi, non solo bene informato, ma molto equilibrato miei giudizi e la sua deposizione porta l'eco degli apprezzamenti fatti sul pontificato di Pio X nell'ambiente liberale, che di per sé non doveva essere il più favorevole. Per tutte queste ragioni penso che sia utile riprodurre tutta la sua deposizione.

Ad interr. 2, vol. I, 449. - Mi chiamo Guido Aureli, fu Vincenzo e fu Agnese Galimberti, nato a Roma il 3 marzo 1869, cattolico, giornalista, in pensione, domiciliato in piazza Navona 71.

Ad interr. 3, vol. I, 449. - Non ho parentela col Servo di Dio; nessuno mi ha istruito. Non ho motivi umani nel deporre. Desidero la glorificazione dei S. di D.

Ad interr. 4, vol. I, 449. - Non ho conosciuto personalmente il Servo di Dio; ho avvicinato però persone che erano con lui in rapporti. Fra queste ricordo il Card. Galimberti, mio zio; un altro mio zio, Mons. Maurizio Galimberti, Rettore del Collegio Ghislieri; Mons. Benigni; il Card. Agliardi; il Caed. Merry del Val; il prof. Riccardo Olivi; il dott. Zanetti, redattore-capo de L'Osservatore Romano.

Ad interr. 19
, vol. I, 449-450. - È ben noto che quando il Servo di Dio fu eletto alla sede Patriarcale di Venezia, il Governo Italiano negò da principio il «Regio exequatur», appellandosi ad un preteso diritto di patronato, già posseduto dai governo Austro-Ungarico. Mons. Galimberti, allora Nunzio a Vienna, mi disse che, per sostenere il proprio punto di vista, il Governo Italiano sperava nell' appoggio di quello Austriaco; ma il suo intervento riuscì a far sì che l'Austria si disinteressasse della questione. A questo proposito, ricordo che Mons. Galimberti aveva una particolare venerazione per il Sarto.

Ad interr. 20-24, vol. I, 450-451. - Al tempo in cui il Servo di Dio fu eletto Papa, io ero redattore de La Tribuna e mi occupavo in modo particolare di questioni politico-religiose, mantenendomi in contatti con redattori de L'Osservatore Romano. Questa parte della mia missione fu quanto mai delicata durante il Pontificato di Leone XIII, a causa dell'ambiente giornalistico estremamente ostile.
Il nuovo Pontefice, con la famosa I Enciclica, nella quale annunziò il suo programma «Instaurare omnia in Christo», impressionò subito favorevolmente il nostro ambiente notoriamente settario; cosicché io potei svolgere la mia parte con più tranquillità e libertà.
Anche il Gabinetto presieduto da Giolitti rimase favorevolmente impressionato dal nuovo Papa.

Ad interr. 25, vol. I, 451. - Fu quanto mai bene accetto alla popolazione di Roma il tono di estrema semplicità e paternità instaurato dai Servo di Dio in Vaticano. Il popolo poté liberamente accedère al cortile della Pigna per ascoltare il Papa, che, la domenica, spiegava il S. Evangelo.
Si parlava anche molto, e con edificazione, della parentela che il Papa aveva lasciato nella medesima condizione in cui si trovava.

Ad interr. 26, vol. I, 451. - Ricordo che fu universalmente ben commentata la disposizione del Papa che i sacerdoti, che non avessero ufficio a Roma, dovessero ritornare nelle proprie diocesi, e che gli studenti ecclesiastici dovessero risiedere in istituti religiosi.

Ad interr. 27, vol. I, 451-452. - Nei riguardi della lotta contro il modernismo, l'ambiente in cui io vivevo generalmente ne comprese l'opportunità e si rese conto che il Papa personalmente se ne interessava e la dirigeva, con senso di equità e di giustizia oltreché di longanimità assolutamente superiori.
Il movimento Eucaristico, promosso dal Papa, chiarì le idee a tanti dell'ambiente laico, e mi consta di diversi massoni che sfidarono le ire della setta, ritornando alla pratica dei Sacramenti.

Ad interr. 28-30, vol. I, 452. - Tutte le riforme attuate circa i seminari, la disciplina del clero, le feste liturgiche e la Curia Romana, nella stampa liberale, furono generalmente bene accolte.

Ad interr. 31, p. XXXII. - Rammento che l'azione della Segreteria particolare del Papa veniva spesso attaccata da elementi modernisti, più o meno colpiti, i quali sostenevano che essa oltrepassava i mandati e le competenze, e talvolta impediva che i loro ricorsi ed appelli giungessero al Papa. Ma queste accuse mi risultarono false in una inchiesta condotta per mio conto, per ragioni professionali.

Ad interr. 32, vol. I, 452. - Verso l'Italia, il Papa, fermo sui principii e su ciò che vi era di fondamentale, creò un'atmosfera di distensione, che fu il preludio della conciliazione tra Chiesa e Stato.
L'attenuazione del Non expedit salvò l'Italia dal predominio degli elementi sovversivi.

Ad interr. 33, vol. I, 453. - Il Papa, nei riguardi delle questioni sociali e dell'Azione Cattolica, volle che questi movimenti fossero sempre ispirati a principii strettamente religiosi, curando peraltro che fossero difesi e protetti i diritti degli operai.

Ad interr. 34, p. XXXII. - Ricordo l'esistenza del Sodalizio Piano, di cui facevano parte Mons. Benigni, il P. Saubat, e un altro padre francese di cui non ricordo il nome, e che ora è morto. Non saprei dire quale fosse lo scopo e l'attività del sodalizio. Mons. Benigni, con cui ero in relazione, ebbe a dirmi che le adunanze si tenevano in casa sua e che ne facevano parte solo ecclesiastici; ma mi fece comprendere che non amava spiegarmi di più. Diversi anni dopo lessi su una pubblicazione francese clic quel sodalizio si proponeva l'interpretazione fedele del pensiero di Pio X di fronte al modernismo e all'attività della «Action française».

Ad interr. 35, vol. I, 459. - Dal prof. Riccardo Olivi, molto protetto e amato dal Servo di Dio, fin da quando era semplice prete, seppi che il Papa era rigidissimo nell'amministrazione dei Beni Pontificii, e che questa amministrazione era molto migliorata.

Ad interr. 36-63, vol. I, 459. - Non ho argomento per deporre sulle singole virtù, non avendo avuto contatti personali con il Servo di Dio.
In generale devo dire che le sue virtù erano conosciute ed esaltate da tutti, anche dall'umile popolo, che io avevo ragione di accostare per ufficio.
Ho già fatto notare quale impressione producevano le sue spiegazioni del Vangelo.
Io personalmente, nell'ascoltarlo, finivo con il rimanere attratto e quasi rapito, sentendo la pace scendere nel mio cuore.

Ad interr. 64-65, vol. I, 460. - Era voce diffusa che il Servo di Dio, ancora da vivo, facesse delle grazie; ma non potrei riferire particolari. Da molti fu ritenuto che non senza ispirazione superna abbia molto tempo prima parlato del «guerrone», che incombeva sul mondo.

Ad interr. 70, vol. I, 460-461. - Ho sempre frequentato il sepolcro dei Servo di Dio, e vi ho notato folla di persone di ogni ceto sociale, che invocano la sua intercessione con fede commovente. Parlando di ciò a La Tribuna, il mio collega Antonio Agresti, noto scrittore, anarchico e incredulo, mi chiese di venire con me alla messa che il Card. Merry del Vai celebrava presso la tomba ogni 20 del mese. Venne e rimase profondamente e salutarmente commosso, tanto che volle scrivere un bellissimo articolo, quale avrebbe potuto scrivere un fervoroso credente. Sul letto di morte lo visitai e gli rievocai la cosa, ed egli mi chiese di introdurgli un certo P. Gianfranceschi Seppi poi dalla signora (che era protestante) che si era confessato, morendo riconciliato con Dio.

Ad interr 77-72, vol. I, 461 - La fama di santità è universale e assolutamente genuina. Non conosco persone contrarie a questa fama.

Ad interr. 73
, vol. I, 461-462. - Nel 1930 circa, un figlio del prof. Silvio D'Amico, ancora in tenera età, gravemente malato di meningite, era stato spacciato dai medici. Il professore mi chiese una reliquia di Pio X, ed io gli diedi un pezzo di biancheria in mio possesso. Era verso sera; il mattino seguente il professore venne a trovarmi e ad abbracciarmi, dicendomi che, applicata la tela al capo dell'infermo, e recitatosi dagli astanti il Rosario, la malattia si era risolta e il medico subito chiamato aveva dichiarato la guarigione.
Certa Domenica Porciani (viale della Stazione Vaticana 6), molto addolorata al pensiero di poter da un momento all'altre morire per un cancro che l'affliggeva, e morire senza aver fatto il matrimonio con l'uomo col quale conviveva, per nome Nicola Tomai, su mio consiglio pregò insistentemente Pio X che risolvesse le sue questioni e le desse di nuovo l'uso dei Sacramenti. Infatti, l'uomo accettò di fare il matrimonio e di accostarsi ai Sacramenti, e la donna migliorò assai, tanto che ritornò alla vita normale, e morì, per cancro, dopo circa quattro anni.
Anch'io personalmente mi raccomando tante volte al Servo di Dio e posso dire di essere stato sempre esaudito.
Non ho altro da aggiungere.

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Testis XV: Rmus P. IULIUS SAUBAT, Procurator Generalis Societatis Presbyterorum Ssmi Cordis Jesu de Bétharram, a. 77.

Molti Revmi Consultori avranno conosciuto personalmente il P. Giulio Saubat, Consultore per decenni di varie Congregazioni, Procuratore Generale dei Padri di Bétharram e Postulatore della Causa di S. Michele Garicoïts, morto più che ottantenne un paio di anni fa. Nato nella diocesi di Baiona, aveva un temperamento meridionale molto vivace, ma fu ritenuto da tutti sacerdote pio, laborioso, integerrimo e colto.
Con Pio X egli ebbe vari rapporti, soprattutto quale Visitatore Apostolico, perciò fu indotto come teste, tanto nel Processo Ordinario che in quello Apostolico. Alcune deposizioni, fatte nell'Ordinario, sono riprodotte nel Summarium, a p. 401 s.; più ampie sono quelle dell'Apostolico, inserite nel Summarium, a pp. 98-104.
Nel Processo Ordinario egli non parlò del Sodalitium Pianum, perché non interrogato, e perché, come egli riferisce nell'Apostolico, non pensava che se ne potesse fare un punto di difficoltà per la Causa di Pio X. Nel Processo Apostolico invece fece una nutrita deposizione su Mons. Benigni e il Sodalitium Pianum; ad essa aggiunse una specie di promemoria in iscritto, che il Tribunale accolse e inserì nel Processo; aggiunse infine anche una serie di documenti intorno alla questione in parola.
I documenti saranno riprodotti nella seconda parte di questo Summ. additionale, fra i Documenta; riproduciamo invece qui per intero la deposizione propriamente detta e l'annesso promemoria scritto, che ripete sostanzialmente le stesse cose, ma con l'aggiunta di alcuni elementi e con maggior precisione di dati concreti.
Per la giusta valutazione di quanto il P. Saubat riferisce intorno al Sodalitium Pianum si deve riflettere che, per quanto io sappia, egli è l'unico teste comparso nei Processi che abbia fatto parte come membro effettivo del Sodalitium Pianum, di cui fu anche segretario. Non si può quindi mettere in dubbio il suo stato di informazione.

A) Deposizione del P. Saubat intorno al «Sodalitium Pianum».

La deposizione fa seguito alla parte riprodotta nel Summarium, pp. 98-104, come 4° punto ivi annunziato (vedi p. 99): Scelta di certi cooperatori.

IV - Scelta di certi cooperatori

In prosequutione ad interr. 24-26, pp. XXXIII ss. - Tra i tanti addebiti mossi al Pontificato di Pio X in genere e alla persona del Papa in specie, so che c'è quello di essersi largamente servito di Mons. Umberto Benigni, e di un certo «Sodalitium Pianum», da lui fondato e diretto.
Ho conosciuto intimamente e per lunghi anni Mons. Benigni e ho fatto parte del «Sodalitium Pianum» di cui, al momento dell'estinzione, ero segretario, e perciò ritengo di essere in dovere e di avere la competenza per parlare su questo argomento.
Mons. Umberto Benigni venne a Roma sotto il Pontificato di Leone XIII, verso il 1893. Il Papa Leone lo aveva conosciuto a Perugia.
In Roma, Mons. Benigni emerse facilmente per la sua acuta intelligenza, per la sua brillante e soda cultura in ogni campo, e per un complesso di doti che lo resero veramente prezioso.
Per questo fu presto chiamato in Segreteria di Stato come Sottosegretario agli Affari Ecclesiastici Straordinari. In tale qualità rese servizi utilissimi alla Chiesa.
Il Card. Merry del Val, allora Segretario di Stato, pregandomi di accettare di essere corrispondente romano de L'Univers, manifestandogli io la mia titubanza per non essere mai stato giornalista, mi inviò a Mons. Benigni, esortandomi a consigliarmi con lui e a lasciarmi da lui indirizzare.
Da quei momento i miei contatti col Benigni divennero progressivamente più frequenti e più intimi.
Posso dire che egli aveva il temperamento del poliziotto e del lottatore, anzi aveva il gusto della lotta. Queste sue doti, messe a servizio della campagna giustamente scatenata da Pio X contro il modernismo, portarono effetti sorprendenti.
Mai nella lotta furono usati mezzi illeciti o disonesti; però, tutte le arti umane, anche le più scaltre, furono messe ai servizio della verità.
I colpiti gridarono forte e levarono la voce contro forme di spionaggio e poliziesche, ma si deve rispondere che «a estremi mali vanno applicati estremi rimedi», e che scoprire e denunciare certe forme subdole di errore non è far la spia.
Quanto al «Sodalitium Pianum», si deve negare quello che i nemici personali di Mons. Benigni hanno affermato e perfino stampato, che fosse, cioè, una società segreta, che agisse con mezzi tenebrosi e che infine fosse condannata dalla Santa Sede.
Dai documenti che presenterò si rileva che il «Sodalitiurn Pianum» fu più volte approvato e lodato con autografi del Santo Padre Pio X e con lettere della S. Congregazione Concistoriale.
Che il Sodalizio usasse mezzi segreti assai scaltri e talvolta polizieschi, attesto che è vero; ma devo smentire che vi fosse nei nostri sistemi alcunché d'illecito o di moralmente riprovevole. Debbo parimenti smentire, alla luce dei documenti, che il Sodalizio fu condannato; esso fu semplicemente sciolto, con lettera della S. Congregazione del Concilio del 15 novembre 1921, giustificata «dalle mutate circostanze» dei tempi.
Come è noto, i modernisti scrivevano sotto altro nome e svolgevano azione deleteria nelle forme più subdole. Furono queste forme che imposero alla Chiesa una lotta su piano analogo, ed ho motivo di credere che un'infinità di raggiri e di arti non sasarebbe stata messa a nudo, se non si fosse scesi a certi sistemi di lotta. Si gridò da ogni parte contro Benigni; lo si accusò di poca ortodossia, di cattivi costumi, ed anche di connivenza con la Massoneria.
Tutto ciò è falso. Le sue idee in ciò che riguarda la fede erano sostanzialmente rette. La sua moralità incensurabile, per anni ed anni l'ho seguito un po' dappertutto e l'ho avvicinato ad ogni ora, anche in certi periodi in cui era presso di lui un cameriere, di cui egli si fidava molto ed io pochissimo, il quale, perciò, mi vedeva con diffidenza; pur tuttavia mai potei scoprire il minimo indizio di costumi meno che illibati. Egli soleva servirsi di quattro signorine polacche assai attempate e molto pie, che conoscevano molte lingue e passavano tutta la giornata con lui, svolgendo opera di segreteria nella copiosa corrispondenza che egli, o per propria iniziativa, o per incarichi che riceveva dalla Segreteria di Stato o da alti personaggi, doveva mantenere. Queste donne, a volte, erano anche inviate qua e là a convegni ed a riunioni, per aver in mano fili di tante trame.
Non intendo fare il panegirico di Mons. Benigni, né affermare che fosse senza difetti.
Tutt'altro! Ne ebbe molti e gravi; commise certo degli eccessi, dovuti alle sue facili collere e alle impulsività del suo carattere. Aveva talvolta parole violente e perfino imprecazioni contro i suoi nemici. Credeva poco a certe santità, come a quella del Bellarmino e di S. Ignazio, appoggiando le sue opinioni su documenti storici ineccepibili. Criticò gravemente certi atti del Papa come personaggio politico ecc. Alcune di queste manifestazioni furono posteriori al Pontificato di Pio X: così, ad esempio, quanto ho accennato sul Bellarmino e sul Papa come personaggio politico.
Il Benigni aveva conosciuto bene Mons. Giacomo Della Chiesa in Segreteria di Stato, ed aveva di lui un concetto personale.
Gli altri suoi accennati difetti, sono difetti dell'uomo e non vedo come possano riflettersi su Pio X.
Debbo anche mettere in rilievo che vi fu lotta stridente e costante tra il Benigni e l'allora Mons. Gasparri Pietro; lotta che è durata fino alla fine del Benigni e che era basata su diversità di vedute e di metodi, ma anche su qualche altra cosa che io non conosco bene.
Nego finalmente che il Benigni fosse in intesa con la Massoneria. Egli l'ha sempre combattuta e ne ha attraversato i disegni in mille modi, scatenando le sue ire e dando luogo a campagne di stampa violentissime.
Egli non ebbe onori né denaro, contrariamente a quel che soleva accadere per chi serviva direttamente o indirettamente la sètta. -
È stato anche detto che Benigni fu cacciato dalla Segreteria di Stato. Non è vero; fu Briand, i cui iniqui disegni egli tante volte attraversò, che fece insistentemente pervenire alla Segreteria di Stato, per vie più o meno dirette, i suoi lamenti. Di fronte ad una situazione resasi difficile, e prospettatagli dal Card. Merry del Val, egli si dimise spontaneamente, e fu creato per lui un posto di più, per volontà del Papa Pio X, tra i Protonotari Apostolici di numero Partecipanti.
Egli seguitò a rendere utili servigi alla causa della Fede e alle scienze ecclesiastiche, e seguitò a fornire informazioni preziose al Card. Merry del Val e ad altri Cardinali ed enti ecclesiastici, che gliene erano molto grati, come mi risulta personalmente.
Rimase però sempre nell'ombra, abbandonato da tutti, spesso disprezzato e nuovamente calunniato.
Egli rilevava, ma non si lamentava di tale abbandono.

B) Promemoria scritto, depositato dal P. Saubat nel Processo Apostolico (pp. XLII ss.).

È il promemoria depositato dal P. Saubat nel Processo a seguito della sua deposizione orale, come abbiamo detto sopra. Da notare che i molti puntini che s'incontrano nel testo non rappresentano omissioni da noi fatte, ma si trovano nell'originale e sono un elemento dello stile di P. Saubat.

Mgr Benigni est-il le «péché» de Pie X?

J'ai entendu reprocher à Pie X de s'être servi de Mgr Benigni. C'est le cas et le moment de se souvenir: «qui facit veritatem, venit ad lucem».
J'ai connu Mgr Benigni à l'Apollinaire où il fut mon professeur d'histoire. J'ai été mis en relation avec lui quand le Cardinal Merry del Val me nomma correspondant officiel de L'Univers, pour éviter d'autres personnages qu'on voulait lui imposer; comme j'arguais de mon incapacité, il me dit: «Allez trouver Mgr Benigni, il vous aidera!». J'ai travaillé avec lui... Je l'ai suivi jusqu'à sa mort... et après...
Il sera difficile de nier que Mgr Bènigni fut une grande intelligence.
Il avait eté remarqué à Perugia par le Card Pecci. Là il fut le secrétaire de l'Archéveché. C'est à cause de lui qu'il vint à Rome. Il fut l'un des premiers à voir le péril que fut pour l'Eglise le Modernisme. Il l'avait vu se lever en Alemagne surtout avec Harnack, - en Amérique avec le P. Hecker; il le vit se répandre en France avec Loisy..., en Italie avec Murri... partout. - Les Allemands qui connaissaient sa valeur et qui le redoutaient ont cherché à le perdre en livrant les fameux papiers Junkes - un flamand passé aux Allemands en 1914 - qui fut, un moment, un des aides de Mgr Benigni en Belgique. Bluf ridicule d'une Société secrète, connue, approuvée par les plus hautes autorités, et par lequel on chercha hypocritement à éclabousser le Pontife. Ce sont ces papiers passés aux mains des pires ennemis de Mgr Benigni par M. Mourret, St-Sulpice, qui ont déchaîné l'agitation que l'on fait autour de la Cause de Pie X. Les Allemands en voulaient tellement à Mgr Benigni - plutòt à son action - qu'un jour Pie X, au moment où Mgr Benigni partait pour la Suisse, lui dit: «Je vous défends d'aller en Allemagne, ils vous tueraient ». Après la publication de l'Encyclique sur St Charles Borromée, le Ministre allemand vint faire une scène effroyable à Mgr Benigni: «C'est votre guerre! Vous l'avez voulue! Vous l'aurez et vous en repentirez!» - En France, même fureur provoquée pour les mêmes motifs: sa valeur, son action puissante. - Oui, Mgr Benigni a vu le mal du Modernisme, et il a aidé puissament Pie X à le combattre.
Mgr Benigni était une grande science: il avait une vaste culture. Il avait la formation théologique voulue par le Card. Pecci: St Thomas. Il a pu suivre l'hérésie moderniste sous toutes ses formes et sur tous les terrains dogmatiques: Loisy... Leroy... Laberthonnière... Il avait la science historique profonde et complète: il a pu suivre tous les Duchesne... Il était de la Commission historique du St-Siège.
Il avait la science sociologique très étendue et basée sur les principes les plus sûrs: St Thomas, Léon XIII. Il a suivi tous les mouvements sociaux, en particulier la question des syndicats catholiques de Berlin et ceux de Cologne, chrétiens... le Sillon... Naudet... Son histoire sociale de l'Eglise le montrerait. Don Placido Lugano a dit, après le 1er volume, «qu'il suffirait à illustrer un homme».
Il avait une immense science politique, acquise par ses études et surtout par ses luttes comme journaliste. On sait que jusqu'à ses derniers moments Léon XIII se faisait lire La voce della Verità de Benigni. Il connaissait tous les hommes politiques d'Allemagne, de France, de Russie, d'Italie... Le «petit Cavour» du Séminaire de Perugia était devenu le «Cavour ecclésiastique» pour les journalistes.
Il avait un tempérament de curieux; n'est-ce pas Platon qui a dit que la curiosité est le principe de la science? - de chercheur: il lisait tout et retenait tout. Il a passé avec moi 3 jours à Holyhaed, île d'Angleterre, en face du pays de Galles. Il trouva là une grammaire celtique; en trois jours, ou plutôt trois nuits, il était capable de lire et de comprendre cette langue.
Il avait un tempérament de policier: c'est vrai: il l'appliqua au service de l'Eglise, et cela lui permit de faire beaucoup de bien pour la défense de la foi... Que de fois j'ai entendu des journalistes dire: «Qu'il aurait fait mal à l'Eglise s'il s'était mis contre elle!». Ici c'est le point névralgique de Benigni: il convient d'insister.
Cette disposition naturelle et acquise lui permit de découvrir le mal dont souffrait l'Eglise, ou qui la menaçait..., ses ennemis..., leurs manoeuvres souterraines..., et de combattre les personnes et les doctrines en déjouant les complots. Comment faire autrement avec un mal et un ennemi qui se cachaient, qui semaient partout et à tout instant les embûches les plus redoutables, sous les pas de Pie X, de la Religion, de ses défenseurs, qui prenaient toutes sortes de visages et de moyens. - Quelques exemples: Loisy signait Isidore Duprès, A. Firmin, François Jacobé, Jacques Simon; Tyrell était le Dr Ernest Engels, Hilaire Bourdon; le fameux Turmel était Dupin, Herzog, Lenain, Goulven Lezurec etc. et «devant Dieu» il déclarait qu'il n'était ni «Dupin, ni Herzog». Quand l'abbé Saltet le démasqua, ce fut un bon tapage. De même en Italie. La «Réponse à l'Encyclique» était anonyme... La lettre du groupe de Catholiques comprenant des personnages éminents adressée à Pie X avait fini par avoir huit adhésions dont Mgr Lacroix, un étudiant suisse, et Sabatier le protestant, et tous cachés. (Mon expérience, Houtin, p. 338); Houtin signait Vidimus, Vettius, Pani Chèze, Parizet etc. Xenos (Histoire du Cath. liber., Barbrier, p. 310); Boeglin: St Meran, Richeville, Lucens, Tiber etc. Abbé Sifilet signe: Abbé E. Lefranc (IV, 318, 319), un groupe de Prêtres catholiques; Abbé Melinge: d'Alta (IV, 326), Abbé Meissas: Jean Vrai (IV, 326), Pierre Saintives (IV, 322)...
Autres exemples de leur tactique: Pie X avait imposé silence sous peine de suspense, ipso facto, de toutes fonctions épiscopales, lors de la première réunion des Evêques de France pour la Question des Cultuelles.
Le soir même Mgr Lacroix livrait tout à Houtin, et le lendemain tous les documents paraissaient dans le Temps, le Réveil. Je puis parler de leurs procédés, moi, contre lequel il y a eu une campagne de presse commencée le même jour en France, en Allemagne, en Angleterre, en Italie: le chef d'orchestre se trouvant à l'archevêché de Paris... à propos des Visites Apostoliques.
Quels autres moyens employer avec ces gens-là qui n'avaient que l'hypocrisie, la calomnie comme armes contre l'Eglise? Les «moyens» de Mgr Benigni pouvaient faire remettre à Pie X la liste des prêtres modernistes de Rome, écrite de la main de Murri... On peut le lire à la Secrétairerie d'Etat, où le document se trouve.
Va-t-on dire: Espion... Pas digne de la majesté du Pontife. Espion, non: l'espion est le mal au service du mal, pour le mal. Ici c'est la vigilance par les moyens humains suffisamment honnêtes, pour le bien. Autrement il faudrait dire: espions les Nonces qui sont chargés d'informer: espion le Secrétaire d'Etat à qui tous les matins le Pape demande: Custos quid de nocte? Le Secrétaire d'Etat passe par la scala regia: Benigni passait par la scala di servizio; c'est toute la différence. Il est vrai qu'il pouvait y en avoir une autre: celle d'informations plus utiles parce que les services de Benigni - plus humbles e plus cachés - étaient plus habiles ou plus en état d'informer, que ceux, plus officiels, du Secrétaire d'Etat.
Mgr Benigni avait le goût de la lutte... et il tappait fort... C'est pour cela qu'on lui en voulait. Rien de comparable à la fureur de Briand contre lui, et ses instances près du Nonce, pour qu'on l'en débarrasse. Briand savait ce qu'il demandaitÖ Comme Benigni travaillait pour la Foi et l'Eglise, Pie X - qui n'était pas sans avoir quelque affinité avec ce tempérament - s'en servait.
Sur ces simples considérations, tout esprit impartial et surtout au courant de la situation si pénible pour l'Eglise, sera amené à reconnaître, toutes choses pesées, qu'il n'était aucune autre personnalité aussi qualifiée que Mgr Benigni, pour conduire et soutenir, sur tous les terrains, la lutte pour la défense de la Foi.
Pie X ne pouvait pas mieux choisir, vu les qualités de Mgr Benigni et malgré ses défauts, qui bus ne s'étaient pas montrés jusque-là.
Mgr Benigni a eu des défauts... Il a eu des imprudences... il a eu des excès... Quelquefois - rarement même - ses ennemis s'y sont accrochés, jusqu'à ce que, par là, ils aient obtenu sa chute.
Cela est vrai; c'est le fait de l'homme; ce furent surtout les défauts de ses qualités. Il a manqué de délicatesse, de mesure. C'est son fait, à lui, et non celui de Pie X. Il a surtout comme excuse et comme légitimation qu'il avait à faire à aussi fin que lui et surtoiit à plus perfide. Quelquefois il a dépassé les intentions: c'est sûr... Mais au milieu de la bataille qu'il soutenait presque seul, dans le corps-à-corps avec un ennemi méprisable et puissant, il est excusable d'erreurs de tactique, surtout devant le nombre, la force, la perfidie de ses ennemis.
Tout cela a pu être le fait de l'homme: on n'a pas le droit de dire que ce fui le fait de ceux qu'il servait.
Mgr Benigni n'a pas seulement pour lui ces qualités naturelles, cette préparation qui l'ont fait le right man in the right place; il a d'autres titres qui sont à son honneur. D'abord la haine de la Massonerie, dos politiques antireligieux, des Modernistes, des libéraux, démocrates... etc.
On juge un homme à ses ennemis... Les politiques surtout, en particulier M. Briand, l'ont trouvé sur leur chemin les empêchant de réaliser leurs projets ténébreux et perfides contre l'Eglise. Ils ont juré sa perte; ils l'ont obtenue. Cependant il est juste pour l'histoire de dire qu'il est parti de lui-même quand il a vu que sa politique n'était plus celle de ses Supérieurs: il est parti pour rendre service. Il a donné sa démission: elles nous a valu Sa Sainteté Pie XII, puisque Mgr Pacelli, alors minutante, venait avertir Mgr Benigni de son prochain départ pour l'Amérique, comme professeur de Droit Canon, dans une Université où il était impatiemment attendu, quand Mgr Benigni lui annonça qu'il avait démissionné et que c'était lui que le remplaçait. Tout cela je le sais sûrement: c'est de l'histoire écrite.
Mgr Benigni a, pour lui, d'être parti alors que s'il avait voulu soutenir la politique du Card. Gasparri, il aurait fait carrière: il avait assez de talent pour aspirer à tout. Il ne serait pas mort l'oublié, le honni, le calomnié qu'il a été; d'abord dans la presse allemande, au point que le Card. Merry del Val dut intervenir. La Kölnische Volkszeitung dut insérer la note qui voici: «Son Em. le Card. Merry del Val nous fait savoir par l'Eminentissime Evêque d'Augsbourg, qu'à l'encontre de nos correspondants, les affirmations de la correspondance à nous écrite de Rome... sont et doivent être regardées comme fausses et calomnieuses pour le St-Siège et ses fonctionnaires». Calomnié, Mgr Benigni le fut toute sa vie et jusqu'à la fin, en particulier dans une illustre Revue ecclésiastique - dont le Directeur avait d'autres raisons personnelles pour l'attaquer - dénoncé comme instigateur d'une société secrète contre l'Eglise, comme un viveur avec les laïques, et comme eux, lui férocement abstème, presque comme un concubinaire. Ce qui à ce moment fit dire au Card. Galli - à un de mes amis - «Benigni est perdu: on va le frapper!».
C'est alors que je le décidai à publier les Documents de la Consistoriale, les lettres et bénédictions de Pie X qui prouvaient... la calomnie; ce qui retourna loyalement aussi le Card. Galli indigné contre la Revue qui avait propagé ces calomnies... et qui, elle, n'a jamais rétracté!
On juge encore un homme à ses amis. Pour n'en nommer que quelques uns: les Cardinaux Vivès, De Lai, Boggiani, Sevin, Mgr Sabadel (Pie de Langogne), Caron, Gilbert, Volpi... les Pères Fontaine S. I., Castellain, Georges S. R., Maignen, Ricart; les abbés Boulin, Barbier, Gaudeau... et combien d'autres! Ce sont là des noms et des personnalités les plus honorables! ceux-là indiscutablement - même par la Revue - dignes d'estime par leur vertu, leur valeur intellectuelle, les services rendus à l'Eglise. Ils n'auraient pas approché, encore moins utilisé ou servi Mgr Benigni, s'ils ne l'avaient pas estimé; ils ne l'auraient pas aidé, si sa besogne n'avait pas été pour le bien de l'Eglise!
Mgr Benigni a pour lui d'avoir vécu pauvre et d'être mort pauvre. Il aurait pu se faire acheter, et l'on l'aurait payé fort cher! Ce qu'il a su, il l'a employé à faire sa guerre sainte: livres, brochures, revues, feuilles volantes, journal La Correspondance de Rome, lettres... On a eu le courage de lui enlever la Capellania de 1000 lire annuelles qu'on lui avait donné un moment; on lui a retiré sa charge de professeur à l'Académie des Nobles, sans lui donner un sou. Le sachant dans la misère et avec des dettes, je lui ai fait passer tout l'argent que j'ai pu trouver... Je lui ai porté de l'argent de laïques émerveillés de sa campagne; 1000 lire d'un Cardinal quand il fut malade. C'est à cause de ses dettes que son frère a dû vendre ses Archives (pas toutes), et ceux qui les ont achetées, par craintes personnelles, ont pu s'apercevoir que de terribles documents et papiers - qu'on savait en sa possession -manquaient.
L'abandon, la calomnie, la pauvreté supportées dans le silence héroïquement, puisqu'il aurait pu se venger, prouvent bien sa sincérité et sa fidélité à Pie X.
Mgr Benigni a pour lui d'avoir souffert.
Il a connu l'abandon de tout le clergé romain, l'ingratitude de ses amis et obligés. Ils l'ont quitté même quand ils ne l'ont plus craint, ou quand ils n'ont plus espéré, de lui, des faveurs, ou quand ils ont cru faire plaisir aux maîtres de l'heure.
On l'a attaqué dans sa vie privée. Avant de l'aider j'ai consulté le P. Pie de Langogne qui m'a dit: «C'est un bon prêtre».
Je l'ai toujours connu ainsi... Il disait sa Messe: je lui ai longtemps fourni le vin et les honoraires. Il avait un confesseur qui venait tous les 8 jours... quelqu'un qui vit encore; il était à S. Carlo al Corso, du temps où lui-même habitait dans ces parages. Je l'ai vu... je lui ai parlé. Puis ce fut un Père Mercédaire de Piazza Buenos Ayres, que j'ai été prévenir lors de sa dernière maladie... Ce dernier l'a confessé, communié et extrémisé. Je n'ai jamais trouvé le moindre indice qu'il se conduisait mal. Cela pour répondre à celui qui à tel moment faisait taper à la machine une lettre à plusieurs exemplaires pour dire - sans aucune preuve - qu'il se conduisait mal.
Ici je dois déclarer avec la même solennité que pour la foi, que jamais je ne me suis aperçu qu'il y ait eu quelque chose de répréhensible dans sa conduite morale. J'ajoute qu'après certaines dénunciations faites à moi et à d'autres, par son domestique Domenico Bordi en qui Benigni avait confiance, moi pas - j'ai été mis sur la méfiance. Malgré cela je n'ai remarqué absolurnent non, à aucun moment.
En toute hypothèse, l'accusation ne portait que sur les derniers temps de sa vie, et non du temps de Pie X; la distinction est de toute importance..
Si Mgr Benigni est mort abandonné et honni du clergé, il a été entouré jusqu'à la fin, de l'estime et de l'amitié de laïques très haut placés: ceux-là avaient honte en pensant à la façon dont il était traité par les prêtres; ils comprenaient bien le motif: sa supériorité par ses talents.
Aussi quel enterrement! foule de laïques... 7 ou 8 Sénateurs, 12 à 15 députés, légion de journalistes et même... 11 carabiniers «in alta divisa» qui faisaient la haie. Comme clergé, 2 prêtres: le P. Jeoffroid et moi. Le Card. Gasparri m'a fait payer ma fidélité à cette haute personalité que j'ai vue toujours à l'oeuvre pour le bien de l'Eglise et par attachement à Pie X: et j'en ai été fier!
A la fin de ces considérations c'est justice de se poser la question: quels résultats a eus cette action de Mgr Benigni? Car on juge l'arbre à ses fruits... et, cum grano salis, la fin obtenue justifie les moyens.
Mgr Benigni a rendu les plus grands et les plus heureux services à l'Eglise... Ce sont les ennemis qui doivent parler.
Du Journal, organe plutôt anticlérical de France: «Vu dans la lumière des Chancelleries, Pie X étonne et déconcerte: il est en querelle avec tous les Etats; il laisse tomber les derniers privilèges offerts à l'Eglise de France au risque de briser les autels dans la chute des parvis; il se brouille avec la catholique Espagne (Canalejas); il est en querelle avec l'Autriche. La Bavière catholique se révolte contre lui. Les Républiques de l'Amérique répondent par des moqueries aux actes de son autorité.
Et cependant aucun de ces gestes humainement malheureux ne nuit à l'Eglise? Le Catholicisme a en France une vigueur de renouveau dont tous restent étonnés; l'Espagne finit par signer un Concordat favorable à la Foi; la Monarchie autrichienne donne au monde, en 1912, le spectacle d'un triomphe catholique digne de Moyen-Age par le décor et la pensée.
Les catholiques de Bavière se soumettent et le Brésil trame au pied du trône pontifical les agenouillements de son repentir». Mgr Benigni a eu sa part à ce triomphe de la politique de Pie X.
Le Modernisme a été la grande question qui a occupé tout le règne de Pie X. Contre lui il a livré sa plus grande bataille, qui a été menée par Mgr Benigni.
Qu'en est-il résulté? Ce sont encore les ennemis qui doivent le dire. (Le Modernisme dans l'Eglise: Jules Rivière, docteur en théologie, prof. à l'Université de Strasbourg, p. 258): «Dès ce moment-là (Motu proprio Sacrorum Antistitum) tout en effet, autorise à considérer le Modernisme comme disparu».
«Il n'y a pas de doute possible en ce qui concerne l'état extérieur de l'Eglise. Aussi bien le fait est-il reconnu par les témoins les plus intéressés à y contredire. Un coup d'oeil jeté sur la catholicité en 1911, huit ans après l'avènement de Pie X, suffisait, d'après A. Houtin (un prêtre moderniste défroqué) pour constater que le Souverain Pontife y avait presque entièrement rétabli l'ordre théologique. Presque partout il avait réussi à écraser les novateurs».
«M. Schnitzer établit avec plus de précision et non moins de pessimisme le bilan de l'affaire au début de l'année suivante: "En France le Modernisme semble entièrement mort; en Italie non plus il ne bouge pas davantage; en Allemagne il est rentré dans le rang". Venue d'arbitres aussi peu suspects, cette constatation de la debâcle a tous les airs d'un communiqué».
Devant ces aveux qui proclament un grand résultat, le triomphe de la politique religieuse de Pie X, on pense à Mgr Benigni et à ceux qui l'ont aidé à combattre le bon combat et on se prend à répéter le mot qui termine la vieille épopée provençale:

Sont morts les bâtisseurs, mais le Temple est bâti
Au front de la Tour Magne, le saint Signal a lui.

Un dernier mot pour une dernière explication. On m'a démandé pourquoi je n'avais pas parlé de Benigni, dans ma déposition au Procès Informatif? Parce que je ne savais pas alors que Pie X serait attaqué comme il l'a été. Les attaques se sont fait jour surtout ces derniers temps. L'opposition à la cause - que l'on a bien constatée au moment de l'introduction - a fait flèche le tout bois contre lui. La fidélité aussi - et je tiens à en être - a tiré toutes ses armes pour sa défense, soutenue par S. S. Pie XII, dont le beau geste a réjoui vivement la catholicité entière.
Tout ceci est dit sous la foi du serment pour que tombe la dernière calomnie à savoir que Benigni a été le péché de Pie X.
En réalité il a été son bon serviteur... Pie X a été bien inspiré en l'associant à son oeuvre de restauration religieuse.
On va penser: c'est le panégyrique de Mgr Benigni! C'est peut-être sa justification: il la méritait! C'est surtout la justification de Pie X; au lieu de dire que c'est son péché, on pourra penser que c'est une très bonne action de Pie X; ce qu'il faillait démontrer.
Sous la foi du serment
Jules Saubat S. C. I.

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Testis XXIX (XII ex officio): Revmus P. HENRICUS JEOFFROID, Procurator Generalis Congr. Fratrum a S. Vincentio de Paulo, ann. 64.

Una breve deposizione del teste è nel Summarium, p. 123 s. Essendo stato egli in relazioni amichevoli con Mons. Benigni, riportiamo qui la sua breve deposizione intorno al Sodalitium Pianum.

Ad interr. 24 et ss.,
p. civ. - Posso anche dire qualche cosa di particolare circa il «Sodalitium Pianum», essendo stato amico di Mons. Benigni e avendo conosciuto bene vari membri del Sodalizio, tutti ottimi sacerdoti, come il P. Mignon, il P. Rollin, il P. Oriello, il P. Castellain. Il Sodalizio fu promosso con intenzioni del tutto rette, nell'intento d'informare la Santa Sede sopra i movimenti spesso subdoli delle tendenze erronee. Monsignor Benigni l'organizzò con sistemi di indagine del tutto moderni e rese servigi preziosissimi alla verità, di cui egli era appassionato amico. Il Santo Padre benedisse e favorì in ogni modo l'attività del Sodalizio.

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Testis XXVI: Rmus Dñus IOSEPHUS PESCINI, Canonicus Liberianus, ann. 70.

Mons. Pescini, Segretario particolare del Servo di Dio già a Venezia e poi durante tutto il Pontificato, fa una lunga deposizione, riportata largamente nel Summarium, pp. 125-150. Aggiungiamo quanto egli riferisce con precisione sul funzionamento della Segreteria particolare di cui egli, dopo Mons. Bressan, fu attore principale.

Ad interr. 31, p. CVIII. - Già nei primi giorni del Pontificato, dovendo attendere a numerosa e varia corrispondenza, il Santo Padre pensò di dare degli aiuti a Mons. Bressan, e scelse un certo Mons. Francesco Gasoni e Mons. Attilio Bianchi. Dopo qualche giorno fui chiamato anch'io, nelle circostanze che ho già esposto.
Noi quattro, dunque, formammo la Segreteria particolare del Papa, sotto la direzione di Mons. Bressan, che aveva la firma.
Si aprivano le lettere che giungevano al Papa; alcune di queste lettere erano sigillate in una seconda busta e dovevano consegnarsi chiuse.
Spesso il Papa preparava da sè la risposta e consegnava tale risposta chiusa, in busta, alla Segreteria per la spedizione, sicché noi venivamo ad ignorare perfettamente gli affari così trattati.
I casi comuni, che erano di competenza di qualche Congregazione o Ufficio, venivano rimessi ai Dicasteri competenti, dopo di essere stati protocollati in Segreteria, di modo che, se in seguito provenivano lamenti di mancata risposta, noi potevamo sollecitare i vari Dicasteri, attraverso il numero di protocollo esistente in Segreteria.
Diversi altri casi, a giudizio di Mons. Bressan, venivano presentati direttamente al Papa.
Il Papa, la mattina seguente, restituiva le lettere con la sua mente espressa in inscritto e brevemente, per la risposta.
Era perciò praticamente impossibile, atteso il sistema, influire sulle decisioni del Papa o rispondere di proprio arbitrio, o mettere alcunché di proprio nelle risposte, giacché il Papa non ascoltava relazioni a voce, ma voleva tutto vedere di persona, e dare da sè, e in iscritto, la sostanza della risposta.
Cade perciò la frequente insinuazione, ripetuta anche da personaggi assai qualificati, che la Segreteria particolare portasse il Papa a dare risposte e indirizzi che egli da sè stesso non avrebbe dato.
Faccio notare che tutte le risposte della Segreteria erano diligentemente protocollate, con un sistema molto ordinato, suggerito da Mons. Vincenzo M. Ungherini, stato già addetto alla Segreteria particolare di Leone XIII.
Gli ultimi anni del pontificato, cominciò a spargersi la voce che il Papa facesse miracoli e di conseguenza affluì una grandissima quantità di lettere che imploravano una speciale benedizione.
Queste benedizioni venivano sempre inviate d'ordine del Papa e accompagnate con buone parole di esortazione alla preghiera e alla fede. Tali benedizioni venivano richieste da ogni parte del mondo, perfino dall'Australia ed anche da paesi non cattolici. Più volte giunsero fervidi ringraziamenti per grazie ricevute. Il Papa, quando ne era da noi informato, non se ne meravigliava affatto e rispondeva semplicemente che tutto era dovuto alla fede del richiedente.
Aggiungo da ultimo che regnò sempre la più grande e cordiale armonia tra i membri della Segreteria; ciò che, a parer mio, torna a lode del Papa, che seppe scegliere persone che corrispondevano docilmente alle sue vedute.

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Testis XXIX (XIV ex officio): Revmus Dñus CAROLUS RESPIGHI, Prot. Apost. ac Caeremoniarum pontif. Praefectus.

Le deposizioni fatte dal compianto Mons. Respighi nel Processo Apostolico sono riportate, in parte, nel Summarium, pp. 150-152. Le completiamo con altri tre brani, nel primo dei quali egli riferisce, di propria scienza, un grazioso episodio del Card. Sarto durante i funerali di Leone XIII; nel secondo ci dà invece una notizia importante e sicura, che cioè Mons. Faberi, nella parte che ebbe per la riforma del Vicariato, voluta dal Servo di Dio e criticata allora o mal sopportata da non pochi, agì sempre in pieno accordo col Cardinal Vicario, S. Em. Respighi, zio dello stesso Mons. Respighi; nel terzo brano finalmente Mons. Respighi riferisce il fatto della deposizione di Mons. Umberto Fracassini dall'ufficio di Rettore del Seminario di Perugia e della chiusura poi dello stesso Seminario, per concludere che Pio X, secondo lui, «talvolta prendeva gravi provvedimenti o non bene informato o senza aver sufficientemente vagliato le informazioni che gli pervenivano». Ora se Mons. Respighi avesse conosciuto il voluminoso incartamento esistente alla S. Congr. Concistoriale sul Seminario di Perugia, non avrebbe avanzato certamente quell'affermazione, poiché non mancano le prove documentario di deviazioni modernistiche a Perugia e nel suo Seminario.

Ad interr. 23, vol. II, 957. - Nei giorni precedenti al Conclave, qui in Roma, ebbe a manifestarsi il suo vivo dolore per la morte di Leone XIII.
Il giorno seguente alla tumulazione del suo Predecessore, ebbe ad esprimermi il suo rammarico per aver visto i sampietrini spingere la cassa del Papa defunto nel loculo con un calcio.
E mi disse: «Hai visto, Don Carletto, come finiscono i Papi? Con un calcetto!». Mi disse anche che sperava che il nuovo Papa sarebbe stato eletto presto, perché «la Chiesa senza il Papa è un corpo senza capo».
Aggiunse: «Io però ho preso il biglietto di andata e ritorno, perché voglio ritornarmene presto a Venezia». E mi mostrò il biglietto.
Fui tra i primi a baciargli il piede, appena aperto il Conclave. Lo trovai profondamente commosso e abbattuto. Mi disse: «Pensiamo al calcetto!».

Ad interr. 26, vol. II, 958-960. - Il Servo di Dio, essendo stato molti anni Vescovo, fatto Papa si prese subito grandissima cura dell'incremento spirituale della popolazione di Roma e dell'Agro Romano. Per avere un'idea esatta delle possibilità e dei bisogni, indisse la Visita Apostolica, con il particolare criterio di riformare le parrocchie nei senso di sopprimerne alcune centrali e troppo fitte e di crearne altre nella periferia, e nell'Agro.
Eresse nuove chiese e prese parte personale attivissima a questa riforma della vita religiosa delle parrocchie, che tornò molto fruttuosa.
Dopo ciò, pensò che il Vicariato di Roma dovesse essere riorganizzato su basi più ampie, e perciò gli diede una sede materiale più degna e ne riordinò le cariche, mediante la Costituzione Etsi Nos.
Fu anche dovuto alla sua personale iniziativa l'allontanamento da Roma di molti sacerdoti che non avevano titolo sufficiente per rimanervi.
In tutta questa attività, si servì ampiamente, come è noto, di Mons. Francesco Faberi, il quale, come mi consta personalmente, agiva in perfetta armonia col Card. Vicario Respighi.
Dopo attuata la riforma del Vicariato, sorsero in Roma delle voci e dei lamenti, anche a causa del trattamento economico che veniva previsto per gli addetti al Vicariato, e perciò fu nominata una Commissione Cardinalizia di inchiesta.
Ricordo che, quando il Card. Respighi ebbe la lettera di comunicazione, rimase molto male, anche perché, essendo andato in udienza il giorno avanti, il Papa non gliene aveva fatto parola. Offrì dunque le sue dimissioni, ma il Papa non le accettò, anzi lo annoverò trai Cardinali componenti la commissione.
In occasione dell'inchiesta, venne rimosso Mons. Cisterna da Amministratore del Vicariato. Egli era stato il principale autore della riforma dal punto di vista economico, e, invitato dalla Commissione Cardinalizia, non volle manifestare da chi aveva appreso notizia dei ruoli degli impiegati della Santa Sede.
Nei riguardi delle Diocesi suburbicarie, il Papa si preoccupò molto dello stato spirituale disagiato di quelle popolazioni e pensò che non ultima causa di questo fosse l'assenza del Vescovo residenziale, dato che il Cardinale Ordinario deve risiedere in Curia ed attendere ad altri uffici.
Pubblicò perciò un Motu Proprio con il quale praticamente riservava al Cardinale Suburbicario solo certi onori, lasciando gli oneri e la giurisdizione ad un Vescovo residenziale.
L'intenzione fu certo ottima, ma la cosa rimase praticamente inattuata.

Ad interr. 27, vol. III, 966-968. - Dei punti toccati da questo interrogatorio posso dire qualche cosa soltanto quanto al Modernismo.
Mi riferisco alle conseguenze di una Visita Apostolica ordinata all'Archidiocesi e particolarmente al Seminario di Perugia, che era stato - secondo me a torto - dipinto come un covo di modernisti.
Il Passionista Pietro Paolo Moreschini fu incaricato della visita. Dietro le sue referenze, fu rimosso bruscamente il Rettore del Seminario Mons. Umberto Fracassini, persona degnissima, contro il quale si erano diretti gli strali di molti in Perugia. Faccio notare che il Visitatore interpellò molti, ma non sentì il bisogno di interrogare il Fracassini, il quale, presentatosi spontaneamente, fu lasciato parlare.
Un anno o due dopo tale rimozione, la Concistoriale inviò un nuovo visitatore nella persona di Mons Vizzini, il quale si introdusse nelle aule scolastiche senza alcun preavviso né presentazione da parte dell'Arcivescovo. Questo sistema urtò molto gli insegnanti e ne derivarono spiacevoli inconvenienti.
Dopo ciò fu ordinata la chiusura del Seminario.
Il Fracassini rimase dignitosamente nell'ombra dei suoi studi fino alla sua morte.
Ho riferito questo episodio perché mi sembra che da questo appaia che il Santo Padre talvolta prendeva gravi provvedimenti o non bene informato o senza aver sufficientemente vagliato le informazioni che gli pervenivano.
Era poi voce comune che il Papa fosse facile a certe influenze, particolarmente del Card. De Lai e del Card. Merry del Val.

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Testis XXXV (XIX ex officio): Revmus PAULUS DE TÖTH, in dioec. Faesulana parochus, an. 65.

Le deposizioni del de Töth sono riferite nel Summarium, pp. 176-181. Aggiungiamo quanto egli riferisce del Sodalitium Pianum, di cui egli non fu membro, ma che conobbe bene per l'amicizia che lo legava a Mons. Benigni.

Ad interr. 34, p. cxviii. - Conosco bene le vicende del «Sodalizio Piano», del quale però non ho fatto parte ufficialmente. So, per esser io stato molto amico e intimo collaboratore di Monsignor Umberto Benigni, che questi ne fu ideatore e ne sollecitò la fondazione presso il Papa, nell'intento di fornire alla Santa Sede informazioni sicure sopra il movimento modernistico nei vari paesi, in quei tempi tristissimi, nei quali l'eresia usava sistemi tattici le cui fila erano segrete. Per queste e anche per informazioni di altro genere, di natura religiosa e politico-sociale, il Sodalizio venne fondato e approvato dal Santo Padre che elargì anche indulgenze agli appartenenti. Fu questa l'unica retribuzione per i sodali, i quali furono sempre in numero assai ristretto (una dozzina circa) e presieduti da Mons. Benigni stesso.
Questo Monsignore fu per diversi anni nella Segreteria di Stato, poi ne fu allontanato sotto vari sospetti (che ritengo infondati e falsi) e rimase in disparte, pubblicamente vilipeso e calunniato, fino alla morte. Morì povero, e questa è una delle sue migliori glorie e delle più significative prove della sua onestà e lealtà. Egli pronunziava, a volte, delle frasi che potevano farlo sembrare scettico, ma chi lo conosceva a fondo, come il sottoscritto, deve giudicarlo uomo di integra fede.
Il Sodalizio rese alla Santa Sede insigni servizi, e la Segreteria di Stato se ne servì largamente, e così poté conoscere certi uomini e certe mene del Congresso cristiano di Berlino, poté avere preziose informazioni sullo stato dei cattolici in Russia e altre notizie delicatissime. Certo, per arrivare a questi risultati, vi dovettero essere dei cifrari ed agire in modo segreto ma nego che si trattasse, come si è andato dicendo falsamente, di società segreta, che agisce con sistemi delatori e comunque illeciti. A certi sistemi usati in campo avverso, bisognò, entro i limiti del lecito, opporre sistemi simili allo scopo di sventare tante insidie.

Con disposizione della S. Congregazione del Concilio il Sodalizio fu sciolto nel 1916 [corrige 1921]; ma già da vari anni non funzionava quasi più, sia a causa della guerra, sia perché i suoi membri erano quasi tutti passati a miglior vita.

Accennando ad una lettera di Pio X al conte Medalago-Albani, in data 19 aprile 1912, nella quale il Papa scrive fra l'altro: «Quanto alla raccomandazione da farsi ai Vescovi si studierà il modo di render pubblico il desiderio della Santa Sede, magari con una lettera a qualcuno di loro, seppur non diranno (come si usa adesso) che non rispecchia il volere del Papa, ma quello di Don Bressan o del guardiano dei giardini», il de Töth aggiunge:

Ibidem, p. CXXI. - Importantissima per le confusioni e accuse tra il Papa e la sua segreteria particolare. Pio X pensava ad una lettera ai Vescovi o a qualcuno di essi per muoverli all'opera e alla obbedienza, ma prevedeva che si sarebbe detto «come si usa adesso dire, che non rispecchia il volere dei Papa, ma di Don Bressan o del guardiano dei giardini». Notabene: Quante accuse stoltissime, quante critiche di gente interessata a demolire l'opera di Pio X contro la segreteria particolare da lui adoperata per far arrivare ad una o altra persona le sue volontà e i suoi consigli. Forse che il Papa non era in diritto di servirsi dell'opera di segretari? Quelle accuse avrebbero avuto un fondamento quando gli uomini di fiducia di Pio X avessero sorpassato il pensiero e la volontà del padrone; quando nelle lettere particolari ci fosse stato qualcosa di contrario e in contrasto col pensiero e le direttive degli atti pubblici. Invece quelle lettere non erano che un rincalzo a questi.

IV

EXCERPTA EX PROCESSU APOSTOLICO VENETIARUM (1944-1946)

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Testis I: Excmus Dñus IOANNES JEREMICH, Episcopus tit. Auxiliaris et Vic. Generalis Patriarchatus Venetiarum, ann. 69.

Mons. Jeremich fu in stretta consuetudine col Servo di Dio Patriarca di Venezia e anche durante il Pontificato fu ricevuto molte volte in udienza. La. sua deposizione è stata ampiamente riprodotta nel Summarium, pp. 482-513. Aggiungiamo qui un brano relativo alla Segreteria particolare.

Ad interr. 31, p. 7. - Mi consta di scienza personale che il Servo di Dio si serviva di alcune persone fidate, che formavano una piccola segreteria, per il disbrigo di affari che egli riteneva di poco momento, mentre gli affari di certa importanza li faceva rimettere ai competenti Uffici, o Congregazioni romane. Se ne serviva anche per le cose che avevano carattere intimo e che egli non voleva avessero ad avere una certa pubblicità, nei quali casi, che erano rari, egli stesso dettava le decisioni o le risposte da dare. Ciò rispondeva all'indole del Servo di Dio, che, per così esprimermi, non amava la burocrazia.
Questa segreteriola era composta dai Monsignori Bressan e Pescini, coadiuvati da alcuni Monsignori (due o tre) che erano stati cappellani segreti di Leone XIII, persone distintissime e intelligenti che godevano la piena fiducia del Pontefice ed avevano anche grande esperienza. Di questi ultimi non ricordo il nome.
La segretariola aveva un ufficio particolare, situato sotto l'appartamento privato del Pontefice. Il lavoro era rilevante e teneva occupate le dette persone tutte le mattine.
A domanda del Sottopromotore il teste dà queste ulteriori spiegazioni: Ordinariamente la segretariola trattava cose di carattere privato, come benedizioni, grazie da concedere, ringraziamenti per omaggi di libri ecc. Talvolta però si ëtrattava di risposte a domande fatte al Sommo Pontefice per conoscerne il pensiero in cose anche di importanza, in materia di politica o dottrinale, di carattere pratico o privato. Ho sentito dire che qualche osservazione si faceva intorno all'attività di questa segretariola, la quale si riteneva si fosse sostituita alla Segreteria di Stato, almeno in parte. Penso che il Servo di Dio agisse tanto più liberamente in questo modo, in quanto era legato da profonda amicizia col suo segretario di Stato, Cardinale Merry del Val.

V

EXCERPTA EX PROCESSU APOSTOLICO TARVISINO (1944-1946)


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Testis XI: Revmus Dñus LUDOVICUS PAROLIN, parochus, ann. 64.

Mons. Parolin era figlio di una nipote del Servo di Dio ed ebbe con lui molti contatti. Durante il pontificato di Pio X veniva a Roma ogni anno e vi rimaneva una diecina di giorni. La sua deposizione è riportata nel Summarium, pp. 761-768. Aggiungiamo un brano sulla Segreteria particolare.

Ad interr. 31, p. 828. - So che il Santo Padre aveva una segreteria privata, composta dei quattro Monsignori: Bressan, Pescini, Bianchi e Gasoni. Il vero capo però era Mons. Bressan. In questa segreteria, oltre alle cose strettamente familiari del Santo Padre, se ne trattavano anche altre che per il passato erano di competenza della Segreteria dello Stato, come per es. l'approvazione e la lode all'autore di qualche libro da poco pubblicato, qualche autografo di qualche importanza, telegrammi di benedizioni per circostanze solenni di vita religiosa, ecc. Ora questo modo di agire urtò alcuni membri della Segreteria di Stato, i quali non nascosero il loro malcontento, ritenendo che fosse una invadenza indebita negli affari di loro competenza. Di qui forse il nome di «segretariola».
Nello stesso ambiente della Segreteria di Stato si incolpava Mons. Bressan, ma si scusava invece il Santo Padre, il quale, per la stia naturale condiscendenza e per non disgustare i suoi affezionati e fedeli segretari, non dava certa importanza alle questioni di forma. Quando io mi trovavo a Roma, mi sono intrattenuto più volte in questa piccola segreteria, e ho visto all'opera i Monsignori suddetti. Ho anche assistito a qualche piccolo screzio tra Mons. Bressan e Mons. Pescini, che determinava magari un frizzo, senza però lasciare conseguenze. Io penso che il Santo Padre abbbia lasciato sorgere ed agire questa piccola segreteria per il naturale bisogno che egli sentiva di familiarità, aliena dal sussiego delle vie burocratiche.

NOTE

1 Vedi Documenta, cap. III, Doc. 20 b). Il testo presentato dal Card. Gasparri è quello degli Statuti modificati nel 1915.
2 Riguardo a questo testo vedi l'introduzione al cap. III dei Documenti, n. 3, 6.
3 Questo cifrario citato del Card. Gasparri non fu inserito nel Processo. Riguardo al medesimo si veda parimente l'introduzione al cap. III dei Documenti, n. 3, 5.
4 Vedi Documenti, cap. III, n. 29.
5 Vedi Documenti, cap. III, n. 30 b). La data della circolare è del 1° dicembre 1921.
6 Nel foglio G. il Card. Gasparri presenta i documenti che noi riproduciamo dagli originali nel cap. III dei Documenti, un. 1, 2, 18, 11, 23 b).