PARS
ALTERA
DOCUMENTA
La seconda parte di questo
Summarium Additionale è riservata, come abbiamo già detto, ai
documenti, ossia alle fonti scritte. Questi documenti sono costituiti da un numero
considerevole di lettere del Servo di Dio, estratte dalla collezione dei suoi scritti
depositati presso la S. Congregazione dei Riti, e soprattutto dai vari incartamenti
finora sconosciuti, esistenti presso la S. Congregazione Concistoriale, dei quali
abbiamo già parlato nella Disquisitio.
Dato lo scopo del Summarium Additionale, abbiamo creduto bene di ordinare
tutto il materiale in tre capitoli.
Il primo capitolo è dedicato all'atteggiamento assunto dal Servo di
Dio di fronte al giornalismo cattolico, che era diviso, come è noto, in due
categorie, di tendenza diversa, il giornalismo o stampa cosidetta intransigente,
e il giornalismo detto di penetrazione.
Questo argomento merita di essere illustrato, perché una delle principali
obbiezioni che si sono mosse contro la prudenza del Servo di Dio, è quella
di aver permesso che una parte della stampa cattolica, quella cosidetta intransigente,
potesse attaccare pubblicamente e impunemente istituzioni e persone ecclesiastiche,
perfino dei Vescovi.
Il secondo capitolo conterrà il materiale relativo all'episodio più
saliente di quella libertà usata dalla stampa intransigente, vale a dire all'accusa
di modernismo mossa dalla Riscossa dei fratelli Scotton al Seminario di Milano.
Il terzo capitolo finalmente sarà riservato alla questione del «Sodalitium
Pianum», fondato e diretto da Mons. Benigni, per stabilire che cosa esso fu,
cosa fece e quale parte vi ebbe il Servo di Dio.
CAPITOLO
I
Pio X di fronte al giornalismo cattolico
Pio X fin da quando era
Vescovo di Mantova, e più ancora da Patriarca di Venezia, si interessò
vivamente del problema della stampa cattolica, come mezzo di diffusione e di difesa
della sana dottrina e della vita cristiana.
Divenuto Pontefice fu questa una delle sue preoccupazioni certamente non ultime.
Dal punto di vista storico sarebbe cosa di grande interesse raccogliere tutto il
materiale che si ha in proposito, ma non è il caso di farlo qui. Noi ci limitiamo
a presentare il materiale principale, volto soprattutto ad illustrare l'atteggiamento
del Servo di Dio di fronte alla stampa cosiddetta integralista o intransigente, per
stabilire se realmente il Servo di Dio abbia favorito od approvato, come alcuni asseriscono,
i suoi eccessi; e vedremo che il Servo di Dio: 1° sostenne realmente quella stampa,
perché era l'unica che difendesse senza compromessi tutti i principi di sana
dottrina, in un momento di generale confusione e sbandamento; ma che: 2° ne disapprovò
sempre e chiaramente tutti gli eccessi e si studiò di indurre i vari responsabili
alla prudenza e alla moderazione, specialmente quando erano in questione persone
ed istituti ecclesiastici; 3° che d'altra parte non fu mai favorevole alla cosiddetta
stampa di penetrazione, in particolare ai giornali detti del «Trust»,
perché non approvava la loro linea di compromesso e ne vedremo il perché.
Per l'epoca che ci interessa, basterà ricordare almeno i principali giornali
«papali» o «intransigenti», come si diceva allora. Essi prevalevano
nell'Italia settentrionale, ove la stampa in genere era più progredita. Abbiamo
così a Genova La Liguria del popolo (dal 1872; al tempo che trattiamo,
ne era direttore Don Giovanni Boccardo); a Torino L'Italia reale (1893-1914);
a Milano L'Osservatore cattolico (1864-1907), noto per il suo direttore battagliero
don Albertario, cui succedette Filippo Meda; a Como L'Ordine (dal 1879); a
Modena Il Diritto cattolico (1867-1915); a Padova, in successione di fogli
minori, La Libertà (1909-1921, diretta all'inizio dal conte Giuseppe
della Torre); a Verona, Verona Fedele (dal 1870); a Vicenza, Il Berico
(1876-1915); e a Venezia La Difesa (1882-1917), di cui, al tempo del Patriarca
Sarto e dopo, ne fu direttore Francesco Saccardo, uomo di sua fiducia. Firenze aveva
L'Unità cattolica, fondata a Torino nel 1863 da Don Margotti, e trasferita
nel 1893 sull'Arno, ove perdurò fino al 1929; l'ultimo direttore fu l'avvocato
Ernesto Callegari. Lucca aveva L'Esare (1886; dal 1894 quotidiano; cessò
nei 1916). A Roma è da segnalare La Voce della Verità (1871-1904),
d'indole intransigente, fondata dal principe Fel. Lancellotti e che Leone XIII leggeva
giornalmente. A Napoli c'era La Libertà cattolica (1886-1915), di cui
fu direttore anche Mgr. Granito di Belmonte, poi Cardinale. Oltre questa stampa quotidiana
ci sarebbe da nominare la ben nota Civiltà Cattolica (dal 1853), bimensile
che non ha bisogno di presentazione o di elogio; La Riscossa (1890) sorto
per diretto interessamento di Leone XIII (che ne propose il nome; ne furono direttori
e redattori i tre fratelli sacerdoti, Scotton, di Breganze (diocesi di Vicenza):
Andrea, Gottardo, Jacopo.
Di tutta questa stampa, cattolica nel senso vero della parola, quella che appariva
più intransigente e verso la quale si appuntavano maggiormente le critiche,
non solo dei modernisti, ma anche dei moderati e di non pochi elementi sereni ed
equilibrati, erano soprattutto: La Liguria del popolo, e in particolare L'Unità
Cattolica e La Riscossa.
Fra i giornali cattolici d'intonazione più o meno liberaleggiante, sul tipo
della stampa detta di penetrazione, basta notare i seguenti: a Genova, Il Cittadino
(dal 1873; fra i redattori si notino il Callegari e Filippo Crispolti); a Torino,
Il Momento (1903-1929); a Milano, L'Unione (1908-1912), continuata
ne L'Italia; a Bergamo, L'Eco di Bergamo (dal 1880); a Brescia, Il
Cittadino di Brescia (1878-1926); a Bologna, L'Avvenire d'Italia (dal
1895), diretta allora da Cesare Algranati («Rocca d'Adria»). Per inciso
notiamo Il Corriere toscano di Livorno, piuttosto liberale, trasferitosi nel
1907 a Pisa. A Roma, il marchese Gaetano de Felice fondò, nel 1904, Il
Giornale di Roma, primo giornale «cattolico» che propugnò
in pubblico la «conciliazione», sostituito nel 1906 da Il Corriere
d'Italia (1906-1929).
In una riunione a Parma (23 agosto 1906), quattro giornali «cattolici»
più diffusi, cioè L'Osservatore Cattolico di Milano, L'Avvenire
d'Italia di Bologna, Il Momento di Torino e Il Corriere d'Italia
di Roma deliberarono di unirsi per creare una stampa «cattolica» potente
e unitaria, con evidenti scopi politici, sul tipo della stampa di penetrazione; nacque
così, nel 1907, la Società Editrice Romana, il cosiddetto «Trust».
I giornali del «trust», che in seguito si aumentarono di qualche unità,
formarono ben presto un gruppo di quotidiani, che, per tecnica editoriale e ricchezza
di informazioni realizzavano un netto progresso, ma che per indirizzo si avvicinavano
piuttosto alle idee liberali e comunque non aderivano apertamente alle direttive
della Santa Sede.
Il materiale presentato in questo capitolo è costituito da un certo numero
di lettere, scambiate fra il Card. Maffi, Arcivescovo di Pisa, e la Santa Sede intorno
al giornalismo cattolico, da una serie di lettere del Servo di Dio a Mons. Mistrangelo,
Arcivescovo di Firenze, intorno all'Unità Cattolica, e finalmente
da alcuni elementi sparsi, sempre intorno alla questione della stampa.
Si dovrebbe aggiungere qui tutto il materiale relativo alla Riscossa dei Fratelli
Scotton, ma dato che esso è legato prevalentemente alla questione del modernismo
in Milano, sarà presentato nel capitolo seguente, destinato ad illustrare
tale questione.
Il materiale dunque di questo primo capitolo sarà diviso in tre paragrafi:
I. Il Card. Maffi e là Santa Sede nella questione del giornalismo cattolico;
II. Il Servo di Dio e l'Unità Cattolica di Firenze;
III. Elementi vari intorno alla stampa cattolica.
§I
IL CARD. MAFFI E LA SANTA SEDE NELLA QUESTIONE DEL GIORNALISMO CATTOLICO
Nell'archivio della S.
Congregazione Concistoriale vi è un incartamento intitolato: Milano-Pisa,
Del modernismo politico, nel quale si trovano varie lettere corse fra il Card.
Maffi, Arcivescovo di Pisa, e il Card. De Lai, Segretario della Concistoriale, a
proposito della questione del giornalismo e in genere della stampa cattolica. Esse
sono interessanti per conoscere la vera mente della Santa Sede e quindi del Servo
di Dio su tale questione, onde è utile darne qui gli estratti principali.
Ricordiamo anzitutto i dati principali relativi ai due personaggi, attori di questo
commercio epistolare, il Card. Maffi e il Card. De Lai.
Il Card. Maffi, nato a Costeolona (Pavia) nel 1858, fu condotto a Ravenna nel 1901
da Mons. Riboldi, Arcivescovo di quella sede.
Creato questi Cardinale il 10 aprile 1901 e morto un anno dopo (26 aprile 1902),
Mons. Maffi fu consacrato vescovo titolare il 9 giugno 1902 e nominato Amministratore
Apostolico di Ravenna. Il 22 giugno 1903 Leone XIII lo promoveva alla sede arcivescovile
di Pisa e il 15 aprile 1907 Pio X lo creava Cardinale.
Il Card. De Lai, nato a Malo (Vicenza) nel 1853, studiò a Roma nel Seminario
romano, ebbe varie mansioni nella S. Congregazione del Concilio, della quale fu nominato
poi, da Leone XIII, sottosegretario nel 1901 e pro-segretario il 25 giugno 1903;
l'11 novembre dello stesso anno Pio X lo nominava Segretario, e il 16 dicembre 1907
lo innalzava al cardinalato, affidandogli, il 20 ottobre dell'anno seguente 1908,
l'ufficio di Segretario della S. Congregazione Concistoriale.
Il Card. Maffi, uomo di vasta cultura, specialmente nel campo delle scienze, si era
occupato attivamente del giornalismo cattolico fin da quando era a Ravenna; ed è
naturale che quando, sotto Pio X, incominciò ad agitarsi più vivamente
il problema della stampa, egli, il Card. Maffi, vi prendesse parte. E siccome, secondo
la Costituzione Apostolica Sapienti consilio del 29 giugno 1908, la Sacra
Congregazione Concistoriale doveva esaminare anche i rapporti dei Vescovi sullo stato
delle loro diocesi, così si spiega l'origine del carteggio in parola, fra
il Card. Maffi e il Card. De Lai.
Ciò premesso veniamo subito all'esame dei pezzi principali, che si trovano
tutti nel citato incartamento della S. Congregazione Concistoriale, ad eccezione
dell'ultimo, come verrà notato.
Da una lettera del Card. De Lai al Card. Maffi, 19 genn. 1909
Rispondendo ad una lettera del Card. Maffi dell'11 gennaio 1909, che non abbiamo,
il Card. De Lai tocca anche la questione dei giornali cattolici, che, secondo lui,
dovrebbero mettersi per altra via. Dopo aver risposto infatti ad altre questioni,
continua così:
Ma nell'ultimo tratto della sua lettera, l'E. V. solleva una questione anche più
grave, circa il giornalismo, e parla dell'insufficienza del giornalismo cattolico
e delle rovine che noi andiamo preparando. È un punto della più alta:
importanza: e se l'E. V. completasse il suo pensiero in proposito, ne avrei piacere,
se non altro per una istruzione, e - data l'occasione - per parlarne a chi può
provvedere.
In realtà io penso che la restaurazione della Chiesa in Italia debba venire
da altra parte: costituzione di Vescovi attivi, capaci, dotti, prudenti e formazione
di sacerdoti pieni dello spirito del Signore ed istruiti convenientemente. L'opera
sarà lunga, ma coll'aiuto di Dio di sicuro risultato. Il giornalismo è
una spada di battaglia, necessaria poiché siamo in guerra; ma da maneggiarsi
bene e iuxta modum. Disgraziatamente come è attualmente, il giornalismo
è, poco più poco meno, la contraddizione continua all'VIII comandamento
di Dio, e spesso anche agli altri. Converrebbe che i così detti giornali cattolici
si mettessero per altra via. E ci si mettessero così da farsi leggere. Pare
a me che niun stato potrebbe al pari della Chiesa avere giornali che si imponessero
per notizie rapide é complete. Ma... Attendo quello che l'E. V. mi dirà.
E intanto...
Da una lettera del Card.
Maffi al Card. De Lai, 20 feb. 1909
Il Card. Maffi invitato espressamente con la lettera precedente a manifestare il
suo pensiero a proposito della questione del giornalismo cattolico, rispose finalmente
con la seguente lettera, dalla quale è omessa una parte che non riguarda il
tema in questione.
Ho consumato non so quanti fogli per dar risposta alla ven[eratissi]ma dell'E. V.
del 19 p. gennaio ed ancora non sono riuscito a fare ciò che vorrei, e colla
presente prego di una dispensa. Me la conceda. - [Qui parla di altra questione,
poi continua:]
Quanto ai giornali, un esempio e pochissimi riflessi. Il Corriere della Sera,
da solo, ha una tiratura e diffusione che superano quelle di tutti i quotidiani cattolici
italiani: per Calabria [1] ha raccolto 2 milioni. Dei quotidiani
cattolici alcuni non apersero neppure sottoscrizioni: il Corriere Nazionale
- Italia Reale di Torino raccolse L. 160, salite poi a 200!
Si confrontino i modi e valori di redazione, e pensiamo se sia possibile illuderci
al punto da credere di fronteggiare La Tribuna, L'Avanti, Il Giornale
d'Italia ecc. coll'Italia Reale e simili! Pensiamo all'avvelenamento
continuo, quotidiano, multiforme, con dottrine e cronache, nelle botteghe, nei caffè,
nelle. famiglie ecc. Che opponiamo? Una predica, a quattro donnette, in quaresima,
sulle letture cattive! Tempo perso il discutere se i giornali sono un male e desiderare
che non ci fossero: gli è come desiderare e far voti contro il terremoto!
Si fanno voti... e cade intanto la casa. Per diffusione, valore, copia, varietà,
penetrazione il giornalismo cattivo è tanto superiore al nostro da non permettere
confronti.
Come non bastasse, s'accresce il male per i litigi fra i nostri, che si svigoriscono
tra loro, dànno scandalo, alimentano (tutti) l'anarchia tra di noi e fanno
il buon giuoco dei nemici.
La conseguenza pratica, che vediamo ogni dì più, è questa: nelle
nostre popolazioni ogni dì più si perde: noi assistiamo impotenti a
uno sfacelo, e qualche bella manifestazione di fede che qua e là si vede non
inganna chi vede dentro le cose e conosce la rovina. L'azione cattolica chi ha? Il
buono e santo prof. Toniolo è malato, io credo più moralmente che fisicamente:
fa sforzi immani per tener uniti gli animi, ma tutti gli sfuggono e non mi farebbe
meraviglia una dimissione in massa; giovani non ne vengono; i vecchi muoiono o si
ritirano, sfiduciati; chi resta? Ristabiliamo l'ordine di Varsavia! Eppure di giornali
e di azione vi è bisogno quanto delle missioni dell'Africa! Lo so: la Chiesa
non perisce; il Signore ha certo già pronte le sue vie di salute: ma intanto
?... E il dovere nostro ?...
Conosco, credo, abbastanza, il lavoro fatto per il Momento di Torino e fu
da me l'avv. Scala per il suo Corriere. Altre partite si possono seguire e meditare.
Quale la conclusione? V. E. conosce certo molte cose e basterà che io dica
che si sentono, e da persone indiscutibili, giudizi assai severi.
Mi perdoni queste geremiadi, alle quali tra qualche anno faremo i commenti o li vedremo
fatti dai fatti. Io ripeto la preghiera, che ho raccolto sul labbro del Santo Padre
e nella quale il Santo Padre l'ho visto trasfondere una fede immensa: Dio salvi la
Sua Chiesa; ed aggiungo: e consoli il Santo Suo Vicario! Mi abbia sempre come le
sono con tutto l'affetto
Pisa, 20 febbraio 1909.
Obbmo e affmo
P. Cardinale Maffi.
1 Cioè per il terremoto calabro-siculo.
Lettera del Card. Maffi
al Card. De Lai, 10 febb. 1911
Non sappiamo se il Card. De Lai replicasse alla lettera del Cardinale Maffi del
20 febbraio 1909, testé riportata. Comunque è certo che lo stesso Card.
Maffi si mise in silenzio, come lui stesso afferma. Ma quando, dopo due anni, scoppiò
la controversia fra la Riscossa e il Card. Ferrari, egli riprese la penna e scrisse,
il 10 febbraio 1911, la lunga lettera che viene qui pubblicata.
Questa lettera rispecchia crudamente tutto quell'insieme di critiche, che serpeggiavano
qua e là, in quegli anni, non solo contro la stampa cosiddetta intransigente,
ma in generale contro il governo di Pio X, e soprattutto contro coloro che gli erano
vicini. Era in fondo la reazione all'azione energica di Pio X contro il modernismo
e ai provvedimenti da lui presi, in tutti i settori, per ristabilire la disciplina
ecclesiastica. Era l'espressione di quella resistenza, spesso passiva, ma reale,
che opponevano agli indirizzi della Santa Sede, non solo i modernisti e i loro simpatizzanti,
ma anche persone bene intenzionate, che non conoscevano però o non vedevano
la gravità del pericolo e il vero fondo delle cose, come lo si vedeva dall'alto.
A leggere certe deposizioni, raccolte poi nei Processi, ad esempio quella dell'avvocato
Corsanego o dell'On. Longinotti, sembra di sentire l'eco di questa lettera, e sono
invece l'eco di quell'atmosfera, di cui la lettera in parola è una formulazione
scritta, contempoA chi non conoscesse io stato reale delle cose, questa lettera potrebbe
fare una certa impressione. Fortunatamente però abbiamo la larga risposta
data ad essa dal Card. De Lai (vedi il seguente n. 4), la quale ci permette di stabilire
il vero punto di vista della Santa Sede e del Servo di Dio, e tutti converranno che
quel punto di vista era giusto e giustificato.
Da notare infine, che, data: la gravità di questa lettera, il Cardinale De
Lai credette opportuno di sottoporla al Santo Padre, il quale in un punto vi apportò
anche, in margine, una postilla.
Ed ecco ora il testo della lettera.
Arcivescovo
di Pisa
Eminenza,
Da diversi anni mi sono imposto il più rigoroso riserbo e silenzio e non ho
mai ardito di avanzare parola costì su cose che ci toccano e sono tanto gravi:
credo però ora dovere il parlare: se sbaglio, V. E. getta questa mia sul fuoco,
mi perdona, e tutto è finito. Ma prima di dire che ho sbagliato, esamini e
veda: qualche cosa troverà degna di considerazione; e poi si sa, anche un
errore non è mai tutto una falsità.
Molti Vescovi sono preoccupati del contegno di certi giornali - La Riscossa
e L'Unità ed altri - a riguardo dei Vescovi e del Clero: proteste ne
fanno di riverenza ecc., ma si sa cosa valgono: sono le proteste dei giudei che schiaffeggiavano
il Salvatore! Il caso attuale di Milano [1] ha messo in non pochi il pensiero
di un indirizzo al Cardinale Ferrari protestando, e a me qualcuno ne ha parlato:
ho dissuaso, perché non mi pare neppure dignitoso che un gruppo di Vescovi
se la prenda contro un giornale: ma intanto dove si va? La divisione tra i Vescovi
si va accentuando, le diffidenze crescono in tutti, ed invece del vincolo della fede,
un giornale diventa base ed arbitro delle sorti di una Diocesi!
Chi sono i delatori? Non faccio nere le tinte; ma non si può nascondere il
dolore e la vergogna che alle volte un Vescovo prova quando si trova messo alla pari,
anzi inferiore, con un disgraziato che sarebbe meglio al posto suo se invece di denunziare,
fosse lui denunziato al S. Officio! Anche stamane L'Unità ha un articolo
del Dehò: pazienza che è sul caro dei viveri! E questi sono
i maestri?... Io mi sento sempre risalire le vampe alla faccia allorché penso
che io, Cardinale, Arcivescovo, e che della mia fede e devozione alla Santa Sede
aveva dato prove non dubbie, mi sono trovato accusato, assalito, pubblicamente insultato
e denunziato da due o tre sacerdoti di nessuna autorità e di vita equivoca!
E trovò più accoglienza l'accusa che la difesa, e non ebbi riparazione
di sorta, e tutto mi intervenne per aver fatto l'obbedienza... e solo nella grandezza
del cuore del Papa trovai una consolazione che mi allietò! E questo che intervenne
a me, a quanti altri intervenne! A noi, nel segreto, bastò la parola del Santo
Padre: ma in pubblico ?... Io spero di non abusare mai della benevolenza del Santo
Padre per il Quale non una ma cento volte darei la vita: ma quanto si soffre vedendo
che in Roma, in Vaticano, si tende quasi a sopraffare la stessa parola del
Santo Padre! Non si vede bene che si vada direttamente dal Santo Padre; e più
d'uno, nelle contraddizioni delle Segreterie e di altri Dicasteri, so che dovette
scontare la sua buona fede per la quale credeva che la parola del Papa fosse, come
doveva essere, sovrana! Sono miserie che devono capitare, è vero: ma non però
sono da tollerarsi. Ed ecco così le vie, per le quali s'intrudono quelli che
dovrebbero essere tenuti in disparte, ed ecco il caso di sacerdoti che così
vengono a creare delle noie ai loro Vescovi e trovano ascolto!
Noi Vescovi abbiamo i nostri difetti e le nostre miserie: siamo uomini purtroppo!
Ma io credo però che il primo ad essere interrogato e ascoltato e creduto
ne' suoi affari debba pur essere il Vescovo! Se d'uno si dubita, sentite i Vescovi
vicini: ma non date ansa a qualunque disgraziato, forse indispettito per essere rimasto
nella tromba, di erigersi giudice e censore e di creare difficoltà dove già
tante ne sono! Penso per es. a Milano, dove, in Seminario, si hanno sacerdoti esemplari,
non pochi dei quali veneratissimi: ed eccoli alla berlina! E ridotti a non potersi
difendere!
Perché è questo ancora che affligge - il costringere a subire la persecuzione.
Io so di sacerdoti accusati di modernismo, che volevano dar querela a L' Unità:
furono consigliati a inghiottire e tacere. E quando il Meda diede querela, si
sa come si trovò. Ho potuto vedere alcuno delle corte di quest'ultima partita;
ma confesso che ne fui addoloratissimo. Si negò una vera giustizia, e fu male,
e certo non ci guadagnò la buona causa, e l'Arcivescovo di Firenze, intermediario,
non ne uscì di certo con onore. Supponga che i Seminari di Milano dessero
querela: si griderebbero le ire contro l'Arcivescovo e i Superiori: ma il torto di
chi sarebbe? O provvedete o provvediamo.
Da questo un senso generale di sfiducia, di anemia, di inazione. Si sa, chi fa falla:
ma posto il sistema di bastonare per il fallo più che non di badare per il
bene, i più si sono votati a non far nulla: così sono quieti! Guardi
la produzione letteraria: una quantità di opuscoli, tutti a reclame di antimodernismo,
e i Vescovi: sbarcano il lunario stando quieti e facendo inserire dieci lire di professione
di fede in certi giornali e poi zitti! E del resto nessuna pubblicazione di valore
e che emerga! Si proclamano felici per aver escluso L' Unione di Milano, senza
badare se in Diocesi entra l'Asino o l'Avanti! Guardi se donde vengono
certe esclamazioni di ortodossia, esistono associazioni, circoli, biblioteche...!
Nulla! Se si prendono il disturbo di un convegno! Neppure in sogno! Chi sono i primi
a sottrarsi alle obbedienze?... Ah quanto da meditare, mentre si vedono Vescovi che
fanno le alte professioni e stanno in vacanza piena 4 mesi, lamentandosi dei denari
lasciati dal loro predecessore al Santo Padre e non a loro! [2]
E chi ha tentato di fare e non riuscì, s'ebbe il danno, il malanno e l'uscio
addosso. E l'ho veduto, non per me, però co' miei occhi. Cosa fare? Nulla!
Ecco praticamente dove si è riusciti. I Vescovi, impauriti, attendono d'una
in altr'ora ordini e disposizioni per fatti isolati, concreti della loro Diocesi
- ordini, che talvolta vedono: in contraddizione col vero bene - e non sanno che
fare. Per parte mia dirò sempre: prima di fare un Vescovo, ci si pensi: ma
fatto, lasciatelo fare! Far entrare così soventi (noti bene: così
soventi) direttamente il Santo Padre in cose particolari e che ordinariamente
le conosce meglio il Vescovo locale che una Congregazione lontana è compromettere
tutto, esautorare il Vescovo e suscitare una vera anarchia. Se ne vedono già
gli effetti. E questo ardirei far notare persino a riguardo dei documenti più
solenni. Certe disposizioni così assolute o così minute non ponno reggere
e nella pratica quanto meglio lasciare ai Vescovi! Veda certe disposizioni del Ne
temere, della Pascendi ecc. E per il Sacrorum Antistitum non
si dovette subito temperare e poi uscire con dei Quaeritur che rimutavano
tutto e stabilivano un ius novum? Va bene correggere, ma la correzione
tradisce un errore. Veda la questione dei giornali nei Seminari e poi la lettera
all'E.mo Card. Vaszary.
Al quale proposito di giornali desidero fare un'osservazione. In Pisa entrano ogni
giorno 4000 - dico quattromila - copie di giornali quotidiani di tutti i colori,
tutti cattivi: io mi domando se possa dirsi seria una persona che pretenda opporsi
a tale valanga coll'Unità! E se no, dunque?... Ma se c'è da
correggere, per mezzo dei Vescovi correggete in quei pochi giornali che tengono testa,
ma non cercate di distruggere anche questi, i quali, al postutto, sono scritti da
cattolici che pagano e spendono per scriverli ed averli, e non da cattolici che sono
pagati a scrivere! E forse su questo punto si potrebbe andare più in là
penetrando anche nel Corriere della Sera, nella Tribuna ed altrove.
Ma basta: ho scritto troppo e la penna è corsa più di quello che mi
era prefisso. V. E. accetti come confidenza e non altro, e non usi questa mia per
dare un dolore al Santo Padre, al quale non vorrei far giungere che consolazioni.
Nel mondo, a contatto coi popoli, e coi Vescovi, si vedono e si sentono molte cose:
io serbo tutte le mie documentazioni per i miei rapporti coll'Unità e
con Livorno, e se un giorno si dovessero mai pubblicare, non io certo ne soffrirei;
per Milano e per il Card. Ferrari avverrebbe certo altrettanto, e certo di
queste cose dovrà un giorno dire la storia, ed io credo che la storia confermerà
il giudizio che oggi è comune ed è di ammirazione per il Cardinale
di Milano. Sarà questo anche il giudizio di Dio? Io non lo so, e
qui mi prostro e prego, ed il Signore ci salvi.
Mi perdoni, mi perdoni, mi perdoni - e mi creda
Pisa, mattina del 10 febbraio 1911.
Suo Obbmo Affmo
P. Card. Maffi, Arcivescovo di Pisa.
1 In margine vi è questa aggiunta dello stesso Card. Maffi:
Qui ed in seguito per Milano io non giudico i fatti, perché
non li conosco, pur conoscendo diverse persone: mi fermo però sul fatto delle
osservazioni che arrivano così liberamente da un giornale. Questo è
il punto che mi pare da notarsi.
2 Qui, in margine, vi è la seguente postilla di mano di Pio
X: Chi lo ha proposto questo Vescovo, e lo ha raccomandato? Era un Canonico di Pisa,
l'occhio destro dell'Arcivescovo.
Lettera del Card. De
Lai al Card. Maffi, 19-23 febbraio 1911
Alla lettera del Card. Maffi del 10 febbraio 1911 rispondeva, come abbiamo accennato,
il Card. De Lai con questa lunga lettera, iniziata il 19 e terminata il 23 febbraio.
Se non erriamo, questa lettera ha un'importanza storica, in quanto che ci fa conoscere
la vera mente della Santa Sede e di Pio X su molti punti, che furono da non pochi
allora criticati, e lo sono ancor oggi da alcuni. Da notare che il Card. De Lai,
data la sua esperienza come Sottosegretario e poi Segretario della S. Congregazione
del Concilio, e data la sua posizione di Cardinal Segretario della S. Congregazione
Concistoriale, doveva essere necessariamente, ed era di fatto, informatissimo, sullo
stato delle diocesi, specialmente d'Italia, e poteva rispondere quindi adeguatamente
ai rilievi fatti dal Card. Maffi. Che poi egli interpretasse anche in ciò
la vera mente del Servo di Dio, non solo lo si può supporre, ma lo si può
affermare come cosa certa, per questo fatto: data anche qui l'importanza della cosa,
il Card. De Lai sottopose questa risposta a Pio X, che gliela ritornò con
un biglietto di approvazione (vedi numero seguente).
Ed ecco ora la lunga risposta del Card. De Lai al Card. Maffi.
Confidenziale - Riservata
Roma, 19 febbraio 1911.
All'Emo e Rmo Signor Card. P. Maffi
Arcivescovo di Pisa
Eminenza Rma,
Approfitto di un po' di largo di tempo che oggi ò, e mi accingo a rispondere
alla sua lettera del 10, seguendola nei suoi vari capitoli.
Presa occasione della tempesta suscitata per la denunzia di modernismo fatta dalla
Riscossa contro Milano, e pur non volendo giudicare i fatti in particolare,
l'E. V. si duole «del contegno di certi giornali - La Riscossa, L'Unità
ed altri - a riguardo dei Vescovi e del clero» e dice «la divisione
si va accentuando, le diffidenze crescono in tutti ed invece del vincolo della fede,
un giornale diventa base ed arbitro della sorte di una diocesi».
Mi permetta alcune osservazioni. I zelanti ed i tiepidi, come i buoni ed i cattivi,
vi furono, vi sono e vi saranno sempre nella Chiesa e nella società. Guardi
la storia della Chiesa, l'epoca degli Ariani e dei Pelagiani, le lotte, così
acri, spesso, di S. Girolamo (ed era un santo!) e saltando una diecina di secoli,
venga alle contese del probabilismo, del giansenismo, etc. e vi vedrà sempre
questa divisione. La destra e la sinistra con le loro accentuazioni più o
meno marcate in senso inverso, esisteranno sempre, perché è nelle condizioni
della mentalità e delle passioni umane.
E questa destra e sinistra esiste anche oggi sulla grande piattaforma od arena che
agita al presente la Chiesa. Vi è una scuola che blandisce e sostiene il principio
delle idee larghe, del minimo di credere e di fare, scuola che di grado in grado
scende al puro razionalismo, allo scetticismo o al panteismo. Vi è un'altra
scuola conservatrice che mira a custodire tradizioni, credenze ed usi con molta rigidità,
e che può andare in questo senso all'altro eccesso, trovando il male dove
non c'è, e difendendo quello che non è difendibile; errore questo,
meno pernicioso a mio avviso, ma sempre biasimevole.
L'una e l'altra scuola à i suoi giornali, dentro e fuori d'Italia; giacché
il male, o meglio questa condizione triste di cose, è generale. In Italia
per la scuola larga stanno L'Unione, L'Avvenire di Bologna, il Momento,
il Corriere d'Italia, il Cittadino di Genova; per la conservatrice
i giornali da V. E. accennati.
Nello zelo del loro conservatorismo i giornali di questo colore ànno essi
talora passato i giusti limiti, giudicando troppo severamente alcuni detti, scritti
o fatti; oppure traendo conseguenze troppo ampie ed ingiuste da certi fatti pubblici
deplorevoli? Sì, e lo ammetto senza difficoltà. Debbono perciò
considerarsi come causa di tutti i guai nella Chiesa, schiacciarsi ed essere soppressi?
A mio giudizio, no. Si correggano pure nei loro sbagli, nei vari modi come si correggono
tutti gli erranti, ma questi giornali debbono essere conservati, perché esercitino
il loro salutare influsso di temperazione alle pericolose e spesso false teorie di
quelli della manica larga.
Nell'Unione di ieri (18 febbraio) vi è un articolo intitolato:
Modernismo? nel quale l'Unione riporta il giudizio di un autorevole
personaggio e lo fa suo, e che conclude così: «Insomma l'intransigenza
è sempre e tutta nell'antico motto frangar et non flectar, al
quale voi (dell' Unione) avete sostituito l'altro flectar et non
frangar, donde i vostri contatti con la vita moderna, intellettuale, politica,
amministrativa, sociale, contatti che esigono arrendevolezza e transazioni; donde
in particolare quel vostro operare sul terreno costituzionale, che vi dà certo
modo di esercitare in bene notevoli influenze, ma che suppone l'abbandono di tante
riserve, nelle quali sembrò per tanto tempo doversi cristallizzare il pensiero
cattolico». Ed il giornale conclude: «E vero, è così».
Ora, è evidente che col flectar et non frangar, non solo si
metterà da parte la condizione del Romano Pontefice (su di che il Meda non
fa più misteri); ma molte e molte altre cose anche fondamentali (qualora la
vita moderna intellettuale - e si sa quale oggi s'intenda - lo richiegga)
andranno a finire nell'inutile bagaglio del passato.
Or non è egli bene, non è anzi una necessità, che vi siano giornali
che arrechino i sani principi, che diano l'allarme contro false e pericolose idee
della via larga, le quali vengono propinate da giornali di questo colore e con tanto
maggior danno, in quanto che pretendono ed ànno il nome di cattolici?
Si vorrebbe che il Papa ed i Vescovi entrassero sempre in lizza ad ogni errore,
sbaglio, inesattezza che si stampa e dice? Ciò è impossibile. Ma questa
funzione moderatrice contro la stampa progressista deve esser fatta sullo stesso
terreno, da altri giornali conservatori; come questi ricevono un opportuno temperamento
da quelli.
In questo contrasto si passano talora i giusti limiti, non v'ha dubbio: ma la colpa
è hinc inde. Se la Destra sgarra ne' suoi giudizi e nel designare
cose, scritti, o persone come fuori della retta strada, ne è ripagata ben
ad usura. Veda quello che si è fatto in questi giorni contro la Riscossa.
Ha detto che il seminario di Milano era un semenzaio di Modernismo, inducendolo
da un fatto doloroso. Ha sbagliato, l'ammetto. Ma come n'è stata ricambiata?
Il giornale ed i redattori, furono chiamati pazzi, libellisti, calunniatori, malfattori
della penna, etc.; si è chiamata a sindacato perfino la vita privata dei medesimi:
sono stati biasimati non solo sui giornali, ma nei modi e nelle forme più
solenni, come appena si condannerebbe un oltraggio alla religione od al Sommo Pontefice.
Dopo ciò e partendo da questi dati di fatto, non mi pare che discenda ovvio
il lamento che l'E. V. mette in bocca a coloro che si trovano accusati di Liberalismo
o di Modernismo dai giornali conservatori. «In questo ancora che affligge,
il costringere a subire la persecuzione».
Così si dice. Ma in realtà nel caso recente di Milano, come in altri
molti, gli accusati dai detti giornali si sono ben difesi, né sono stati punto
obbligati a tacere, ed a subire il torto in silenzio.
Senonché l'E. V. fa cenno all'Unione, che fu costretta a recedere
dalla querela, che aveva intentata contro l'Unità per diffamazione.
Ecco dunque la costrizione.
Rispondo. In primo luogo l'Unione poteva difendersi con lo stesso mezzo con
cui era stata accusata, e, secondo lei, offesa. La costrizione dunque non riguarderebbe
che un modo di difesa.
In secondo luogo la difesa nel giornale colle parole e meglio coi fatti, è
il modo consueto con cui tutti i giornali polemizzano. Ho veduto tante volte accapigliarsi
i giornali per contese di idee, ma non ricordo quasi mai che abbiano, per ciò
messo di mezzo, onde dirimere la questione, i tribunali. Questo metodo di difesa,
che è in uso generalmente, era tanto più da adottarsi nel caso dell'Unione,
perché una querela di diffamazione per accuse di Modernismo portava più
o meno direttamente alla conseguenza di fare giudice di ortodossia un tribunale laico.
Il che non poteva ammettersi. Era dunque giusto, e non era male, far desistere l'Unione
da una falsa strada. In fine, perché l'Unione non è ricorsa
ai tribunali ecclesiastici? Ivi, se voleva difendersi, era il caso di provare la
sua ortodossia, e la calunnia dell'Unità.
Ma se ne è bene guardata.
L'E. V. soggiunge che gli accusati o diffamati ànno diritto di dire: «o
provvedete, o provvediamo». Questo è un dilemma molto spartano;
che in pratica e cristianamente subisce, e deve subire, molte restrizioni. Certo,
la difesa molte volte è giusta e doverosa; ma molte volte è meglio,
più bello, più utile non curarsene. L'E. V. sa meglio di me i divini
insegnamenti.
Ad ogni modo la difesa deve esser fatta nei debiti modi, et cum moderamine inculpatae
tutelae. Ma basta su ciò. Piuttosto un'altra osservazione.
Non ricordo bene l'attacco di cui tanto si è doluta e si duole l'E. V. venutole
dall'Unità Cattolica e che pare ferisse direttamente la sua stessa
persona. Certo fu male. Ma tolto questo, forse qualche altro rarissimo caso, quando
è che l'Unità Cattolica e la Riscossa abbiano preso di
petto direttamente i Vescovi? Io non lo ricordo. Hanno bensì biasimato l'indirizzo
di qualche giornale, di qualche istituzione, trovato a ridire su qualche discorso,
su qualche libro, su qualche adunanza, gridato l'allarme per qualche fatto: recentemente
a Milano (ed è uno degli ardimenti più grandi) la Riscossa à
gridato contro il Seminario.
Comprendo il dispiacere del Vescovo di vedere attaccata ed offesa una istituzione
da lui dipendente ed a lui cara: capisco molto più il dispiacere dell'Arcivescovo
di Milano nel vedere accusato il suo seminario, e con parole gravi, e, nel loro senso
oggettivo e totale, eccessive e false. Ma 1° non vedo in ciò una offesa
personale ai Vescovi. A Roma vi è del gran male: i sacerdoti che ànno
apostatato, altri la cui fede è dubbia, anzi del tutto perduta. Forse che
la colpa ne risale al Papa o al Card. Vicario? A Torino si sa che vi sono alcune
centinaia di teosofi militanti coi loro libri di preghiera, colle loro riunioni,
etc... Forse che la colpa è dell'Emo Richelmy? A Sora cinque sacerdoti, compreso
il parroco della cattedrale, aderirono al famoso congresso di Firenze contro il celibato.
La cosa venne sui giornali: vi furono affermazioni smentite e contro affermazioni
e pubblicazioni di lettere nel Mattino di Napoli, etc... Il Vescovo fece perfettamente
il suo dovere. Ma supponiamo che la Riscossa o l'Unità avessero
segnalato il fatto, deplorandolo, come di dovere, forsechè il Vescovo poteva
considerare ciò come un'offesa personale? Forsechè si poteva dire che
l'Unità e la Riscossa si facevano base ed arbitre della diocesi
di Sora? Manco per sogno. Così si dica di altri casi.
In primo luogo quindi sarebbe bene che il Vescovo, dato il caso di una censura a
cose, a detti o fatti che non sono Lui, difendesse pure secondo giustizia ciò
che gl'interessa, ma tenesse separate le responsabilità, e non si considerasse
personalmente offeso: il che sarebbe, ed è, uno sbaglio.
In secondo luogo tutti i giorni da tutte le parti ci vediamo criticati, male interpretati,
accusati d'insipienza, d'ingiustizia, la Santa Sede per prima, i Vescovi poi. È,
e deve essere così; perché dobbiamo avere «luctamen contra malignos
spiritus» e questi naturalmente reagiscono.
I giornali si dilettano bene spesso di riportare cose, fatti e giudizi, che ci toccano
come ecclesiastici, che ci addolorano; e per lo più, e saggiamente, tacciamo
e lasciamo correre.
Ora io chiedo: perché se parla l'Unità e la Riscossa etc.
e fa qualche appunto, si scatena tanta ira? Sono giornali anch'essi. Sostengono è
vero giusti principi e perciò sono ben visti dalla Santa Sede. Ma possono
sbagliare e talora ànno sbagliato. Perché non trattarli alla stregua
degli altri giornali? Perché considerarli come un pruno nell'occhio? In fine,
essi compiono anche, con qualche sbaglio, una funzione moderatrice che è giusto
proteggere.
Questo quanto ai giornali. Ma l'E. V. da essi passa ad un argomento ben più
grave, all'indirizzo di governo della Santa Sede ai giorni nostri e lo biasima e
condanna. La persona del Papa è tenuta in alto, ma non così che non
resti offuscata. Ella dice: «Quanto si soffre vedendo che in Roma, in Vaticano,
si tende quasi a sopraffare la stessa parola del S. Padre! Non si vede bene che si
vada direttamente dal S. Padre, e più d'uno nella contraddizione delle segreterie
e di altri dicasteri so che dovette scontare la sua buona fede, per la quale credeva
che la parola del Papa fosse, come doveva, esser sovrana».
Qui evidentemente si fa allusione prima al Card. Segretario di Stato, poi agli altri.
L'accusa non è nuova, giacché si faceva al Card. Antonelli per
Pio IX, al Card. Rampolla per Leone XIII, sebbene fosse proprio l'opposto: ed è
l'accusa che si fa a tanti e tanti Vescovi che si dicono in mano dei loro segretari
o Vicari generali etc... Ma l'accusa è vera quanto all'attuale Segretario
di Stato di fronte a Pio X?
Io so bene di quanto rispetto il Card. Merry del Val circondi la volontà del
S. Padre, e so quanta rettitudine di coscienza egli abbia non minore della sua intelligenza.
Può sbagliare certamente, ma mancare di fedeltà e di rispetto ai voleri
del Santo Padre, no, non io credo capace. Quanto a me mi farei ben scruto di violentare
come che sia gli intendimenti e la mente del Papa. So bene chi egli sia e quale rispetto
egli meriti sia come dignità ed officio, sia come persona. E so anche che
uguali senmenti nutrono gli altri Cardinali (eccetto forse uno) e gli altri offici.
Ma vi è stata talora qualche incoerenza o contraddizione. Può ben
darsi. Dio solo non sbaglia mai. Ed anche i Papi possono talora e giustamente mutar
consiglio. L'aperitio oris contro le decisioni pontificie non è di
ieri. Se quindi alcuno à visto ora mutarsi le carte e non avere quello che
credeva ottenuto, non è da imputarsi a violenza usata alla mente e volontà
del Papa, ma a ben altri motivi.
«Non si vede bene che si vada dal S. Padre».
Ma se egli riceve da mane a sera, grandi e piccoli, con somma facilità, senza
etichetta; se egli riceve e scrive lettere da per sé, o che detta, o che commette,
tutti i giorni, continuamente, come mai può sul serio affermarsi che il Papa
è impedito nei suoi movimenti? Certo io ritengo che non debba abusarsi del
Papa. E che avendo egli stabilito degli offici per esaminare cose ed affari, sia
cosa conveniente e saggia che per mezzo di essi si trattino. Ma non è punto
vero che si veda mal volentieri che si vada dal Papa e lo si informi di quanto e
di quello che si vuole e come si vuole.
L'E. V. prosegue: «Noi, Vescovi, abbiamo i nostri difetti e le nostre miserie,
siamo uomini pur troppo! Ma io credo però che il primo ad essere interrogato
ed ascoltato e creduto nei suoi affari debba pur essere il Vescovo!».
Ed è precisamente questo che si fa. «Se di uno si dubita, sentite i
Vescovi vicini; ma non date ansa a qualunque disgraziato, forse indispettito per
essere rimasto nella tromba, di erigersi giudice e censore». Benissimo. Ma
io che da circa 30 anni vivo in mezzo a queste cose, che ò visto con quanto
studio si cerchi qui di tutelare l'autorità dei Vescovi, anche quando qualche
provvedimento si è dovuto prendere, io che da questi tristi ò dovuto
così spesso soffrire, e mi sono veduto persino trascinato innanzi ai tribunali
come reo di diffamazione, perché per officio avevo dovuto sostenere le disposizioni
di un Vescovo contro un triste sacerdote, io mi chiedo come mai possa rivolgersi
alla S. Sede, o meglio ai suoi officiali questo ammonimento che suona rimprovero,
quasi che si solesse qui dar retta ai sussurroni e maldicenti senza appurare debitamente
e come si conviene la verità!
L'E. V. continua: «Per parte mia dirò sempre: prima di fare un Vescovo
ci si pensi, ma fatto, lasciatelo fare. Far così sovente (noti bene: così
sovente) entrare direttamente il S. Padre in cose particolari e che ordinariamente
le conosce meglio il Vescovo locale che una Congregazione lontana è compromettere
tutto, esautorare il Vescovo e suscitare una vera anarchia».
Per fare un Vescovo ci si pensa, e quanto! Parlo solo dell'Italia giacché
per le altre regioni la S. Sede à bene spesso le mani legate; e quindi l'argomento
dell'E. V. non sarebbe molto conclusivo. Ma fermiamoci pure all'Italia. Io ringrazio
Iddio che mi à dato nei miei officiali un aiuto prezioso; ma quando dopo ricerche
ed informazioni molteplici, un'opera spesso di Sisifo, portiamo la cosa al giudizio
degli otto Cardinali della S. C., vediamo nuove epurazioni, e non pochi per uno o
per l'altro motivo messi da parte; e non ce ne doliamo, appunto perché in
cosa di tanto momento c'è da pensare. Eppoi vi è il giudizio del Papa.
Eppure con tanto studio, fatto da persone che non saranno Pico della Mirandola,
ma portano in quest'affare il più gran bon volere e la più gran
rettitudine, si può sbagliare. L'uomo si conosce alla prova.
L'E. V. dice: «fatto il Vescovo, lasciatelo fare». Ora è appunto
così che avviene. Quando è che si disturbano i Vescovi, se non allorché
si è proprio tirati pei capelli?
L'E. V. si ricordi i dolci rimproveri che p. e. mi fece pel caso di Brugnato, perché
non si provvedeva ai reclami di quel Sindaco che a Lei sembravano giusti. Eppure
si trattava di un ottimo Vescovo, zelante e pio e saggio. Con un po' di longanimità
si è fatto capire a quel Prelato che era meglio cambiare, ed à cambiato
in omaggio ai desideri della S. Sede. Ora è sempre così. Se la S. Sede
interviene in una diocesi, è perché non può farne a meno, giacché
è duro sentirsi dire: «Qui c'è un male ed un male grave: voi
potete rimediarvi, perché non lo fate?» Eppoi questo il dovere, e la
ragione d'essere della S. Sede.
Non vedo poi come questo sia «un esautorare il Vescovo, un compromettere tutto».
Non sanno i fedeli che sopra i Vescovi vi è il Papa? Quando Fenelon solennemente
ritrattò i suoi scritti e si sottomise alla sentenza contro lui data, forse
che rimase esautorato? No; né la S. Sede abusa del suo primato; né
i Vescovi rimangono esautorati e compromessi quando la S. Sede interviene e modera
la loro azione. Ciò ben inteso, dico in tesi generale, giacché in qualche
particolare caso può ben essere avvenuto diversamente.
Anche l'E. V., sia quando era a Ravenna, sia ora, che altro à avuto, e dal
S. Padre e dagli offici che da Lui dipendono, se non aiuto, consigli, attestati di
stima, mandati di fiducia, onori?
Vi è il caso del suo discorso e delle critiche dell'Unità per
le quali si è tanto crucciato e si cruccia l'E. V.; ma è un caso solo;
e se per l'oltraggio e pel dolore provato non poté ottenere gravi sanzioni
contro l'Unità (ammesso pure che ciò debba deplorarsi - io non
conosco bene i fatti né posso giudicare -) ebbe però a sua confessione
dei conforti personali del S. Padre.
Ma l'E. V. passando dall'azione particolare della S. Sede a quella generale trova
del molto biasimevole anche in questa: «E questo (pernicioso procedere della
S. Sede) ardirei far notare persino a riguardo dei documenti più solenni.
Certe disposizioni così assolute e così minuziose non ponno reggere,
e nella pratica quanto meglio lasciare ai Vescovi! Veda certe disposizioni del Ne
temere, della Pascendi, ecc. E per il Sacrorum Antistitum
non si dovette subito temperare, e poi uscire con dei Quaeritur che rimutavano
tutto e stabilivano un ius novum? Va bene correggere: ma la correzione tradisce
un errore. Veda la questione dei giornali nei seminari, e poi la lettera al Card.
Vaszary». Ora, credo anch'io, Eminenza, che una certa discentrazione sia bene
e da favorirsi per quanto è compatibile col principio essenziale dell'unità
e col divino prescritto del pasce agnos, pasce oves e del confirma
fratres tuos, pur ricordando, che quanto più i popoli sono stati uniti
alla pietra fondamentale della Chiesa, tanto più si sono conservati fedeli;
e quanto più si sono distaccati da essa, tanto più furono pervasi da
vizi, superstizioni, ed errori. Sono anch'io fautore di leggi non eccessive di numero
e chiare, e perciò diurna et nocturna manu per quanto posso dò
opera alla redazione del Codice con altri Cardinali ed officiali di Curia.
Ma quanto alle leggi recenti che l'E. V. biasima, ò, mi permetta dirlo, un
giudizio ben diverso dal suo. Tutti gli stati lavorano nel completare e adattare
ai tempi le loro leggi: solo la Chiesa dev'essere immobile, e non provvedere ai bisogni
disciplinari e dottrinali dei nostri giorni? Niuna delle nuove leggi è stata
fatta senza una grande necessità. Prenda per es. il decreto Ne temere.
Fino adesso si viveva con le disposizioni del capo Tametsi del Tridentino.
Per molti luoghi niuna difficoltà, ma per altri? Il matrimonio doveva farsi
dinanzi al parroco proprio, cioè del domicilio o quasi domicilio. Per determinare
il quasi domicilio la regola era di constatare oltre il fatto, l'animus commorandi
in loco per maiorern anni partem, cosa non sempre agevole, e, sorta una
contesa di nullità di matrimonio, difficilissima. In altri tempi in cui la
popolazione poco si muoveva la questione del quasi domicilio era rara, oggi
è comune, frequentissima, specialmente nei grandi centri, dove una grande
parte degli uomini stanno a pigione. E così si doveva vedere spesso annullare
come clandestini matrimoni fatti con somma eclatanza, p. es. alla Maddalena
a Parigi, perché la sposa e lo sposo pochi giorni innanzi alle nozze avevano
cambiato casa, erano andati in altra parrocchia, etc. Il disordine e lo scandalo
era sì grave che a Colonia, a Parigi, a Bruxelles i parroci pensarono con
l'approvazione dei loro Vescovi a delegarsi mutuamente per tutti i matrimoni dei
cittadini.
Ma era una confusione e non si provvedeva a tutto. Poteva continuarsi così?
Ecco una (e non unica) ragione di quel decreto.
Così dicasi degli altri atti in questione. Evidentemente anche la Santa Sede
prima di essere condannata deve godere del beneficio audiatur et altera pars.
Ma l'E. V. continua «queste disposizioni peccano di troppa minuziosità,
ed inoltre sono tali che si sono subito dovute spiegare con dei Quaeritur,
moderare o dispensare».
Verissimo. Ma se non fossero state così minuziose, i Quaeritur,
i dubbi e le dispute sarebbero state immensamente di più.
Eppoi qual mai legge non à avuto bisogno di spiegazioni o di dispense, o almeno
di dichiarazioni che nel tale e tal caso non era applicabile?
Cominci dai Comandamenti di Dio, che dopo 36 e più secoli da che furono pubblicati
sul Sinai dànno ancora adito a discussioni, quando si tratta di applicarne
il disposto ai casi particolari, e finisca alle leggi minuziosissime degli stati
moderni, e mi dica se vi è una legge che non abbia dato luogo a dei Quaeritur,
a dei dubbi, a delle dichiarazioni di non applicabilità. Veda i canoni
tridentini, veda lo stesso capo Tametsi, le prescrizioni sui titoli,
sull'età della sacra Ordinazione, etc. etc. A quante difficoltà ed
alla necessità di quante dispense non abbiano dato luogo. Forseché
per ciò quelle prescrizioni e quei canoni sono biasimevoli?
L'E. V. segnala come esempio di contraddizione il decreto proibitivo della lettura
dei giornali nei seminari e la lettera al Card. Vaszary. Ma in realtà la lettera
non contraddice il Decreto. Spiega ai Vescovi, che, ferma la legge, che i seminaristi
non debbano avere i giornali, possono però i superiori ed i maestri leggere
o far leggere agli alunni qualche brano o qualche articolo che credono utile o necessario
portare a loro conoscenza. Veda il caso dei libri proibiti. Non possono leggersi;
ma chi ne à facoltà, può ben senza offendere la legge e la coscienza
leggere qualche brano e qualche pagina che crede utile o necessaria a chi non à
la detta facoltà. È questo un distruggere la legge? È questa
una correzione che tradisce l'errore? Non mi pare. Suppongo che l'E. V. non biasimi
in se stessa la detta proibizione; giacché se si deplora da tutti i saggi
che gli studenti civili si occupino troppo di politica e non attendano agli studi,
quanto più ciò non sarebbe deplorevole per chierici e quanto necessario
impedirlo! Dio volesse che nei seminari lungi dall'appassionare gli animi dei giovani
sì facili ad accendersi con certe letture, potessimo invece prepararli ad
essere altrettanti Curati d'Ars!
Ma passiamo innanzi. L'E. V. dopo tante, varie e penose premesse viene alla conclusione.
«Da questo (modo di procedere della Santa Sede) un senso generale di sfiducia,
di anemia, di inazione. Si sa. Chi fa, falla: ma posto il sistema di bastonare per
il fallo, più che non lodare per il bene, i più si sono votati al non
far nulla; così sono quieti». E poco appresso: «E chi à
tentato di fare e non riuscì, s'ebbe il danno, il malanno e l'uscio addosso.
E l'ho veduto non per me, però coi miei occhi». (Forse qui l'E. V. accenna
al caso di Monsignor Cazzani. Non nego che dopo la Visita fu scritto a lui alquanto
severamente; sebbene nei debiti modi. Ma per dire che si è fatto male converrebbe
avere tutto sotto occhio. Del resto egli e le sue giustificazioni non furono poi
accolte con ogni benevolenza ed amore ?).
«Cosa fare? Nulla. Ecco praticamente dove si è riusciti. I Vescovi,
impauriti, attendono d'una in altr'ora ordini e disposizioni per fatti isolati, concreti
delle loro diocesi, ordini che talvolta vedono in contraddizione col vero bene, e
non sanno che fare. Nel mondo, a contatto coi popoli e coi Vescovi, si vedono e si
sentono molte cose» (Forseché si vuol dire che il Papa ed i Cardinali
di Roma non ne sanno nulla di tutte queste cose? Mi pare troppo!) «Io serbo
tutte le mie documentazioni per i miei rapporti con l'Unità e con Livorno,
e se un giorno si dovessero mai pubblicare, non io certo ne soffrirei; per Milano
e per il Card. Ferrari avverrebbe certo altrettanto, e certo di queste cose dovrà
un giorno dire la storia: ed io credo che la storia confermerà il giudizio
che oggi è comune» (cioè, di condanna della S. Sede?) «Sarà
questo anche il giudizio di Dio? Io non lo so, e qui mi prostro e prego: ed
il Signore ci salvi!» Così termina la lettera di V. E.
Io vorrei credere che l'E. V. l'abbia scritta in una di quelle ore, che talora traversa
lo spirito umano, nelle quali tutto appare oscurità e desolazione. Ma ripenso
a talune sue conversazioni, a talune sue lettere, e mi chiedo: sarà proprio
così? Ripenso a quello che è letto e che è sempre creduto una
falsità, almeno nella crudezza delle espressioni; ma il prof. Brunhes di Friburgo
reduce da un suo viaggio in Italia in maggio, parmi, del 1909, propalò (così
ò letto) «che i Cardinali Ferrari e Maffi aveangli detto essere disastrosa
la politica di Pio X e del Segretario di Stato». Non posso persuadermi, né
ammetto affatto che l'E. V. e tanto meno il Card. di Milano, siano usciti in queste
espressioni dinanzi ad un laico. Ma debbo, ma posso escludere che l'abbia in qualche
modo fatto intravedere? Giacché da questa sua ultima lettera il suo pensiero
appare chiaro et ex plenitudine cordis os loquitur. Ed allora? Io mi
auguro che se la Provvidenza chiamerà un giorno V. E. a capo della Chiesa,
ed Ella, vedendo le cose come allora vedrà, nella rettitudine del suo animo,
coi lumi che certamente avrà da Dio, e che non possono mancare, adotterà
un indirizzo che Ella crederà giusto, non trovi sulla sua via un censore al
pari severo.
Un gran dolore, Eminenza, non lo posso celare, mi recò la sua lettera, non
minore della fatica che mi è costata il rispondervi, giacché è
amaro assai faticare e logorare la vita, come io e tutti qui facciamo con le più
rette intenzioni, e che che si dica - secondo le direttive Pontificie, e sentirsi
poi ripetere, e da un Cardinale: Voi rovinate la Chiesa, opprimete l'episcopato,
uccidete ogni attività. Uccidiamo ogni attività? Tutto al
più una sola, ed in un certo campo, quella sociale e politica qual'è
intesa ed accarezzata dall'Unione. Ma tolto questo, quanti altri campi
e più vasti e più fruttuosi non rimangono liberi, anzi raccomandati
all'attività del clero, allo zelo dei Vescovi.
«L'indirizzo è sbagliato, si va alla morte». È facile
a dirsi, come è facile affermare che il giudizio comune è di biasimo,
e che tale sarà anche quello futuro della storia. Ma io so che l'intenzioni
del Papa sono sante, che è intelligente, che è salito sulla cattedra
di Pietro non per sua volontà, ma per disposizione della Provvidenza, e credo
certamente che Dio nell'altissimo suo ministero l'assiste. Quindi io mi affido sicuro
al suo giudizio, e mi ci affiderei anche nel caso (che in realtà non è),
ma in cui. non ci vedessi del tutto chiaro nell'indirizzo che Egli prende.
Il giudizio degli uomini, il giudizio della storia lasciamolo da parte. Quante volte
questo è diverso dai giudizi di Dio, e Dio assolve quelli che il mondo condanna!
Quante volte gli uomini non ànno giudicato tutto perduto per la Chiesa, ed
era invece il principio di una vita nuova e più bella! Ricordo il caso classico
di Gregorio VII. Ma basta.
L'E. V. vede tutto nero, tutto biasimevole nella Curia romana. Io credo
questo suo giudizio esagerato, e se si trattasse d'introdurre l'indirizzo caro all'Unione,
io giudicherei assai sbagliato. Uomini siamo anche noi qui, coi nostri difetti,
con le nostre deficienze. Quante volte anch'io, nel mio piccolo non penso a quell'infirma
mundi elegit Deus! Vedo una perfezione a cui mi sforzo di arrivare, per servir
meglio Dio e la Chiesa., e non ci arrivo. Ma allora mi conforta il pensiero che Dio
guarda la buona volontà, e di questa tien conto, che che ne pensino gli uomini:
e mi rassicuro
sapendo che Dio guida la sua Chiesa, ed al caso sa trarre anche dal male il bene.
Mi perdoni l'E. V. questa lunga discussione. Non presumo certamente di far cambiare
a Lei le sue convinzioni. Sarei contento se avessi potuto gettare un qualche dubbio
soltanto sulla loro giustezza. Ma a me parve necessario dir qualche cosa, onde far
vedere che anche nel lato opposto delle vedute di V. E. vi sono delle ragioni e degli
argomenti di buona difesa, onde non rimanere sotto il peso di tante e sì gravi
accuse, senza una parola di giustificazione.
Le bacio umilmente le mani, mentre con inalterabile affetto ed ossequio mi confermo
dell'E. V. Rma
Data finale 23 febbraio 1911.
umilmo devotmo servitore
G. Card. De Lai
Biglietto del Servo
di Dio Pio X al Card. De Lai, 26 febbraio 1911
Come abbiamo già notato nella introduzione al numero precedente, il Card.
De Lai, vista l'ampiezza dei problemi toccati dal Card. Maffi, sottopose a Pio X
anche la risposta che egli diede allo stesso Card. Maffi con la lettera del 19-23
febbraio. Pio X gli restituì tale risposta con un biglietto di carattere confidenziale
che è di questo tenore.
Eminenza,
Iddio Vi rimeriti anche del sacrificio, che avete fatto con tante ore di lavoro per
dare la trionfante risposta alla lettera, che con tanto poco senno vi venne indirizzata.
Se l'autore avrà tenuta la copia, leggendo la confutazione, dovrà certo
arrossire d'aver intavolato così male il problema, che gli dà tali
risultanze. Come diventano piccoli certi uomini, che si credono grandi! E come senza
volerlo si manifestano! Altro che modernismo!
Grazie, Eminenza, della carità che mi avete fatta, e mentre riservo il resto
alla prossima udienza, credetemi sempre vostro obbgmo affmo
li 26 febbraio 1911.
Pius Pp. X.
Lettera del Card. Maffi
al Card. De Lai, 25 febbraio 1911
Ricevuta la lunga lettera del Card. De Lai del 19-23 febbraio, il Card. Maffi rispose
subito con la presente, nella quale concede anzitutto di avere scritto la sua del
10 febbraio in un momento di «tensione». Si scagiona poi dall'addebito
personale che fu ventilato, di avere egli manifestato alcuni apprezzamenti sul governo
di Pio X, in presenza del prof. Brunhes di Friburgo. Quanto al resto non porta alcun
fatto concreto che suffraghi i suoi gravi rilievi e possa infirmare le argomentazioni
del Card. De Lai.
Ora anche questa lettera fu presentata al Santo Padre, il quale vi appose qua e là
delle postille, rilevando appunto i lati deficienti della risposta, la quale fu poi
rinviata al Card. De Lai, con un biglietto dello stesso Pio X, che viene presentato
al numero seguente.
Diamo ora il teste della risposta del Card. Maffi al Card. De Lai, avvertendo che
le note a piè di pagina rappresentano le suaccennate postille fatte da Pio
X sul margine dell'originale.
Arcivescovo
di Pisa
Eminenza,
Sono dispiacente di averle dato dispiacere e di averle fatto perdere troppo tempo:
ma, dato pur che io campi, per tre anni non scriverò più... almeno
di tali lettere, e speriamo che tre anni non bastino a ricaricare la macchina a tale
tensione: la pace sarà più lunga, e lo spero e desidero.
È la prima volta che mi arriva il giudizio del Brunhes, che io credo, anche
nell'attenuazione, non secondo verità, perché non credo di essermi
mai permesso di tali espressioni neppure indirettamente né velatamente con
profani: se ho da dire, dico a chi ha diritto o a cui giova sapere, come ho fatto
ora con V. E.
Così escludo le identificazioni delle persone alle quali V. E. discende. Mi
permetta di riconfermare che io mi riporto a fatti concreti [1]
e positivi in tutta la mia lettera: non credo però che il Segretario sia la
segreteria: tutt'altro! Ma tante volte anche il portiere può guastare!
V. E. parmi che dubiti della mia riconoscenza verso Roma. No, no: se mai tale pensiero
la turbasse, lo cancelli: so, rivedo e misuro ogni dì le innumerevoli delicatezze
e cortesie e grazie che ebbi costì, e la mia riconoscenza per il S. Padre
[2] non verrà mai meno, come non dimenticherò
mai l'assistenza che V. E. mi prestò in Ravenna e qui. Neppure credo di potermi
rimproverare mancanza di obbedienza sincera alla S. Sede: che sarei se non fosse
così? Io credo però di servir meglio dicendo, forse crudamente, ma
sinceramente, il risultato di osservazioni fatte, che non limitandomi a battere le
mani e a dire: bene! M'ingannerò, ma non credo di poter fare diversamente
perché diversamente crederei male - tanto più che nella stima ed ammirazione
devota delle persone non credo di essere secondo a nessuno.
C'è una cosa che mi consola, insieme a diverse altre, nella Sua veneratissima
lettera: la questione sui giornali, per i quali V. E. dice: Schiacciarli? No: correggerli!
[3] Ecco tutto il mio voto e tutto lo scopo della
mia lettera, ottenuto il quale si accomoderebbero molte cose. Io mi guarderò
bene dal farmi patrono di un giornale, chiunque esso sia: ma se fossero corretti,
avvisati, guidati quanto si potrebbe ottenere! Lo desidero e per questo faccio voti.
Sui fatti concreti, ai quali le due lettere si rapportano, credo di non dir parola:
[4] forse li giudichiamo o da punti di vista o con
notizie diverse e quindi con divergenze. Lasciamoli adunque in pace e sieno quel
che sono e basta. Certo il mondo sarà sempre così: vi saranno gli esagerati
alla testa e gli esagerati alla coda: si fanno equilibrio tra loro e il carro cammina
bene!
Le ultime sue pagine mi contristano, quasi insinuando che io non riconosca e non
ami persone e autorità, per le quali darei la vita - che io non ammiri e non
riconosca il lavoro faticoso, affannoso, amoroso che costì V. E. ed altri
compiono per la Chiesa - che io ignori la tattica eterna dei mettimale! No, Eminenza,
questo non merito e non è, e V. E. non mi farà il torto di credere
che io non L'ami e non La veneri e ammiri solo perché ho creduto di potermi
con Lei tanto confidare.
Preghiamo e speriamo e in Paradiso ci rallegreremo anche di questo, che avrà
purificato i cuori e voglia il Signore che così sia per quello del Suo
Pisa, 25 febbraio 1911.
Obb.mo
P. Card. Maffi
Arcivescovo di Pisa
1 Ma li dica i fatti concreti!
2 Siamo al solito ritornello: col Papa e per il Papa; ma
non con quelli (imaginarii) che lo attorniano.
3 Che cosa ha fatto per correggere l'Unità? Si è
sdegnosamente ritirato, ha fatto di tutto per schiacciarla.
4 Parli, parli, se è galantuomo, perché questo
è il suo dovere.
Biglietto di Pio X al
Card. De Lai, 28 febbraio 1911
Come abbiamo detto al numero precedente, Pio X, dopo aver letto e postulato la
lettera del Card. Maffi al Card. De Lai in data 25 febbraio 1911 (n. 6), rinviò
questa lettera allo stesso Card. De Lai con un biglietto che viene qui riprodotto.
Ora a proposito di questo biglietto mi sia lecito osservare: chi tiene presenti i
molti e gravi rilievi fatti dal Card. Maffi nella sua lettera del 10 febbraio (n.
3), e l'ampia risposta data ad essi dal Card. De Lai nella lettera del 19-23 febbraio
(n. 4), dovrà convenire che la replica dello stesso Card. Maffi del 25 febbraio
(n. 6), era veramente inadeguata, e non si meraviglierà che Pio X, scrivendo
confidenzialmente ad un suo diretto collaboratore quale era il Cardinale De Lai,
lo abbia notato apertamente.
Eminenza,
La risposta, che Le ritorno, non potrebbe essere più infelice, perché
non vuol riconoscere il suo torto, e non osando manifestare i suoi sentimenti,
in perfetta consonanza con quelli dei Giornali protetti, si chiude in silenzio. Se
Le verrà l'estro, credo che gli darà la risposta che merita.
Grazie di nuovo dal suo affmo
Pius Pp. X.
Li 28 febbr. 1911.
Lettera del Card. Maffi
al Card. De Lai, 18 marzo 1911
Dopo il nutrito commercio epistolare corso fra il Card. Maffi e il Card. De Lai
durante il mese di febbraio 1911, il Card. Maffi risponde il 18 marzo dello stesso
anno ad un'altra del Card. De Lai, che non abbiamo, ma che certamente non trattava
dell'argomento in questione, come si vede dalla risposta; la quale, a dir vero, non
interessa, se non per mostrare come la divergenza di vedute fra i due eminenti personaggi,
non offuscasse affatto la serenità e la gentile cortesia delle anime ben nate.
A questo solo titolo vien qui riprodotta.
Arcivescovo di Pisa
Eminenza Revma,
Sono a Tabiano sopra Borgo S. Donnino, mandato qui dai medici per liberarmi, se piacerà
al Signore, da dolori che da qualche mese mi fanno compagnia e ricevo ora la Sua
carissima., della quale La ringrazio di cuore, specie. per la promessa che mi rinnova
di una visita a Pisa: gradirebbe il 25 Novembre? È la festa del Seminario,
dedicato a S. Caterina: i rumori saranno finiti e l'inaugurazione sarà tranquilla
e buona. E spero che per la circostanza avrò qualche altra cosuccia in Seminario
da offrire, la pinacoteca e i gabinetti... e forse il mulino. Dalle belle arti ai
pane! Così è la vita.
Tregua di tre anni. Sta bene e grazie e s'assicuri che sotto certi scatti c'è
tanto amore, anzi gli stessi scatti non sono che un frutto d'amore, che vorrebbe
tutto plaudire. Preghi per me e mi creda sempre
Tabiano, 18 marzo 1911.
Suo Obbmo
P. Card. Maffi
Da una lettera del Card.
Maffi al Card. De Lai, 31 luglio 1912.
Il Card. Maffi aveva promesso di non tornare più sulla questione del giornalismo;
invece il 31 luglio 1912 scrisse al Card. De Lai una lettera che è la più
lunga di tutte (24 pagine. in-8° grande), e che tratta unicamente della stampa
cattolica.
La lettera si divide in due parti. Nella prima si parla del progetto che era stato
ventilato a Pisa di acquistare il Corriere Toscano, liberale, e trasformarlo
in giornale cattolico, affigliandolo al «trust» della Società
Editrice Romana; progetto di cui si era interessato Mons. Calandra, segretario dello
stesso Card. Maffi. Tutta questa parte ha un interesse locale, e non vale la pena
di riportarla.
La seconda parte invece ha un interesse generale e vien qui riprodotta. Il Card Maffi,
dopo aver esposto a lungo la questione del Corriere Toscano, riprende
a fondo la questione generale del giornalismo cattolico e si sente che questa volta,
per dirla con frase toscana, ha voluto vuotare il sacco. Per lui era mi errore il
non favorire il giornalismo detto allora di penetrazione, e in particolare i giornali
del «trust» romano, e cerca di provare la sua tesi con argomentazioni
e dati concreti.
La tesi del Card. Maffi rappresentava un punto di vista, pratico, lodevole indubbiamente
nelle intenzioni e appoggiato su dati di fatto, che erano troppo evidenti per non
essere condivisi da molti, e per non essere presi in considerazione anche dalla S.
Sede; ma la Santa Sede considerava invece il problema da un altro punto di vista,
dottrinale, più alto e più generale, come si può vedere dalla
risposta data anche questa volta dal Card. De Lai, e riprodotta al seguente n. 10.
Emo e Rmo Signor mio Ossmo,
Risoluto al silenzio, non avevo più scritto né parlato costì
delle questioni, che tanto ci premono ed anche ci opprimono nella vita pastorale:
per una volta debbo però venir meno al proposito, ciò imponendomi la
lettera della E. V. Farò di esser breve, anzi brevissimo (relativamente, s'intende):
sarò narratore sereno e calmo; se una parola, anche sola, mi sfuggisse, meno
degna della severità, colla quale devono trattarsi le cose gravi, quella parola
fin d'ora la ritratto e sia come non detta.
[Qui incomincia la prima parte relativa al Corriere Toscano di Pisa, che
non c'interessa; poi continua:]
E chiusa tra questi brevi limiti la pagina particolare di Pisa, che io od altri potremmo
ben allargare e documentare col mio archivio riservato, passiamo per un istante,
brevissimo, alla questione generale sulla quale osservo che parmi doversi dire che
ai giornali ed all'azione cattolica forse non si è data quella importanza
che si doveva. Benissimo che la prima, azione cattolica è di fare dei cristiani,
ma forse non si è tenuto conto dei mezzi per riuscire, io vorrei che ogni
Vescovo un giorno per settimana assistesse, alla stazione ferroviaria o all'ufficio
postale della sua città, alla distribuzione dei giornali e dei periodici:
sono persuaso che dopo essere stato due o tre volte a quello spettacolo, che è
una scena di avvelenamento e di assassinio generale, si domanderebbe: «Che
contrapporre?... » E non mi meraviglierebbe che si mettesse lui a scrivere,
a stampare per far riparo. In Pisa, che è piccola, ho cinquemila copie di
quotidiani, nessuno dei quali buono, tutti più o meno irreligiosi od anche
pessimi: avranno almeno 20-25mila lettori: che fare per questi che ogni dì
bevono una dose di veleno?...
Si dice: «Date dei giornali buoni!» Ma non basta che i giornali siano
buoni: perché facciano del bene bisogna che siano letti. Ora che ripromettersi
da giornali, che, per il modo nel quale sono redatti e per il ritardo delle notizie
loro, sono da tutti rifiutati? Poche settimane fa fui a Napoli: domandai della Libertà:
i giornalai della stazione spalancarono gli occhi meravigliati, ed i preti, coi
quali discorsi, mi dissero delle condizioni del giornale e della meschinissima tiratura,
aggiungendo che poi molti del Clero non si arrestano alla Libertà e
vanno ad altri giornali, non nostri di certo, per avere le notizie.
A Genova pure feci chiedere, nei chioschi, della Liguria del popolo: ignota.
Vengo all'Unità Cattolica: stampa (in questo mese, e dopo i
favori di alcuni Vescovi) 2700 copie: ne tolga 900, date in omaggio e cambi: ne tolga
la resa, che talvolta è persino di 300 copie per numero: a che
si riducono gli abbonati? E non entriamo a discutere il pensiero e le speranze dei
diversi abbonati e le offerte che mandano, sui quali e sulle quali si potrebbero
fare osservazioni! Andiamo più innanzi, all'Osservatore Romano,
che veramente è dei meglio redatti: ebbene, dove entra? E dove entra,
è letto? V. E. sa troppo quanto costi questo foglio, che pure, per la sua
posizione, per la importanza delle notizie (gratuite) che può pubblicare,
dovrebbe essere attivo. Da pochi giorni se ne è accomodata la pubblicità:
Dio voglia che anche nel resto si accomodi e senza più pesar tanto sulla
S. Sede, meglio serva, con più larga diffusione, alla santa causa. Vogliasi
o no, ma si è costretti a riconoscere che, nella invasione giornalistica,
tutti questi quotidiani, che passano per la crema dei giornali cattolici, sono una
quantità insignificante e trascurabile: fuori dei salotti di qualche prete,
non si trovano in nessuna parte: e chi li legge? Si contano i lettori sulle dita...
dovendosi eliminare dai lettori anche alcuni abbonati, abbonati in ossequio al Vescovo,
ma che, liberi, cercherebbero ben altro!
Non parlo dei settimanali, tormento perenne finanziario e morale dei Vescovi, raramente
efficaci e redatti da persona competente e con buoni criteri: anche sul Labaro
V. E. non espresse certo favore e confidenza nel colloquio del 19 [Allude al
colloquio avuto col Card. De Lai in una visita a Roma, di aveva parlato nella prima
parte].
E doveva essere il portato dei cattolici di Milano, di Milano che dovrebbe alimentare
addirittura due quotidiani! Ma, secondo la Riscossa ci sono ancora dei cattolici
a Milano?
Di qui l'inefficacia di questa stampa nell'azione cattolica. Guardi se uno di questi
giornali ha mai fatto sorgere un circolo, una cooperativa, una associazione: ne han
fatto cadere, sorgere no. Lamentò l'Unità Cattolica che non
si faceva nulla pro schola: furono invitati i suoi scrittori a fare:
che fecero? nulla, scusandosi di essere occupati. A Firenze si tenne un'assemblea
sul grave argomento: quanti intervennero di Firenze? Vien da ridere
pensando che certi appunti, per fare un po' di cronaca, l'Unità Cattolica
li ebbe dal cronista del Corriere d'Italia! Di questi episodi saporiti
quanti se ne raccontano, tutti che dimostrano che non è certo da questi giornali
che si possa attendere né propaganda, né penetrazione, né appoggio
per una azione buona ed efficace in mezzo alla società. Non veder questo
è non vedere il sole.
D'altra parte come potrebbero trovar favore giornali non in giornata e redatti a
base di leggerezze e di personalità? Avendo bisogno di una notizia., non è
certo in questi fogli che se ne cerca la primizia e l'abbondanza dei particolari.
Si disputa? Quante volte credono di cavarsela con uno scherzo! Veda l'Unità
del 28 corr., che con 4 righe vuol rispondere al Bastone, pure
del 28: abbia la bontà V. E. di leggere i due articoli e vedrà di certo
il Tevere vincere sull'Arno. Veda pure gli articoli, assennati, del Bottini sull'Esare
[Piccolo quotidiano cattolico di Lucca] (nn. 152-173) e quello che ne dice il
Crispolti nell'Avvenire del 22 corr. : che rispose l'Unità?
Due righe sorridendo e sfuggendo la questione, mentre la Liguria del Popolo
sviava essa pure la questione e offendeva con parole, alle quali il Marchese
Bottini non credette neppure di rispondere. E poi si lamentano se loro non si risponde!
E poi eccoci a polemiche, che altro non sono, che vere caccie all'uomo. Di Semeria
a tutti i costi si vuol fare un apostata: da Meda pure si vuole trarre un ribelle.
Se Meda trascrivesse il Pater noster lo si accuserebbe ancora di eresia: ad
ogni costo non gli si vuol dar pace né tregua, e furono censurati di lui articoli
incensurabili, pur di batterlo! Io non sottoscrivo a tutte le frasi di Meda, no;
ma credo che non sia poi da condannare dove è innocente, e nella vertenza
coll'Unità, vertenza sulla quale l'Unità credette
ultimamente far richiamo e scalpore, è stato detto in Vaticano, e non da un
portiere, e non in una anticamera, che Meda era stato trattato senza giustizia e
senza carità. Motivo questo per il quale presso molti è caduta la fiducia:
offesi, tacciono e si ritirano, oppure fanno da sé, persuasi che all'Unità
o alla Riscossa non si darà mai un torto, n'avessero cento! Potrei
citare fatti diversi, ma che è meglio lasciar passare. Con questo sistema
fu messo lo stesso S. Padre nella impossibilità di provvedere dove aveva veduto
da provvedersi. Per la Specola mi si domandò un uomo adatto; proposi: l'Emo
Sig. Cardinale Segretario mi secondò, il S. Padre benedì ed ecco il
P. Hagen a far vero onore alla istituzione, sulla quale le varie influenze ed ingerenze
avevano gettato un'ombra. Per l'Unità io avevo proposto Mons. Rossi:
era l'uomo! Ma la mia proposta cadde. L'Arcivescovo di Firenze propose il Callegari
di Genova; non era il Rossi, ma avrebbe fatto assai bene: al S. Padre piacque e lo
chiamò: io tengo le lettere del Callegari che annunziava la sua nomina...
Chi impedì l'andata del Callegari all'Unità? Un atto del Papa
fu annientato dai papali, e coll'accusa che il Callegari era modernista - accusa
per la quale ebbe tanto il Callegari a soffrire, e della quale, un anno dopo, ancora
me ne parlava con amarezza e sdegno! E con queste insinuazioni si son fatti allontanare
i migliori uomini, da Grosoli a Pini: si sono gettati dei sospetti (non so se più
ridicoli o iniqui) persino sul Toniolo: Pericoli fu in pericolo... e poi chi ci resta?
E restano persone, che talvolta vennero da Roma a fare, nella loro veste officiale,
davanti ai nostri Congressi, delle dichiarazioni compromettentissime.
Ero io presente ad una di queste dichiarazioni: ad un Vescovo, che mi sedeva di fianco,
dissi: Se questo dicesse uno dei nostri od uno dei deputati nostri, a dir poco dovrebbe
venirgli una scomunica! Queste sono cose viste e sentite.
E sono alcuni di questi cattolici, che hanno fondato e che coi loro (ripeto)
coi loro danari sostengono l'Editrice Romana. Non lo si vuol credere, eppure
è così. L'Unità (specie in questi giorni, e nella piccola
posta) seguita a sognar denari e a dire che se avesse danari... Fa
ricordare il sarto del Manzoni, che diceva che se lui avesse studiato! (Danari
però ne ha, perché a Firenze si conoscono i vaglia bancari, che riceve,
a colmare i suoi deficit). E i danari, desiderati invano dall'Unità,
li ha l'Editrice Romana, e li ha non da sorgenti equivoche, ma da cattolici e
da Istituti cattolici legittimi, e rinnovo la dichiarazione già fatta all'E.
V. nel colloquio del 19: è calunnia e menzogna il dire quello che vanno alcuni
stampando e insinuando - che l'E. R. abbia i denari dal Governo o dalla stessa massoneria:
è calunnia e menzogna! Piuttosto, perché non se ne cava la conseguenza,
che dunque ci sono in Italia dei cattolici generosi e sinceri, che cercano ad ogni
costo di fare del bene? E perché non si pensa ad usar meglio di queste forze?
Badi bene, Eminenza: i cattolici, che formano l'Editrice Romana, se volessero badare
al proprio benessere, non avrebbero che da far morire la loro Società: mandando
tutto all'aria, potrebbero godersi la vita e stare alla finestra a godersi
lo spettacolo di vedere noi, preti, derisi e bastonati: non sono essi che aspirino
ad essere deputati od a ricevere ricompense, non Grosoli di certo, non Burgisser
(che, dopo aver speso 10 mila lire a sostenere l'Unità alla morte di
Sacchetti, si trovò ringraziato in una forma che il tacere è bello):
questi sono i cattolici della Editrice: perché non assisterli? Perché
non incoraggiarli, non guidarli? Come era doloroso in questi giorni veder l'Unità
bastonar Meda di ligio al Governo (mentre diceva ai cattolici di non far più
i citrulli come in passato), mentre poi il Gentiloni trattava per le elezioni politiche
col Governo, accontentandosi di alcuni ritorni e di due teste insignificanti! Il
ligio chi era?...
Si insiste col dire che i giornali del trust hanno difetti: e gli altri, no?
Se l'Avvenire avesse lodata la conferenza di Dehò (credo che sia conosciuto
e lo merita!) sul bacio, come l'ha lodata l'Unità Cattolica,
che finimondo! Si dice che il trust non obbedisce: ma avete provato a
comandare? Si dice che dicono errori: ma avete dato loro dei correttori? Nell'Avvenire
non piacque la pagina lunediale di Rocca d'Adria, e fu soppressa: non
piacquero le cronache diffuse su certi fatti, e furono soppresse (e per questa soppressione
il Corriere d'Italia ebbe 3 mila copie di meno di vendita nel periodo del
processo Paternò): Mons. Della Chiesa ebbe a dichiarare che in ogni suo desiderio,
che ebbe a manifestare, fu sempre obbedito e secondato; ma dunque che cosa si vuole?
Io ricordo che sfuggita, tre anni sono, una parola errata al Corriere d'Italia,
sulla venuta di S. Pietro a Roma, L'Osservatore Romano biasimò
e il Corriere rettificò subito pienamente. In un colloquio che, in
quella stessa sera io ebbi coll'Emo Sig. Cardinale Segretario di Stato, questi mi
disse che i redattori del Corriere la sera precedente erano andati da Lui
tremando (testuale): ma dunque perché diffidare di gente che trema
per un errore e rettifica all'istante? Così avesse, una volta tanto, rettificato
l'Unità Cattolica, e quello che si è detto lo scandalo
Meda non sarebbe mai avvenuto! Pochi giorni fa l' U. C. criticava l'Avvenire
perché non rispondeva alle calunnie contro l'Arcivescovo di Bologna, ed
essa, l'Unità, per rispondere... non rispondeva, e solo criticava
l'Avvenire e riproduceva (nuovo metodo per riparare il male) l'articolo infame
del Giornale del mattino, col commento: «E l'Avvenire tace!»
Ebbene, l'Avvenire aveva mandato apposta un suo redattore all'Arcivescovo,
in visita sull'Appennino, a 35 Km. da Bologna, ed aveva taciuto essendo stata
questa la volontà di Mons. Della Chiesa! Ma perché si parla
senza conoscere? E questo non è calunniare?
Ci lamentiamo di giornali non fatti bene, talvolta errati: ma che cosa abbiamo fatto
noi per avere dei giornalisti buoni? C'è una scuola di giornalismo? E i migliori
dei nostri non li abbiamo condotti a gettare la penna? E perché dai quotidiani
della Editrice abbiamo fatto uscire i preti? V. E. mi disse che i due di Roma, D.
Rossi e Pucci, furono fatti uscire perché, deboli di carattere si lasciavano
rimorchiare: ma allora perché anche i Vescovi non se ne devono occupare? Perché
altrove si è imposto ai preti di starsene in disparte? Perché si grida
allo scandalo e l'Unità invoca provvedimenti, se P. Gemelli o altri
dei Religiosi scrive una riga sul Corriere? V. E. comprende troppo che non
è il carattere debole (capace però di dirigere importanti e difficilissime
parrocchie) di Pucci o di D. Rossi, che entra in giuoco; altro c'entra. E poi ci
lamenteremo di errori, nei quali cadono questi secolari, che forse non ebbero il
catechismo del parroco, e che scrivono con buona intenzione, ma senza quell'assistenza,
che essi si erano pure procurata! Ci fu chi disse (e fu un prelato autentico,
di Roma, e...) che si vuole che sbaglino per poterli bastonare!
La frase è crudele ed io non la sottoscrivo: ma è tutta falsa?
Quanto meglio se, invece di far getto di questa forza, della quale ha pensiero il
governo e temono i cattivi, l'avessimo raccolta nelle nostre mani e disciplinata!
Così la forza e l'evidenza delle cose ha sorretto il trust, e
noi ci siamo messi in disparte. Sono più di 100mila copie che il trust
versa ogni dì sulla piazza: possono supplire con vantaggio l'Unione
Cattolica: perché non usarne? perché volerla far cadere,
quest'opera, che potrebbe essere la più unita e la più compatta in
tutta l'Italia? Il Gentiloni domandò pure di usare del Corriere d'Italia
come di organo della U. elettorale: non fu permesso. La guerra è
dunque positiva: si impediscono la diffusione, la collaborazione, l'assistenza: si
perseguitano incessantemente con tutte le forme: si vogliono a morte, assolutamente...
Ma non sarebbero da compatire se uscissero talvolta in vere diatribe contro di noi?
Ci lamentiamo, e non abbiamo fatto che bastonarli! Eppure nei periodi di Varazze
e di Ferrer furono i soli che ci difesero, ed allora ci erano cari! Eppure nella
vertenza colla Spagna ed in altre li trovammo opportuni per inserzioni di notizie,...
ed opportuni furono anche in questi giorni per notizie di Francia e d'altri luoghi!
Eppure a Roma fu il Corriere che ingaggiò battaglia per l'accompagnamento
religioso a Campo Verano! Al momento servono e sono buoni e preziosi; e poi?... Certo
che questi, che sono fatti, non testificano per noi.
Contro il trust che cosa non si è detto! E la Riscossa lo
ha chiamato indecente (perché? chi lo sa!) e gli altri lo hanno trovato
un affare e non di più! Veda la contraddizione: si sa che costa,
e si pensa a cattiva od equivoca provenienza di danari: si vede che è
organizzato bene e che procede, e si grida all'affare commerciale! Ma
almeno tacere! Perché voler proprio anche la contraddizione, pur di gettare
un sospetto?
E noti che poi non è meno trust l'associazione degli altri: l'Unità,
il Fides, la Liguria, la Riscossa... non
sono un trust, organizzato male a finanze e nella parte tecnica, ma
tenace nella mutua incensazione, nella concorde guerra agli altri? Non
è il trust, come tale, che offenda: c'è un trust anche
a destra, come c'è a sinistra, che ricopia gli articoli ed entra solidale
nella battaglia: ma il trust di destra (se così generosamente lo vogliamo
chiamare) si sente di troppo inferiore all'altro: per organizzazione, potenzialità
ed efficacia... e se ne rode... e non potendo altro, vorrebbe la soppressione del
rivale, troppo superiore! Tutta la questione è qui. Tolte le punzecchiature
ai fratelli, il trust di destra non saprebbe fare altro, e se il trust
di sinistra vive, all'altro non rimane che morire: dunque?... Ed ecco la tattica
loro!
Prescindendo da ogni giudizio sulla esecuzione pratica, io debbo dire che devo difendere
il trust anche perché in parte è ispirazione mia. Eravamo nel
1902, ed in Ravenna, al Conte Grosoli - che il Card. Riboldi amò e
chiamò figlio - più volte io parlai della stampa e del bisogno
di collegare i nostri giornali. Io proponevo un trust di 8 o 10 quotidiani
in Italia, distribuiti razionalmente nei grandi centri: la più parte avrebbero
dovuto essere (sul tipo degli attuali) di penetrazione e di sola sostituzione ai
giornali cattivi: altri però avrebbero dovuto essere avanzati e perfettamente
veri, vere lance spezzate della S. Sede: questi ultimi avrebbero data la vera intonazione;
i primi non avrebbero mai detto contro, avrebbero però dato
solo quello che i loro lettori sarebbero stati capaci di ricevere e di digerire.
Ai quotidiani io avrei voluto aggiungere una Rivista mensile, di cultura generale
(tipo Lettura, Rassegna Nazionale ecc.), una rivista di mode (parrà
strano, eppure ora più che mai vi insisto!), un giornale per i bambini,
un ebdomadario illustrato (tipo Pro Familia, ingrandito,
ecc.)...
Questo era il mio ideale, che, col Conte Grosoli, discussi per molti lati tecnici:
in pratica il Conte avviò la cosa dopo la morte della sua mamma, desiderando
sinceramente di fare del bene: io non so dire a V. E. quanto mi dia pena il vedere
che un'organizzazione, che tutti i partiti temono e ci invidiano, non sia aiutata
ed. assistita verso una meta, che sarebbe stata bella cosa soltanto averla sognata!
Ed invece anche quello che si è fatto, lo si vuol distruggere! Correggete,
ma non distruggete: la distruzione è la morte. Sopprimete l'Editrice e si
ripetano Ferrer o Varazze: vedremmo allora!
Ma l'Editrice fa la cronaca dei salotti! Nomi giudico, ma che meraviglia se fino
a ieri intervenivano anche i Cardinali, sicché dovette, per il caso, provvedere
il S. Padre? - Fa la cronaca dei balli! - È vero; ma quando, punto,
il Corriere d'Italia volle rispondere, non lo fece altrimenti che col far
la cronaca di un ballo... in Vaticano, tra le guardie! - Non parla del Papa!
- Ma ditegli che cosa debba dire, badando però bene a dare linee concrete,
ad evitare equivoci, e a non eccedere in un tanto delicato argomento, sul quale l'autorità
stessa è tanto riservata! - Sul quale ultimo argomento vorrei fare
alcune osservazioni. È stato detto a troppe persone perché sia il caso
di farne mistero -- di non parlare di poter temporale e solo di insistere
sulle condizioni e sulla libertà del Papa: riguardo ai deputati sono nitidissime
le direttive del Fermo Proposito: oh perché dunque si seguita
a turbare le acque in modo che questi poveri giornalisti non sanno più che
scrivere? Noti bene, Eminenza; io non giudico nulla, figurarsi! - soltanto dico:
Sono queste le direttive? Lasciate che vadano. C'è altro? Chiamate e dite
la parola rettilinea da seguire, e non lasciate che i giornali si combattano
tra di loro, gli uni errando nell'interpretare, gli altri ponendosi al di sopra degli
atti conosciuti dall'Autorità. Così ne viene che si discende agli insulti
e ne va di mezzo - lo dico con immenso dolore - quell'affetto, che in tutti dovrebbe
essere immenso e figliale per il Papa.
Ma come fare? Si adunano i Circoli, le Associazioni, le Cooperative nostre e mandano
un telegramma al S. Padre: si risponde molte volte con prudente diffidenza: che avviene?
anzi, che avvenne? Molti si sono stancati, e per non vedersi sospettati, non hanno
mandato più nulla! Si fanno adunanze e si dichiara di stare alle direttive
pontificie; ed ecco gli altri a dire che è menzogna e che sono dichiarazioni
del labbro e non del cuore! Ebbene? Si ripetono le adunanze, si trattano i propri
affari, e di dichiarazioni non se ne fanno più! E allora ? Ecco i ribelli,
che vogliono isolare il Papa! Si aprono le adunanze e si va in chiesa e ci sono cattolici
che frequentano la Ss. Comunione: bene, e non abbiamo sentito anche per questo un
gridio triste e pochi giorni fa dire che questi cattolici erano impostori, che facevano
così per ingannare meglio, da perfetti framassoni? Ah se fosse lecito entrare
nella vita privata di certi di questi puritani e ortodossi; se fosse lecito su certe
persone, che ieri mangiavano il pane del conte Grosoli ed oggi lo offendono e calunniano,
dire sul viso certe crudezze di verità; se fosse lecito dire a certe redazioni
di discutere i suoi membri sotto i rapporti morali e disciplinari; se non fosse bassezza
gettare in faccia a certi giornali (che dissero modernista e peggio il clero di Guastalla,
di Borgo S. Donnino ecc. perché allevato dall'Avvenire), gettare
in faccia, dico, altri disordini del Clero, pullulati nelle stesse redazioni o nelle
città dove vivono giornali come la Riscossa e l'Unità
e che alla pietà del S. Padre imposero spese enormi e dolori immensi e
provvedimenti eccezionali; se fosse lecito...
Ma no, non sono queste le cose che noi dobbiamo cercare: miserie ce n'è dappertutto:
non c'è diocesi che non abbia dolori, non c'è giornale che non abbia
difetti: ma una sola cosa si dovrebbe cercare: di correggere, di unire tutti e di
cessare da dare questo spettacolo doloroso, che offriamo, dissanguandoci tra di noi.
Ieri i giornali annunziavano che l'Asino ha acquistato macchine rotative nuove
e che getterà sul mercato, colla tiratura di un giorno, 100 mila copie del
suo infame libello. Chi se ne commosse? La Editrice; e l'Unità
se la prese col Bastone. Ma benissimo! direbbe il Conte Zio del Manzoni.
L'Italia Reale, in una corrispondenza da Roma, si lamentava pochi giorni
fa degli insulti che i giornali del trust lanciavano agli altri: mIa
hanno poi tenuto calcolo di quanto gli altri lanciavano al trust? Ad essere
buoni si può far pari.
Si lamentano che il Papa non è amato, non obbedito; che diminuiscono gli entusiasmi,
i pellegrinaggi ecc. Ma i colpevoli di questo sono proprio quelli, che hanno voluto
imporre l'amore a bastonate; che su entusiasmi sinceri han gettato la diffidenza
e il sospetto della impostura; che hanno preteso il monopolio della ortodossia ecc.
Vien da piangere quando si vede che proprio hanno impedito le belle cose coloro che
se ne vantavano i paladini! Illiacos intra muros peccatur et extra!
Ma basta... se no entro in una seconda parte, che non finirebbe così presto.
Io so che queste pagine mi possono gravare le spalle: so però d'aver detto
con confidenza e desiderio di bene: quello che ho scritto, ho veduto e letto quasi
tutto da me, non volendo in queste cose, scrivere per aver sentito dire,
come ho veduto essere altrove avvenuto. V. E. mi perdoni e mi creda sempre però
Pisa, ultimo del luglio 1912.
Suo Obbmo in Domino
P. Cardinal Maffi
Arcivescovo di Pisa
Lettera del Card. De
Lai ai Card. Maffi, 14 agosto 1912
Rispondendo alla lunga lettera precedente, il Card. De Lai dà anzitutto
alcune spiegazioni intorno ai vari punti toccati dal Cardinale Maffi sulla questione
particolare del Corriere Toscano, e passa poi subito alla questione
generale dei giornali cattolici, fermandosi principalmente sul terna dei giornali
detti di penetrazione, ed in particolare su quelli del «trust» romano.
Il punto di vista. del Card. De Lai è ben diverso da quello del Card. Maffi.
Per il Card. De Lai (e questo era anche il pensiero della S. Sede e in primo
luogo del Servo di Dio), il giornalismo detto di penetrazione si dice cattolico e
come tale vuol esser considerato (anche perché vive dei cattolici), ma la
sua linea di condotta non è molto diversa, sostanzialmente, da quella dei
giornali liberali; si regge cioè sul compromesso e reca perciò molto
danno, specialmente nelle fila del clero, dove purtroppo è molto diffuso.
Il tentativo, tanto caldeggiato dal Card. Maffi, di portare questi giornali ad una
linea strettamente cattolica, secondo il Card. De Lai si è dimostrato inattuabile.
E di questa impossibilità, che è un punto capitale nella questione,
troviamo una conferma nella lettera seguente del Cardinal Segretario di Stato (n.
11), e più ancora nella lettera dello stesso Servo dì Dio riportata
ai seguente n. 12, dove egli, a proposito del Corriere d'Italia, il
principale giornale del «trust», dichiara apertamente di aver fatto «di
frequente delle osservazioni, senza però essere mai ascoltato».
All'Emo Card. Maffi
Arcivescovo di Pisa
Roma, 14 agosto 1912.
Ringrazio di tutto cuore degli auguri pel mio onomastico, e li ricambio coi voti
di ogni miglior bene per V. E. Rma. Se vi è stata qualche polemica fra noi
per qualche incidente, e, se nell'apprezzamento di certi fatti o in qualche cosa
secondaria vi è fra noi qualche diversità di vedute, questo non scinde
davvero, oh! no, la carità e l'amicizia. Sarei ben triste se facessi altrimenti.
Ho tardato a rispondere, perché fino a ieri a sera non potei leggere il lungo
scritto con cui Ella accompagnava gli auguri, benché ne sentissi continuo
il desiderio. Ma aveva altri affari che non patiebantur moram, e dovei
farmi violenza.
Ora al suo scritto come rispondere? In primo luogo se il S. Padre ed il Card. Segretario
di Stato non la intrattennero sull'incidente del Corriere Toscano, forse
fu perché non credettero di dar peso a cosa in fondo non grave, o per non
immischiarsi in cosa commessa a me. Certo è che il S. Padre era al corrente,
e credo anche l'Emo Merry. Come al pari è certo che nell'udienza che ebbi
dal S. Padre poco dopo di aver discorso con V. E., gli comunicai la ragione per cui
Mgr. Calandra si era occupato della cosa, ed egli ne comprese la ragionevolezza.
Eliminare un giornale pessimo, anche sostituendolo con uno indifferente, è
sempre un vantaggio ed un bene.
Voglio dire con ciò che i giornali dell'Editrice Romana sono buoni, sono cattolici,
sono da appoggiarsi? No certamente. Ma quando si tratti di sostituire ad un pessimo,
un meno cattivo è sempre da farsi. Mi spiego con un esempio. In un luogo vi
sono due uomini: uno bestemmiatore, violento, nemico di Dio, uccisore di anime; un
altro non ostile, e qualche volta fattore di bene; ma che non va mai o quasi mai
in chiesa, talora anzi fattore di scandalo, in realtà e per lo più
non curante ed indifferente. Certo non può questo secondo dirsi un buon cristiano,
un buon cattolico, non può lodarsi, né favorirsi, né è
da proporsi a modello della vita cristiana. Sarebbe lo stesso che far perdere la
bussola ai fedeli. Ma quando si trattasse di sostituirlo al primo, non vi sarebbe
da esitare; e se il primo si potesse ridurre alla mentalità del secondo,
si potrebbe dire che si è sulla via della conversione: quindi un bene.
Tale è anche, secondo me, la posizione dei giornali del trust di fronte
a tanti altri violentemente ostili alla religione. L'E. V. con occhio molto benigno,
forse per l'antica amicizia che à col Com. Grosoli, il gran padre dell'U.
Ed. Rom. Ma non è vero che i giornali del trust non facciano del male;
poiché è già un gran male la grande neutralità, indifferenza,
noncuranza -- meno alcuni casi eccezionali, ed alcuni fatti sensazionali -
per quanto riguarda la Chiesa ed i grandi problemi religiosi. Sono giornali prettamente
mondani, meno le eccezioni sopra notate. E quando si considera che sono il pascolo
del clero in massima parte (gli altri, laici, sono la minoranza) se ne comprende
il danno.
Ma essi fanno spesso, assai spesso, un male positivo. Ecco per es. in questi giorni
il Corriere (diretto da Mgr. Boncompagni, che ne è il mentore) à
messo fuori, e proprio pel giorno dell'Assunta, una gran corsa con relativa
coppa, partendo alle5,30 del mattino dal traguardo a due o tre km. fuori porta
San Giovanni, per arrivare non so se a Velletri o. Anagni. E ciò cristiano?
Non è una profanazione della festa? Non è un male positivo? L'Eco
di Bergamo à fatto lo stesso, o simile, per la Pentecoste col corso delle
Rose. E così in cento altri casi passati.
Se noi sosteniamo questo genere di giornali, con lo stesso ragionamento, con gli
stessi argomenti, domani si sosterrà e si dovrà sostenere la scuola
neutra, ed a poco a poco Dio sarà cacciato dalla società. In conclusione,
l'E. V. col tentare di sostituire al Corriere Toscano attuale, un Corriere
Toscano dell'Ed. Rom. faceva bene, come colui che ad un maggior male cerca sostituirne
un minore. Ma sta però, che in sè il male minore è sempre un
male, e non bisogna fermarsi in esso.
Anche i giornali dell'altro tipo ànno i loro difetti. Sono scarsi di notizie,
talora attaccano le persone, si vantano di essere i paladini della fede, e con ciò
naturalmente vanno incontro all'odio ed all'invidia di molti. Ma però ànno
il gran merito di sostenere i sani principi, mentre da ogni altra parte si tace.
E questo li rende cari al Papa.
L'E. V. da un insieme di circostanze arguisce che da uno di quèsti giornali,
dall'Unità, sia venuta la denunzia delle trattative col Corriere
Toscano: e ne accresce gli addebiti. Ma le cause indiziarie sono sempre
di incerto esito. Questa notizia è pervenuta da altra città che Firenze,
e da altra persona che D. Cavallanti. Questa giustizia deve esser resa.
Del resto Dio volesse che si potesse avere una stampa cattolica potente, degna di
questo nome. Questo voto è anche in quegli stessi che non godono la fiducia
dell'E. V., p. es. nel Cavallanti, il quale era disposto a ritirarsi, aveva anche
proposto di lasciare il nome dell'Unità, pur di dar luogo ad
un grande giornale cattolico che potesse essere accetto, e iion avesse l'invidia
del nome. Il progetto di Mgr. Rossi era benviso al S. Padre, ma un po' si oppose
il suo Vescovo, un po' si avevano su di lui altri disegni, e così naufragò.
Quello che mi dice del Callegari non è a mia conoscenza. Ma credo che egli
avesse troppe esigenze. S'immagini che D. Cavallanti fa quasi gratis il direttore!
Credo abbia circa L. 175 mensili.
D'altronde Pio X, conscio delle centinaia di migliaia di lire così inutilmente
sprecate sotto il defunto Pontefice, si è fatto un programma di difesa. Né
si può davvero dargli torto. Egli pensa e lavora per cristiana la società
per altra via, e ad essa indirizza il più delle sue forze e della sua attività;
la stampa, la pone in seconda linea, così almeno io penso.
L'E. V. deplora che si siano fatti sortire dalla redazione del Corriere due
sacerdoti, e che non si dica chiaramente a questi giornali del trust l'indirizzo
che si vuole, certo che essi lo seguirebbero.
Fu una necessità l'uscita di quei due sacerdoti; e creda, Eminenza, non è
così facile come pensa il ridurre a nuovo l'indirizzo di quei giornali. È
tutta una tendenza, con scopi determinati, e con teste che non si piegano tanto facilmente.
Vi è una sola cosa che temono, e che li raffrena nel correre più precipitosamente,
di essere sconfessati come cattolici, e proibiti al clero, delle cui borse vivono,
almeno in massima parte. Ed il Papa non li sconfessa - ad vitanda mala
maiora, - ma però fa sapere che così non li ama, nella speranza
che un po' si raddrizzino.
E del Com. Grosoli? L'E. V. lo stima e l'ama. Egualmente io e il S. Padre. Ma dopo
il fatto di aver egli falsato il pensiero ed il detto del Papa in seguito al Congresso
di Bologna, conviene che il S. Padre gli restituisca la fiducia, che lo chiami a
sé e conti su di lui? A me pare che no. Qualche volta ho cercato di riabilitarlo
per la stessa speranza di bene che muove l'E. V. a parlarne; ma ò dovuto convincermi
con dolore che non ne era il caso.
E Semeria, di cui l'E. V. pare ne faccia una vittima dell'intransigenza e dell'esagerazione
di Roma, eccitata dai soliti giornali, che dire? Se V. E. sapesse quanti abbia strascinato
all'incredulità, quante coscienze gettate nel dubbio e nella costernazione,
e come molti Vescovi ed Arcivescovi è perfino il mitissimo Card. Richelmy
deplorino e si dolgano del male fatto da lui, forse l'E. V. il biasimo che fa di
Roma per l'intolleranza ed il sospetto verso di Semeria, lo cambierebbe in altro
di eccessiva longanimità e debolezza. Ah! non creda che si opprimano e si
sospettino gli uomini senza fondamento. Ben più, assaissimo, si abbonda.
Certo, dei difetti nel governo della Chiesa vi sono. E come potrebbero non esservi?
Vi è stato mai al mondo, od è possibile anche col più santo,
il più abile, il più sapiente sovrano un governo senza qualche sbaglio,
senza qualche atto discutibile?
In questo mondo anche la stessa virtù, ogni perfezione quamdam imperfectionem
habet adnexam.
E questo pur troppo non può mancare nel governo della Chiesa, perché
è composto di uomini. Ma da questo al veder così scuro, dal muover
tanti amari lamenti, parmi corra un gran tratto. I mali son molti, pur troppo. Ecco
proprio oggi ho ricevuto notizie che a Pietra Lavezzara il parroco è fuggito
con una ragazza, ed in Città di Castello un quarto o quinto sacerdote à
gettato l'abito e fatte fare le pubblicazioni pel matrimonio. Queste defezioni del
clero sono pur troppo un continuus dolor, che né giornali né
azione cattolica possono sanare; ma che solo la restaurazione della disciplina ecclesiastica,
la miglior formazione del clero varranno a diminuire. Ed a questo tende il S. Padre;
e se per attendere a questo punto principale, e per la sfiducia e le cattive prove
fatte per tanti anni, pone in seconda linea l'officio della stampa, sarà un
esperimento che conviene rispettare. Le intenzioni del S. Padre sono rettissime,
la mente vede con somma lucidità, lavora da mane a sera, e, creda Eminenza,
dirige Egli il governo della Chiesa, non altri. Che Dio non l'assista? Sarebbe una
bestemmia il dirlo, il pensarlo. E l'E. V. né il pensa né il dice,
almeno espressamente e direttamente; ma lo mette un po' a carico di coloro che avvicinano
il Papa. Meno male. Ma intanto i continui lamenti che l'E. V. fa del mal governo
della Chiesa, pur troppo sono noti, e non fanno bene né a Lei, né alla
Chiesa.
Mi perdoni, se parlo con tanta chiarezza. Parmi un dovere, poiché anche l'E.
V. mi tratta con eguale libertà, e panni un obbligo di amicizia e fratellanza
il dire ciò che sento in cose quae aedificationis sunt, o almeno
potrebbero esserlo.
L'E. V. comincia la sua lettera col dire che ci sono «questioni che ci opprimono
nella vita pastorale» e più in là lamentandosi dei ricorsi, nota:
«Si getta là un'insinuazione, e coll'equivoco indeterminato si uccide».
Non ben comprendo tutta la portata di queste parole. Ma posso assicurare l'E. V.
che, quidquid sit de mente et fine recurrentium, qui non si presta
già fede incondizionata ai ricorsi, né si giudica inaudita parte.
I ricorsi fin che mondo sarà mondo esisteranno sempre; ve ne saranno di
giusti ed ingiusti, di esagerati e di deficienti, si faranno per fine buono e per
fine cattivo; ma, Eminenza, non dica che con un ricorso soltanto si possa uccidere
una persona, un Vescovo, un Cardinale. Sarebbe troppo! Si comunicano per norma, per
dare un qualche avviso, per prevenire affinché la persona in questione possa
guardarsi, giustificarsi, regolarsi.
È un atto dunque di correttezza il comunicarli.
Finalmente l'E. V. conclude il suo scritto dicendo che avrebbe una seconda parte
anche più lunga, da aggiungere; e che sa «che queste pagine mi possono
gravare le spalle». Non so a che accenni con le prime parole; quanto
alle seconde deponga ogni preoccupazione. Mi guarderò bene di comunicare il
suo scritto al S. Padre; giacché per molti capi ne sarebbe afflitto e non
voglio accrescere le sue amarezze, e molto meno che queste gli vengano dall'E. V.
Se crede la cosa necessaria, scriva direttamente al Papa. Da mia parte non farò
nulla per aggravare V. E. di fronte al S. Padre. Di fronte a me, stia tranquillo.
Apprezzo il suo desiderio del bene, apprezzo il voto di veder sorgere una stampa
migliore, non mi meraviglio di talune conclusioni cui non sottoscrivo, sapendole
fatte con animo retto, sebbene, a mio giudizio, non esatte, come pur troppo avviene
in tutte le cause indiziarie, o quando si vanno raccogliendo come in requisitoria
contro un accusato senza attenuanti tutti i più minuti fatti.
Perdidi tempus con questo non meno mio lungo e penoso scritto? Forse. Ma siccome
so che l'E. V. tiene tutto catalogato e registrato, non ho voluto che la sua lunga
lettera rimanesse senza qualche risposta nei suoi archivi. Perciò mi sono
imposto questa pena. Le ò detto qualche cosa dispiacente? Me la perdoni, sapendo
che l'ò fatto per buon fine e per amore di ciò che all'E. V. ed a me
è sovranamente caro.
Baciandole umilmente le mani mi confermo con affetto
di V. E. Rma
G. Card. De Lai, Ves. di Sabina.
Lettera del Card. Merry
del Val, Segretario di Stato, al Cardinale Maffi, 13 agosto 1912.
Il Card. Maffi, dopo aver spedito al Card. De Lai la lunga lettera del 31 luglio
sopra riferita (n. 9), scrisse il 5 agosto un'altra lettera al Cardinale Segretario
di Stato. Non abbiamo questa lettera, ma ne possiamo stabilire il contenuto sostanziale,
dalla risposta data dal Card. Merry del Val in data 13 agosto, di cui una copia fu
inviata al Card. De Lai e si trova ora nel relativo incartamento della Concistoriale.
Dalla risposta dunque del Card. Merry del Val si vede che le questioni sollevate
dal Card. Maffi erano due: quella delle elezioni politiche e quella del giornalismo
cattolico.
Il punto di vista del Card. Merry del Val intorno ai giornali detti di penetrazione
è identico, come abbiamo già notato, a quello del Card. De Lai. Da
notare in particolare quanto egli dice intorno al tentativo, caldeggiato costantemente
dal Card. Maffi, di avvicinare questi giornali per renderli come si vogliono. «Dio
volesse, dice il Cardinale Segretario di Stato, che fosse vero quello che mi dice
Vostra Eminenza, che cioè sarebbero pronti ad ubbidire. Io stesso ho dovuto
purtroppo constatare, più di una volta, il contrario».
E qui si chiude l'incartamento della S. Congr. Concistoriale sulla questione del
giornalismo cattolico. Vi è ancora una sola lettera del Card. Maffi del 12
ottobre dello stesso anno 1912, dalla quale si vede che egli non aveva cambiato opinione,
ma che non arreca elementi nuovi e può esser tralasciata.
Confidenziale - Riservata
Signor Cardinale Pietro Maffi
Arcivescovo di Pisa
Dal Vaticano, li 13 agosto 1912
Emo e Revmo Signor Mio Ossmo,
Ho preso attenta conoscenza della dettagliata lettera che Vostra Eminenza m'inviava
in data del 5 corr., intorno al duplice delicatissimo argomento delle elezioni politiche
e della stampa cattolica in Italia.
Dispensandomi dal rispondere ai singoli punti, mi permetto fin da ora di dichiararle
che non condivido tutte le sue osservazioni ed i suoi apprezzamenti.
Quanto alla questione elettorale, la linea di condotta determinata dall'Enciclica
Il fermo proposito è realmente (come Ella stessa riconosce) chiarissima
e comprende tutto; né per conseguenza si richiede altro da parte della Santa
Sede. È del resto ormai notissimo che il Santo Padre non vuole in maniera
alcuna (per quelle altissime ragioni che Vostra Eminenza ben comprende) la formazione
di un partito cattolico politico in Italia, e restano perciò escluse senz'altro
le candidature di cattolici in quanto tali. Né la Santa Sede ha mai riconosciuto
come investiti di un mandato cattolico quegli eletti che hanno preteso e pretendono
rappresentare la causa cattolica nel Parlamento e che vorrebbero essere considerati
come «nostri», pur comportandosi di fatto più o meno come liberali
moderati, vivendo nell'equivoco ed abbandonandosi non di rado a deplorevoli dedizioni.
Ciò si è potuto rilevare in varie circostanze, fra le quali è
notevole il vergognoso silenzio di quei Signori al Parlamento, dopo il famoso discorso
di Nathan; discorso che offese atrocemente la coscienza cattolica, provocando solenni
manifestazioni di protesta in tutto il mondo, anche fra gli ebrei a Londra e a Berlino,
mentre, tra i Parlamentari Italiani, solo un Pelloux ebbe il coraggio di alzare la
voce. Tutto questo ha purtroppo confermato la ragionevolezza delle direttive Pontificie
e la necessità di mantenerle fedelissimamente; confermando altresì
che, avuto principalmente riguardo alla posizione specialissima ed anormale creata
al Papa in Italia di fronte a tutto il mondo cattolico, non apparisce altra via che
quella tracciata dalle attuali disposizioni Pontificie.
Quanto ai giornali cattolici è parimente notissima quale sia la mente e la
volontà del Santo Padre, e basta citare in proposito la nota lettera dell'Episcopato
Lombardo e la relativa risposta Pontificia, redatta in termini così chiari
ed energici. Senza entrare in dettagli mi limito soltanto ad osservare che non è
a meravigliarsi che le condizioni dei pochi giornali strettamente papali siano tutt'altro
che floride, se quelli stessi che dovrebbero aiutarli, moralmente e finanziariamente,
sono i primi ad osteggiarli, sia in pubblico, sia privatamente, ed è triste
il dirlo, fra questi non mancano purtroppo anche dignitari ecclesiastici.
Riguardo infine ai giornali del così detto «trust », Dio volesse
che fosse vero quello che mi dice Vostra Eminenza, che cioè sarebbero pronti
ad obbedire!
Io stesso ho dovuto purtroppo constatare, più di una volta, il contrario.
Troppo questi giornali sono oramai vincolati da impegni e da influenze perché
sia loro permesso di cambiare indirizzo! Per renderli veramente cattolici occorrerebbero
non semplici modificazioni, ma sostanziale trasformazione, pur conservando i pregi
della tecnica: perché il tipo del giornale cattolico è unico e quale
lo vuole il Papa: e Vostra Eminenza sa bene che il Papa non vuole affatto questi
giornali così detti di penetrazione, la quale, in fondo, altro
non è che un pernicioso e progressivo adattamento: come mi scriveva recentemente
un egregio Vescovo francese relativamente al liberalismo nel campo nostro: «C'est
parfait d'acclamer le Saint Père. Il serait bien plus parfait de Lui obéir,
au moins à peu près» (Mgr Gilbert, Vescovo d'Arsinoe).
Son questi i punti che sommariamente ho creduto accennare, e non dubito che Vostra
Eminenza vorrà serenamente ponderarli.
Profitto intanto della propizia occasione per confermarle i sensi della mia profonda
venerazione, mentre Le bacio umilissimamente le mani.
Umo Devmo Obbmo servitor vero
Dell'Eminenza Vostra
R. Card. Merry del Val
Da una lettera di Pio
X a Mons. Mistraingelo, Arciv. di Firenze, 23 feb. 1910. - Collezione
degli scritti di Pio X presso la S. C. dei Riti.
Aggiungiamo qui, a chiusura di questo paragrafo e a modo di appendice, un brano di
lettera del Servo di Dio a Mons. Mistrangelo, in data 25 febbraio 1910. E lo inseriamo
qui, questo brano, per provare che il lamento, tante volte ripetuto, che i giornali
del «Trust» erano pronti ad ubbidire e che fu un errore il non
aver cercato di condurli nell'orbita di un giornalismo prettamente cattolico, è
un lamento ingiusto. Il Cardinal Segretario di Stato, nella lettera precedente, diceva
che più volte aveva tentato inutilmente di dare dei suggerimenti. Qui è
lo stesso S. Padre che, a proposito del Corriere d'Italia, dice di
aver fatto di frequente delle osservazioni, «senza però essere mai ascoltato».
Per l'intelligenza del testo è da notare che il «Sig. Canonico Vaticano»
è Mons. Ugo Boncompagni Ludovisi, patrocinatore del Corriere d'Italia.
Illmo e Revmo Mgre,
Le restituisco la lettera del Sig. Canonico Vaticano, il quale col solo timore che
l'opuscolo possa toccare anche il Corriere d'Italia mostra il lato debole
di chi ha la coscienza di aver fatto all'Unità Cattolica una guerra
sleale e di non essere sicuro sui principi che professa il suo Giornale. In quanto
poi alle asserzioni di benedizioni e di incoraggiamenti dati al Corriere d'Italia,
chi scrive non solo ha mai detto una sola parola di soddisfazione, ma ha fatto
invece di frequente delle osservazioni, senza però essere mai ascoltato...
Li 23 febbraio 1910.
Pius Pp. X.
§
II
IL SERVO DI DIO E «L'UNITÀ CATTOLICA» DI FIRENZE
Fra le critiche mosse al
Servo di Dio durante il suo pontificato ve n'è una che viene ripetuta più
volte nei Processi e trova eco anche nelle Novae Animadversiones, quella
cioè di aver permesso che la stampa cosiddetta integralista o intransigente
potesse attaccare impunemente persone e istituti ecclesiastici, con danno della pace,
della carità e della giustizia.
Uno dei giornali più criticati a questo riguardo, e perciò più
inviso, era l'Unità Cattolica di Firenze. Fortunatamente, nell'archivio
dell'arcivescovado fiorentino c'è un plico di 25 lettere autografe del Servo
di Dio a Mons. Mistrangelo, Arcivescovo di Firenze, che vanno dal 24 giugno 1907
al 10 dicembre 1911, e abbracciano quindi il periodo più acuto della lotta
antimodernistica e conseguentemente dei criticati attacchi di quella stampa, lettere
che si riferiscono quasi tutte a quel giornale.
Ora è cosa in un certo senso provvidenziale poter analizzare queste lettere,
per vedere, in un caso concreto, quale sia stata in realtà la linea di condotta
del Servo di Dio.
Per seguire questa corrispondenza sono necessari anzitutto alcuni dati. L'Unità
Cattolica nacque a Torino nel 1863 per opera del noto Don Giacomo Margotti (1823-1887),
il quale nel 1848 aveva fondato, sempre in Torino, il quotidiano prettamente cattolico
L'Armonia che nel 1859 fu soppresso per ordine di Cavour.
L'Unità Cattolica, quanto alla ispirazione prettamente cattolica
ne era la continuazione. Dopo trenta anni di vita torinese L'Unità Cattolica
col 10 gennaio 1893 veniva trasferita a Firenze, dove cessava la sua vita battagliera
il 10 settembre 1929.
Ferma sulla base della dottrina e della tradizione cattolica, l'Unità ebbe
un'intonazione pugnace contro il liberalismo dottrinale e politico. Nel 1907 gli
eredi Margotti cedettero ogni diritto di proprietà sul giornale alla S. Sede,
e Pio X affidò a sua volta il giornale ai quattro Arcivescovi della Toscana.
Due di essi non erano Cardinali, quello di Firenze e quello di Siena; due invece
erano Cardinali, Maffi a Pisa e Lorenzelli a Lucca, creati ambedue nel concistoro
del 15 aprile 1907. Fu così che il Card. Maffi ebbe mansioni direttive.
Ma il Servo di Dio si accorse ben presto che non bastava una sorveglianza generale
sul giornale, ma che, dato anche il fervore della lotta divenuta più aspra
in quegli anni, si rendeva necessaria una sorveglianza immediata e continua dell'Autorità
ecclesiastica locale; così l'8 maggio 1908, «senza togliere nulla ai
compito che l'Emo Card. Arcivescovo di Pisa, come rappresentante dell'Episcopato
Toscano, ha avuto e continua ad avere per l'Unità Cattolica»,
incaricò l'Arcivescovo di Firenze «di assumere sul medesimo giornale
una sorveglianza immediata e speciale» (vedi lettera n. 2).
Analizzando ora le molte lettere indirizzate in seguito a Monsignor Mistrangelo come
incaricato di una speciale sorveglianza sull'Unità, si rileva:
1° che il Servo di Dio si interessava continuamente e positivamente del giornale,
la cui utilità egli la vedeva nella sua caratteristica di difensore aperto
dei sani principi; ripete spesso che è un piccolo lume in tante tenebre, una
sentinella avanzata che dà l'allarme; 2° che però egli voleva che
la direzione e la redazione dipendessero in tutto dall'Arcivescovo: «e che
non ostentino ad ogni momento la missione avuta dal Papa, perché il Papa realmente
non ha dato loro alcun mandato» (lettera n. 3); «A Don Cavallanti poi
[direttore dell'Unità] avrà la bontà di far conoscere
che il Papa gli ha detto e fatto dire mille volte, ch'egli deve dipendere in tutto
da Mons. Arcivescovo e seguirne i consigli» (lettera n. 11); 3° finalmente
- e questo è il punto forse più importante - il Servo di Dio insiste
continuamente sulla moderazione, e sulla necessità di combattere gli errori
e di rispettare le persone: «Si combattano gli errori, ma senza toccare le
persone» (lettera n. 5); «non sarà mai soverchia la raccomandazione
a De Töth [della redazione dell'Unità] di avere tutta la
prudenza e di non spedire alcuna lettera, specialmente a Vescovi e ad altre persone
ragguardevoli, senza averla fatta vedere o almeno senza avervi dormito sopra una
notte» (lettera n. 6); «Potrebbe aggiungere ancora che mi disgusta ogni
volta che vedo attaccate persone rispettabilissime, o anche solo nomi che devono
essere taciuti; e che finalmente potrei un giorno stancarmi dell'Unità
e abbandonarla al suo destino» (lettera n. 11).
Queste ed altre espressioni mostrano chiaramente quale sia stata la linea di condotta
del Servo di Dio. Egli volle sostenere il giornale, perché utile nella difesa
dei sani principi; ma volle che si evitassero gli eccessi e soprattutto gli attacchi
a persone; e a tale scopo volle che si dipendesse in tutto dall'Arcivescovo; che
se non fu sempre obbedito, prese anche delle misure severe (il de Töth p. es.
fu allontanato dalla redazione) e minacciò perfino la soppressione stessa
del giornale.
Stando così le cose non si vede come la condotta del Servo di Dio possa essere
criticata.
Diamo ora i testi. Delle 25 lettere ne riproduciamo, in tutto o in parte, 15, tralasciando
le altre 10 che non hanno importanza.
Gli, originali, come abbiamo detto, sono tutti nell'archivio arcivescovile di Firenze
e ne abbiamo copia autentica, inviata alla Sacra Congregazione dei Riti dal Card.
Dalla Costa in data 11 marzo 1936.
In appendice diamo una lettera recentissima, inviata da Monsignor Paolo de Töth
all'Avvocato della Causa in data 4 aprile 1950. Il de Töth fu redattore dell'Unità
Cattolica e quanto egli riferisce conferma ciò che abbiamo detto.
Illmo e Rmo Mgre e Ven.
Fratello,
Ringrazio il Signore, che pei buoni uffici della S. V. Revma gli Eredi Margotti abbiano
ceduto ogni diritto sul Giornale L'Unita Cattolica e per tale generosità
presenterò a loro i miei ringraziamenti
Quella proprietà poi a me ceduta io la rimetto ai quattro Eccmi Arcivescovi
della Toscana, che liberi da ogni altro legame confermeranno, son certo, l'ottimo
Signor Cav. Burgisser a rappresentarli nella gestione specialmente economica, riservandosi
di pieno accordo con lui la parte direttiva del Giornale.
Adesso però (conservando al cav. Mastracchi l'officio che aveva, vivente il
Sacchetti, o dandogli, vita durante, una pensione) converrà trovare un Direttore,
e in questo alla loro saggezza mi raccomando.
E rinnovandole i più vivi ringraziamenti per tutto quello che ha fatto, con
particolare affetto Le impartisco l'apostolica Benedizione.
Dal Vaticano, li 24 giugno 1907.
Pius Pp. X.
Illmo e Rmo Mgre e Ven.
Fratello,
Senza togliere nulla al compito, che l'Emo Card. Arcivescovo di Pisa, come rappresentante
dell'Episcopato Toscano, ha avuto e continua ad avere per l'Unità Cattolica,
prego la di Lei carità, Ven. Fratello, di assumere sul medesimo giornale
una sorveglianza immediata e speciale. La pubblicazione assistita ogni giorno e da
vicino potrà così proseguire sicura ed evitare quegli scogli, ai quali
talvolta offende anche chi naviga colle migliori intenzioni del bene. E per raggiungere
il vero bene, son certo che gli attuali scrittori non mancheranno di seguire in tutto
i di Lei avvertimenti con riverente obbedienza.
E anticipandole anche per questo favore i più vivi ringraziamenti, coll'augurio
d'ogni bene mi confermo suo obbmo e affmo
Pius Pp. X.
Dal Vaticano, li 8 marzo 1908.
Eccellenza Revma,
Ringrazio di nuovo l'E. V. Rma della carità che è disposta di fare,
di sorvegliare e dirigere gli scrittori dell' Unità Cattolica, perché
specialmente non si rinnovino le miserie dei giorni passati, che lasciano strascichi
sempre funesti ai giornali cattolici, che viribus unitis,dovrebbero difendere
la causa comune.
Io poi sono d'avviso, che per ora non. si debba rilasciare ai redattori alcuno scritto,
perché questo prolungherebbe la controversia, che non può essere dimenticata
che col silenzio. E questo tanto più che noi non abbiamo scelti gli scrittori
perché il Papa in nome dell'Episcopato Toscano ha affidato il giornale a Mgre
Bufalini, e quindi a Lui solo dovrebbe essere diretto lo scritto.
Ella quindi potrà dire ai Sacerdoti De Töth e Cavallanti, che si tien
contò del loro lavoro, ma che per ora non si può approvarlo pel noto
aforisma del malum ex quocumque defectu, perché nel difetto
caddero pur essi dando alle polemiche carattere soggettivo e personale.
Raccomandi loro che non raccolgano e pubblichino i pette golezzi che vengono loro
riferiti; che non ostentino ad ogni momento la missione avuta dal Papa, perché
il Papa realmente non ha dato loro alcun mandato; e che sieno prudenti anche nel
parlare, perché le parole volano, e dette colle migliori intenzioni ne viene
travisato il senso dagli interessati, che lavorano per screditarli e per vedere soppresso
il Giornale.
E col voto che le di Lei raccomandazioni ottengano il bene che si desidera, Le impartisco
con particolare affetto l'Ap.lica Benedizione confermandomi suo obblmo e affmo
Pius Pp. X.
Dal Vaticano, li 13 marzo 1908.
Illmo e Rmo Mgre,
Oggi ho fatto scrivere a Mgr. Bufalini che sono persuaso che il Card. Maffi fosse
ben. lontano dall'alludere a lui e all' Unità Cattolica colla infelice
similitudine del Bufalo come l'hanno interpretato quei giovanotti che osteggiano
l'Unità, perché per loro è fumo agli occhi. Del
resto egli avvezzo a ben più fiere battaglie nomi s'adombri a queste scaramuccie,
e col suo infonda il coraggio anche negli scrittori del Giornale raccomandando a
loro (le raccomandazioni non sono mai soverchie) di non entrare in personalità
e di studiare tutti i mezzi per evitarle.
Il coraggio che ho raccomandato a Mgre Bufalini lo raccomando anche a Lei, Ven. Fratello,
di cui riconosco tutti i meriti nél dirigere codesti buoni scrittori del Giornale;
e per tanti sacrifici che sostiene Le manifesto la più viva riconoscenza confermandomi
suo obblmo e affmo
Pius Pp. X.
Li 2 novembre 1908.
Eccellenza,
Il sac. De Töth mi spedisce in copie il disegno discusso ed approvato nell'adunanza
tenuta dall'E. V. cogli altri per mantenere in vita l'Unità Cattolica:
disegno che l'E. V. mi aveva già notificato nella udienza e che fu da
me pienamente approvato.
Ora il De Töth dimanda una parola di raccomandazione da presentarsi ai benevoli
del Giornale perché vengano in aiuto; ed io non posso aderire a questo desiderio
anche per non far pubbliche le miserie finanziarie dei Giornale. Sono disposto di
aiutarlo per quanto potrò, se arerà dritto; e son certo
che tenendo aperta la sottoscrizione per l'Obolo (unico giornale che ancora
la conserva) al termine dell'anno si potrà avere un buon reddito, e al resto
suppliranno con me i Vescovi della Toscana, che hanno promesso di aiutarlo.
Il De Töth aggiunge che per non esporre l'E. V. a firmare contratti, questa
parte sarà affidata al Marchese Almerici, e anche di questo sono contento,
ma sempre sotto l'immediata di Lei sorveglianza.
Intanto conviene provvedere ai pagamenti per quanto Monsignor Bufalini dice di essere
impegnato, ed Ella favorirà di indicarmi l'ammontare della somma.
Quanto al resto procuri di persuadere al De Töth la economia in tutto, anche
nelle piccole spese; che dimetta affatto il pensiero delle altre due pagine,
perché è sufficiente il formato attuale, e gli raccomandi di nuovo
la moderazione: si combattano gli errori, ma senza toccare le persone.
E la benedizione del Signore sia con Lei e con tutti che lavorano pel Giornale.
Pius Pp. X.
Roma, li 21 9bre 1908.
Eccellenza,
Viste le note di Mgr. Bufalini a pieno saldo per l'anno presente Le spedisco le unite
lire 12 mila.
Per l'avvenire non mancherà la Provvidenza e intanto l'E. V. potrà
pur raccomandare privatamente il Giornale alle persone benevole, ma senza farne cenno
nell'Unità.
Non sarà mai soverchia la raccomandazione a De Töth di avere tutta
la prudenza e di non spedire alcuna lettera specialmente a Vescovi e ad altre persone
ragguardevoli senza averla fatta vedere o almeno senza avervi dormito sopra una notte.
Il Signore Le sia largo di tutte le benedizioni, come desidera il suo obbl.mo e affmo
Pius Pp. X.
Li 6 dicembre 1908.
Illmo e Revmo Mgre,
Sono contentissimo della scelta del sig. Avv. Ernesto Calligari a Direttore de L'Unità
Cattolica, anche perché coll'E. V. sono contenti tutti gli altri
della Commissione.
Se fosse necessaria una mia parola per la di lui accettazione definitiva, Ella abbia
la bontà di scrivergliela, ed io la ripeterò, come l'E. V. mi comunica
egli verrà a Roma. Quanto alle spese bisognerà che per ora si rinunci
alle economie pel fondo di riserva, perché in quest'anno le offerte pel disastro
del terremoto hanno talmente diminuite quelle dell'Obolo, che la S. Sede deve fare
sacrifici per provvedere ai bisogni ordinarii e necessarii.
Con il De Töth, che ha ottenuto tutto quello che ha voluto, usiamo pure pazienza;
ma colla pazienza si induca a lasciare il locale della Redazione e a consegnare i
documenti e a piantare rituali Esercizi e mi confermo suo obblmo e osseqmo
Benedico di cuore l'E. V. e i Sacerdoti, che faranno gli spirituali Esercizi e mi
confermo suo obblmo e osseqmo
Pius Pp. X.
Dal Vaticano, li 23 luglio 1909.
Riservata
Illmo e Rmo Mgre e Ven. Fratello,
Ho visto e parlato coll'ottimo avv. Calligari, che mi ha lasciato migliore impressione
della Sua bontà. Però dal lungo colloquio mi parve di riscontrare in
Lui l'uomo della pace che compatisce molto i Colleghi (Meda, Rocca d'Adria) nel giornalismo,
e sta bene finché si tratta di rispettare le persone, ma non vorrei che per
amore di pace si venisse a transazioni, e per non avere grattacapi si venisse meno
alla vera missione dell'Unità Cattolica a di tutelare i principii e
di essere sentinella avanzata, che dà allarme (sia pure come l'oca del Campidoglio)
e sveglia i dormienti. In questo caso l'Unità non avrebbe più
ragione di essere. E a questo proposito hanno già cominciato a parlare i giornali
come di una ritirata dell'Unità, di un cambiamento di rotta, attribuendo
poi al vaticano il contegno del Giornale.
Perciò sarà bene che Ella faccia con molto garbo queste riflessioni
al Calligari, e lo persuada a non presentarsi per ora come Direttore del Giornale;
e giacché il De Töth se ne è andato, mi pare senza prendere congedo,
il Calligari scriva senza dare il Suo nome per evitare i commenti degli avversarii
e anche dei più o meno benevoli, che non saranno mai (il che è impossibile)
soddisfatti. Anzi poiché egli non può abbandonare Genova, ed io gli
ho date tutte le ragioni, perché desidero che anche là viva e prosperi
il Cittadino, si potrebbe suggerirgli che per ora si contenti di spedire
qualche articolo di fondo, ché per la responsabilità basta il Gerente,
e alla direzione provvede l'E. V. coadiuvata dal Bufalini e dal Cavallanti.
Un'ultima cosa. Il buon Calligari mi parlava anche della tecnica del Giornale e della
necessità di ingrandirlo; ma francamente gli ho detto, che basta il formato
presente ed è bello conservare anche in questo la tradizione. Nessun motivo
di fabbricare un palazzo che non si saprebbe come occupare, quando si può
abitare comodamente nella paterna casetta.
Mi scusi, caro Mgre, per le noie che le procuro, e mi abbia sempre suo obbmo e affmo
Pius Pp. X.
Li 12 agosto 1909.
Illmo e Revmo Mgre e Ven.
Fratello,
Mi rincresce di non poter giustificare Don Cavallanti; ma sopra tutto la verità
a suo luogo. Non è punto vero, che io lo abbia chiamato a Roma, dove venne
spontaneo dopo aver chiesto per lettera a Mgr. Pescini, se venendo sarebbe ricevuto
in udienza. In questa egli si lamentò della nomina dell'avv. Calligari e recò
anche i lamenti di Mgr. Bufalini riferendomi gli apprezzamenti fatti da qualche giornale
sul nuovo indirizzo, che avrebbe preso L'Unità. Io risposi che
confidava nei sentimenti cattolici del Calligari e nelle proteste che egli mi aveva
fatte; e del resto stesse di buon animo senza preoccuparsi di quello che potessero
scrivere i giornali.
In seguito di questo io scrissi alla S. V. Revma, la lettera che Ella ha poi comunicata
al Calligari.
Intanto il Cavallanti ritornato a Firenze spediva per espresso a Don Pescini i ritagli
di alcuni giornali, che annunciando la nomina dell'avv. Calligari preludevano apertamente
ad un cambiamento di direttiva dell' Unità, e chiedendo una
risposta telegrafica proponeva di stampare la seguente dichiarazione: «Siccome
molti giornali parlano di cambiamento di direttiva e di dottrine riguardo all'Unità
Cattolica, ci teniamo a dichiarare che il Redattore capo, don Cavallanti,
è già da tempo in funzione di "Direttore provvisorio" il
che è garanzia ai nostri amici, che L'Unità Cattolica nulla
muta né intende di mutare agli indirizzi che sono e devono essere come pel
passato schiettamente papali».
In seguito a questo fu spedito il 13 agosto a don Cavallanti il seguente telegramma:
«Scrivemmo ieri istruzioni Superiore, prenda accordi con Lui, approviamo progetto
partecipatoci nell'espresso».
Ma la dichiarazione stampata il giorno 15 era ben diversa dalla formula, che, subordinatamente
all'accordo da prendersi con la S. V., qui era stata approvata; e quando io la lessi
mi tranquillai nella certezza che tutto fosse stato fatto di pieno accordo con Lei.
Com'Ella vede, c'è niente di vero in tutto che dice don Cavallanti, il quale
probabilmente si è lasciato montare da Monsignore Bufalini e fors'anche dal
De Töth.
Con questi precedenti io credo che per ora la S. V. Revma possa far sentire una parola
di lamento a don Cavallanti, lamento compatibile con la recente sventura che lo ha
colpito, la morte del fratello, scrivere all'avv. Calligari che compatisca alla scappata
del Cavallanti, che niente è mutato dalla lettera, che Ella gli ha scritta,
e che per ora mandi gli articoli.
Noi due poi aspettiamo gli eventi, che se dovessero essere tanto molesti e costosi,
abbandoneremo anche L'Unità al suo destino e... Requiescat in pace.
Mi scusi se preoccupato da tanti altri pensieri chiudo la presente un poco scoraggiato
e mi abbia sempre per suo obbl.mo e affmo
Pius Pp. X.
Li 22 agosto 1909.
Illmo e Rmo Mgre e Ven.
Fratello,
Ringrazio Lei e Mgr. Vescovo di Arezzo di aver pregato e fatto pregare per la Chiesa
e per me al Santuario della Verna, e prego il Signore a rimeritarli anche per questo
atto di carità.
Mi rincresce che Don Cavallanti, nel quale si era riposta la nostra fiducia, anziché
confessare la sua vanità, cerchi giustificarsi attribuendo magari al Papa
la colpa degli spropositi fatti.
Ma tiriamo un velo sul passato di tante miserie; e poiché è ormai impossibile,
almeno per ora, un accordo col buon Calligari, lasciamolo solo alla direzione del
Giornale, e a seconda della riuscita prenderemo in seguito le determinazioni.
Ella intanto porti in pace le noie e i fastidi, e s'abbia anche per questi la, mia
gratitudine, colla quale godo confermarmi Suo obblmo e affmo
Pius Pp. X.
Dal Vaticano, li 20 settembre 1909.
Illmo e Rmo Mgre,
Al ricevere della presente Ella saprà che per Mgre Soldi si è combinata
ogni cosa.
Al signor Canonico, [1] che con quella sapienza e disinvoltura
principesca si fa avvocato e tutore dei Giornali liberaleggianti e va battendo a
tutte le porte per trovare denari io sarei d'avviso che Ella non rispondesse, o tutt'al
più in modo evasivo.
A don Cavallanti poi avrà la bontà di far conoscere che il Papa gli
ha detto e fatto dire mille volte, ch'Egli deve dipendere in tutto da Mgre Arcivescovo
e seguirne i consigli; e che la sua asserita dipendenza da Roma (che equivale da
nessuno) sa proprio di modernismo. Potrebbe aggiungere ancora che mi disgusta ogni
volta che vedo attaccate persone rispettabilissime, o anche solo nomi che devono
essere taciuti; e che finalmente
potrei un bel giorno stancarmi dell'Unità e abbandonarla al suo destino.
Mi scusi, Mgre, di questa tirata e mi abbia sempre per suo obblmo e affmo
Pius Pp. X.
Li 4 maggio 1910.
1 Mons. Ugo Boncompagni Ludovisi, canonico di S. Pietro e zelante
patrocinatore del Corriere d'Italia.
Illmo e Rmo Mgre e Ven.
Fratello,
Prima di tutto ringrazio Lei, ven. Fratello, delle cure e sollecitudini per la povera
Unità Cattolica, e la prego di ringraziare per me Mgre Ghini,
il Marchese Almerici e sopra tutti Mgre Bertolotti pei soccorsi prestati onde mantenerla
in vita.
A tutti questi manifesti la mia viva gratitudine confermandoli nella persuasione
di fare un'opera veramente salutare dando fiato a questa voce, che predicherà
pure al deserto, ma ha il merito di tenere desti quelli che vorrebbero dormire e
non essere disturbati nella via che percorrono. E poiché fra gli avversarii
a questa voce dobbiamo purtroppo annoverare tanti ecclesiastici, Ella farà
opera di vera carità, se in quei modi che crederà più opportuni
raccomanderà ai Suoi Confratelli della Toscana la poveretta che implora di
non essere spenta.
Dal conto che Ella mi ha favorito, vedo chiaro che quando sarà pagato il tipografo
pei mesi di luglio ed agosto, la cassa resterà al verde, e perciò le
spedisco lire 5000 perché intanto faccia fronte alle nuove spese... [1]
Li 9 settembre 1910.
Pius Pp. X..
1 Qui il Servo di Dio entra in altro argomento che non interessa
la questione.
Illmo e Rmo Mgre e Ven.
Fratello,
Il S. Padre parla di varie cose che non toccano l'argomento, quindi a proposito dell'Unità
scrive:
La ringrazio finalmente delle Sue premure e dei Suoi sacrifici per la povera
Unità Cattolica tanto perseguitata e se ci sarà bisogno di soccorso
per tener vivo fra tante tenebre questo lumicino, mi scriva sempre con libertà.
Li 20 dicembre 1910.
Pius Pp. X.
Venerabile Fratello,
Vivamente La ringrazio della relazione che si compiacque di darmi del Congresso Eucaristico,
e mi congratulo dell'esito felice, col voto che si mantengano perenni colla cara
memoria i frutti copiosi.
Niente impedisce che come altre volte Ella faccia la visita procurando di essere
ricevuto come conviene alla sua dignità.
Al buon Marchese Almerici colla mia gratitudine per le sue prestazioni non ho fatto
che ripetere quanto ho detto alla S. V., che sono contento dell'Unità Cattolica,
e che spero che il Direttore continuerà a soddisfare tutti, che desiderano
la difesa dei principii cattolici senza sottintesi.
E finisco confermandomi con particolare benevolenza suo affmo
Li 5 maggio 1911.
Pius Pp. X.
Illmo e Rmo Mgre e Ven.
Fratello,
Vivamente La ringrazio, Ven. Fratello, degli augurii per le prossime Sante Feste,
augurii che ricambio di cuore, desiderandole i più soavi conforti specialmente
nell'amorevole corrispondenza dei suoi Figli alle Sue cure zelanti.
Quanto alla raccomandazione che Mgre Vescovo di Bergamo [1]
desidera sia fatta a don Cavallanti, credo che questa di esser cauto non gli farà
male, aggiunta a quelle che gli ho fatto io stesso le poche volte che lo ho visto,
e per me più spesso gli hanno fatte don Bressan e don Pescini, di usare moderazione
e di avere tutti i riguardi, specialmente coi Vescovi, anche per non obbligarmi a
richiamano al dovere.
A Mgre Vescovo di Bergamo poi si potrebbe dire: che non bisogna provocare il Giornalista
facendo una guerra aperta all'Unità, che non si vorrebbe in
Diocesi, e vedendo di mal occhio gli Associati; che non si è mai saputo che
il Vescovo facesse sua la causa dell'Eco che come qualunque altro Giornale
(sia pure lei debiti modi) è soggetto alla critica quando non ara diritto;
che con tutta la stima al Clero di Bergamo, anche là c'è la zavorra,
e basti questo che in nessuna Diocesi fu tanto diffusa e lodata la storia del Duchesne;
che finalmente non fa molto onore a Bergamo il desiderio di vedere spento il povero
lumicino dell'Unità e di rendere silenziosa l'oca, troppo importuna.
Del resto, le ripeto, non farà male a don Cavallanti la di Lei raccomandazione
non solo per Bergamo, ma per qualunque altro Vescovo, e se lo crederà opportuno,
potrà aggiungere che le fa anche a mio nome.
E finisco rinnovandole gli auguri e confermandomi suo obblmo e affmo
Li 10 decembre 1911.
Pius Pp. X.
1 Mons. Radini-Tedeschi.
Lettera di Mons. Paolo
de Töth al Comm. G. B. Ferrata, Avvocato della Causa, Fiesole 4 aprile 1950.
Come abbiamo detto sopra nella introduzione a questo paragrafo, diamo qui la
lettera recente di Don Paolo de Töth che conferma la severità usata dal
Servo di Dio anche con gli scrittori della stampa intransigente, quando avessero
commesso degli eccessi.
Illmo Sig Avvocato,
Ella desiderava conoscere qualche fatto concreto in prova della fermezza e indipendenza,
con cui Pio X si portò sempre nei riguardi di coloro stessi ch'Egli incoraggiava
e sosteneva nella lotta da Lui capitanata contro l'eresia modernistica; la ringrazio
della fiducia e dell'onore che mi fa.
Io fui tra quelli che nel periodo, diciamolo pure tragico, della lotta antimodernistica
godettero maggiormente la fiducia e paterna benevolenza del Servo di Dio (ed oh!
quale motivo di confusione, di riconoscenza ed anche di soave perenne conforto per
me).
Ma il santo Pontefice, pure approvando il mio lavoro e quello dei miei colleghi nel
periodico Le Armonie della Fede, da Lui sostenuto e sussidiato dal
principio alla fine (1905-1914), e nella Unità Cattolica, come dissi
nella testimonianze resa nel Processo, fu sempre severissimo quando avessimo mancato
nei modi o confusa con qualche sia pure leggero personalismo, che nel fervore della
polemica non manca mai, o solo molto difficilmente, la difesa della verità.
Per questo, riprendendoci e sapendo l'acrimonia e malizia degli avversari, che avevamo
di fronte, Pio X ci compativa e scusava; e donde la favoletta che Egli approvasse
il nostro errore o subisse la nostra influenza.
Quanto ciò fosse falso lo dimostra il fatto che, valicato io travalicato i
limiti, che un giusto riserbo e doveroso riguardo imponeva, mi allontanò dalla
direzione del giornale, cui mi aveva messo a capo.
Nessuno doveva pensare che il Papa, tacendo e non intervenendo, approvasse gesti
od espressioni meritevoli, come dovetti riconoscere, di disapprovazione e di riprensione,
sebbene intatta restasse la sostanza dei fatti, causa di una incresciosa polemica.
Pio X, uomo tutto di Dio, non seppe mai che cosa fosse accettazione di persone
e con i suoi servi più fedeli Egli fu sempre più severo che con
qualsiasi altro.
Da Lui e dal suo contegno voleva che noi imparassimo il rispetto dovuto alle persone
rivestite di autorità nella Chiesa, ai Vescovi particolarmente, del cui
onore fu sempre gelosissimo.
Al quale proposito, narrata la severità usata con me (che avendomi fatto conoscere
sempre meglio il Pontefice, me lo fece anche amare sempre di più), mi sia
conceduto di ricordare, ad abundantiam, il rimprovero rivolto all'illustre
don Carlo Bonacina (nome ben noto nel campo della scienza storico-ecclesiastica per
i suoi volumi in continuazione del Rohrbacher-Balan, scrittore fra i primi e più
stimati, fin dai tempi di Leone XIii, nell'Osservatore Cattolico,
collaboratore eminente della Unità Cattolica e delle Armonie
della Fede) per aver creduto di non dover sottoporre al suo Ordinario
Diocesano, Cardinale Ferrari, la scelta, che era stata fatta di lui, a direttore
di un nuovo giornale, che si aveva l'intenzione di iniziare per dare a Milano un
foglio, che riprendesse le tradizioni del Caccia e dell'Albertario contro le tendenze
minimizzatrici, liberali e modernizzanti di pubblicazioni, che non molto più
tardi sarebbero state oggetto di una severa ammonizione e deplorazione da parte della
Santa Sede.
E, passando dall'Italia in Francia, come non ricordare il contegno di Pio X nei riguardi
del direttore della importantissima rivista Critique du Liberalisme fra le
pubblicazioni, che meglio servirono la causa della Verità e le direzioni dottrinali
e pratiche del Servo di Dio oltre monti nel periodo burrascosissimo del Modernismo,
indubbiamente la prima?
Pio X amava e stimava l'abate Barbier (corrispondente pure della Unità
Cattolica e delle Armonie della Fede), contro del quale si acuirono
e si esercitarono gli strali avvelenati dei liberali e modernisti di Francia e di
Germania (München-Gladbach dava mano al Sillon); cionondimeno
fu verso di lui severissimo per l'atteggiamento assunto in faccia di qualche Autorità
ecclesiastica, a cui la intransigenza della Critique era semata esagerata
e, quindi, pericolosa e dannosa.
Per giudicare rettamente e con serenità ditali avvenimenti occorre riportarsi
ai tempi e alle circostanze, in cui si produssero: distingue tempora et concordabis
iura.
L'adagio famoso avrebbe dovuto essere tenuto presente da quanti gridarono e gridano,
forse, ancora contro le audacie e intemperanze di scrittori antimodernisti.
Comunque - ed eccomi alla conclusione di questa lettera, riuscita più lunga
di quello che volevo, ma che spero non priva di utilità - ricordino coloro
che credettero e si ostinano a credere le stesse favorite o coperte o subite da una
passività od indulgenza tanto eccessiva da parere debolezza nel Pontefice,
che il primo e più severo riprensore e giudice ne fu sempre Pio X.
A Lei, signor Avvocato, il fare di questa lettera l'uso che crede, anche di pubblicarla,
se essa può servire a qualche cosa per la Causa del mio amato padre e pontefice
Pio X.
Del resto, di quanto ho detto so di poter assumermi ogni responsabilità davanti
alla coscienza e davanti a Dio.
Con ossequio
Fiesole, 4 aprile 1950.
suo devmo
Sac. don Paolo de Töth
§
III
ELEMENTI VARI INTORNO ALLA STAMPA CATTOLICA
Dopo aver presentato nel § I le varie lettere del Card. Maffi e le risposte
della S. Sede intorno al giornalismo, e dopo aver riportato nel § II le lettere
del Servo di Dio a Mons. Mistrangelo a proposito dell'Unità Cattolica,
raccogliamo in questo terzo ed ultimo paragrafo del capitolo primo vari altri
pezzi che sono di particolare importanza, per conoscere la linea di condotta del
Servo di Dio a proposito della stampa cattolica e in particolare circa i giornali
considerati come intransigenti e quelli detti di penetrazione. Vediamo ancor più
chiaramente, in questi vari documenti, che i giornali integrali vengono approvati
e appoggiati, perché sono scuola di principi sani; ma che vengono però
moderati e richiamati al dovere ogni volta che cadono in qualche eccesso (vedi specialmente
il n. 4); al tempo stesso vediamo che i giornali detti di penetrazione, con a capo
quelli del «trust» romano, vengono riprovati per i motivi ripetuti più
volte (vedi n. 1, 2) e resi solennemente pubblici nella lettera all'episcopato Lombardo
del 1° luglio 1911 (n. 4); onde non fa meraviglia che si giungesse finalmente
alla famosa Avvertenza del 2 dicembre 1912 (n. 5), con la quale i giornali
del «trust» romano e loro simili venivano dichiarati apertamente come
«non conformi alle direttive pontificie» ed alle norme contenute nella
lettera del 10 luglio 1911 all'Episcopato Lombardo.
Lettera del Servo di
Dio a Don Domenico Manzoni, parroco di Nava (Como), 19 marzo 1911. - Ex
Proc. Ord. Venetiarum, vol. II, p. 1191 s.
Questa lettera del Servo di Dio, autografa, fu presentata al Processo Ordinario di
Venezia dal teste P. Angelo Faggin, O. F. M., con queste parole riportate anche nel
Summarium, p. 614, dove però la lettera fu omessa.
Dice dunque il P. Faggin: «Circa l'azione del Servo di Dio nei riguardi dei
giornali di quell'epoca, presento al Revmo Tribunale una lettera autografa del S.
Padre Pio X, indirizzata al M. R. Sac. dott. Domenico Manzoni, Parroco di Nava (Prov.
di Como, diocesi di Milano), ora defunto, alla quale aveva dato occasione la domanda
di detto parroco per essere illuminato circa il dissidio che allora vi era fra alcuni
giornali veri cattolici, ed altri sedicenti cattolici».
La lettera ribadisce i concetti del Servo di Dio riguardo ai giornali cosiddetti
di penetrazione. Tocca anche la questione della vertenza fra la Riscossa e
Milano, di cui sarà questione nel Capitolo lI, dicendo che aveva fatto richiamare
gli scrittori.
Confidenziale
Molto Rev.do Signore,
Rispondo io stesso alla lettera che Ella ha scritta a Suor Maria Antonietta delle
Signore di Nazaret, ond'Ella possa assicurare ognuno che pensasse il contrario, che
il S. Padre, per grazia del Signore, è circondato da tali persone che,
con sincerità e coscienza, lo coadiuvano, non gli tacciono niente di quello
che si riferisce al governo della Chiesa, e che Egli è informato dell'andamento
di tutte le Diocesi, non solo dell'Italia, ma del mondo, così da poter provvedere
con l'aiuto di Dio a tutto. Che, riguardo ai Giornali, non può approvare quelli
che specialmente in Italia, dicendosi cattolici, accettano i fatti compiuti, non
si preoccupano mai della libertà e della indipendenza della S. Sede, della
quale non scrivono se non per sindacare gli atti con tanto danno dei fedeli.
Quanto all'ultima vertenza, il Santo Padre ha fatto richiamare gli scrittori della
Riscossa, d'altronde lodevolissima pei principii che sostiene e che
difende; ma non ha potuto approvare il chiasso che se n'è fatto, aiutando
così i giornali che l'hanno come pruno negli occhi e la perseguitano come
perseguitano l'Unità Cattolica, la Liguria, l'Italia
Reale ed altri pveri lumicini che dànno pure, fra tante tenebre, qualche
sprazzo di luce.
Affido a Lei questi miei pensieri per sua discrezione e dei confratelli che a Lei
ricorressero, raccomandandole la massima prudenza; e impartisco di cuore a Lei e
alla sua Parrocchia l'Apostolica Benedizione.
Dal Vaticano, li 19 marzo 1911.
Pius Pp. X.
Al Molto R.do Sig. D. Domenico Dr. Manzoni
Parroco a Nava
Lettera di Pio X a Mons.
Alfonso Archi, Vescovo di Como, 15 maggio 1911. - Autografo inserito nella
collezione degli scritti del Servo di Dio, presso la S. Congr. dei Riti.
Alla vigilia della conferenza annuale dell'Episcopato Lombardo, indetta a Rho (Milano),
sotto la presidenza del Card. Ferrari, Pio X risponde al Vescovo di Como,
che l'aveva prevenuto sul primo argomento in discussione, quello dei giornalismo
cattolico, e gli raccomanda di dichiarare apertamente che il Papa non approva i giornali
detti di penetrazione, ed indica con somma chiarezza quali sono i motivi per cui
egli condanna quei giornali.
IllMo e Rmo Mgre e Ven. Fratello,
Vivamente La ringrazio di avermi partecipato il primo degli argomenti che sarà
discusso nella prossima Conferenza di Rho. Con molta probabilità il Preside
che ha ricevuto anche di recente qualche lezione, non propugnerà con molto
ardore la necessità di sostenere l'Unione e i Giornali fratelli, ma
vi potrà essere qualche altro avvocato, acerrimo avversario dell'Unità
e della Riscossa, che ne prenda la difesa. Ora io raccomando a
Lei e a Mgr Vescovo di Mantova, al quale ho scritto ieri sera, che dichiarino apertamente
che il Papa condanna tutti quegli Giornali sedicenti cattolici (cominciando dal Corriere
d'Italia, che si pubblica in Roma) che accettano in pace i fatti compiuti,
che non dicono mai una parola sulla libertà e indipendenza della Chiesa, che
riportano, come tutti gli altri, cronache poco edificanti, che lodano libri da condannarsi
e inneggiano ad uomini, che hanno recato tanto danno alla Religione: giornali che
non si possono né sostenere né raccomandare, perché sono più
micidiali di quelli apertamente pessimi, e infiltrano nelle menti specialmente del
Clero il veleno del modernismo.
Parli chiaro, caro Mgre, e il Signore La benedica; come La benedice di cuore il Suo
obblmo affezmo
Li 15 maggio 1911.
Pius Pp.X.
A Mgr Alfonso Archi
Vescovo di Como
Lettera apostolica Ista
quanti sit, all'episcopato Lombardo, 10 luglio 1911. - «Acta
Apost. Sedis» 1911, p. 475 s.
Nella conferenza annuale dell'Episcopato Lombardo tenuta a Rho nel maggio del 1911,
si doveva trattare (vedi numero precedente) e si trattò di fatto anche della
questione allora scottante del giornalismo cattolico. I Vescovi diressero una lettera
collettiva al S. Padre, il quale rispose con questa lettera apostolica, che fu pubblicata
negli Acta Apostolicae Sedis e divenne uno dei documenti pontifici, cui si
riferiranno in seguito tutti coloro che toccano la questione del giornalismo. Naturalmente
vengono riprovati anche qui e pubblicamente i giornali detti di penetrazione.
Il Card. Ferrari ne fece una traduzione italiana per pubblicarla in una lettera pastorale
e la inviò al Card. De Lai per averne il bene stare (lettera del 18 luglio
1911).
Diamo qui questa traduzione italiana, quale si trova in bozze nell'incartamento della
S. C. Concistoriale, Milano, Del modernismo, che fu approvata
dalla S. Congregazione Concistoriale, con lettera del 22 luglio, ex audientia
Ssmi del 21 luglio 1911 (S. Congr. Concistoriale l. c.).
Al Diletto Figlio Nostro
Andrea di S. R. Chiesa Prete Cardinale Ferrari
Arcivescovo di Milano
ed ai Ven. Fratelli Vescovi della Prov. Eccl. Milanese
PIO PP. X
Diletto Figlio Nostro e Venerabili Fratelli
Salute ed Apostolica Benedizione
Quanto da Noi si apprezzi cotesta devozione a Nostro riguardo, della quale Ci deste
testimonianza nella vostra lettera collettiva, non v'è bisogno di dirlo. Imperocché
voi non ignorate che alla gravissima tristezza che Ci opprime per quei mali, onde
con dolore ricordate essere afflitto il cattolicismo, nessun maggior sollievo può
trovarsi che nella Unione dei Fratelli e dei Figli; giacché nulla più
giova alla tutela della Chiesa che la concorde colleganza. Riguardo poi al governo
delle vostre diocesi, pel cui vantaggio conveniste a Rho, secondo il solito, con
vero piacere abbiamo appreso che i vostri pensieri dirigeste precipuamente là,
donde in questi giorni provengono alla Chiesa così gravi mali. Voi comprendete,
Diletto Figlio e Venerabili Fratelli, come le Nostre parole alludono allo scorretto
procedere di quei cattolici, i quali, sedotti da una vana speranza, vorrebbero che
i cattolici s'adagiassero in una certa inerzia, dimenticandosi o almeno non curandosi
abbastanza dei sacro-santi diritti della Religione e della Sede Apostolica. Troppo
danno recherebbero costoro alla vita cattolica, se non resistesse loro con sollecitudine
l'azione dei Vescovi. A favorire la quale azione, quanto possano concorrere i giornali
e le altre simili pubblicazioni, nonché le associazioni ben costituite dei
cattolici, è cosa tanto palmare che non occorre rammentare. E assai giustamente
voi avete stabilito di dover usare della loro cooperaziOne sia per istruire e consigliare
opportunamente i fedeli, sia per eccitare in essi propositi salutari. Ma mentre approviamo
ciò, vi avvertiamo insieme a vigilare attentamente che coloro i quali si prestano
talora a scrivere tali pubblicazioni, nel difendere e far conoscere la dottrina cattolica,
non solo non deviino mai dal magistero della Chiesa, ma siano anzi scrupolosi nel
seguire in ogni cosa la direzione della Sede Apostolica.
Imperocché di questo ognun di voi deve essere ben convinto, che certi giornali,
i quali hanno il costume di far credere ai cattolici che non sono da subirsi di mal
animo i danni recati alla religione da coloro che nell'ordine pubblico rovinarono
i beni della Chiesa e ne diminuirono la libertà; ovvero non si curano dell'iniqua
condizione in cui trovasi la Sede Apostolica, e non pensano alle condizioni anche
peggiori che i nemici apprestano alla medesima; o si occupano largamente a celebrare
l'ingegno e l'ortodossia di autori, i cui scritti, se ben si considerano, si trovano
pieni di inesattezze e di funestissimi errori; e i quali finalmente, pel titolo di
cattolico onde sono fregiati, più facilmente penetrano nelle case, sono nelle
mani di tutti, e da chicchessia, non eccettuati gli ecclesiastici, facilmente si
leggono; tanto guasto di giudizio e di disciplina producono tra i cattolici, quanto
nemmeno ne recano gli stessi giornali apertamente infesti alla Chiesa. Riguardo poi
alle cattoliche associazioni, che desideriamo si moltiplichino e fioriscano in ogni
diocesi, è parimenti da procurarsi con somma diligenza che si conservino perfettamente
osservanti della disciplina; e pei singoli membri di esse che liberamente manifestino
e difendano la fede cattolica sia in casa che fuori.
Le quali cose tutte perché felicemente avvengano, auspice dei doni celesti
e insieme testimone della Nostra Benevolenza, concediamo nel Signore, con tutto il
cuore la Benedizione Apostolica a voi tutti, Diletto Figlio Nostro e Venerabili Fratelli,
al Clero e al Popolo affidati ad ognuno di Voi.
Dato a Roma presso S. Pietro il primo luglio MCMXI, anno ottavo del Nostro Pontificato.
PIUS PP. X
Lettera del Card. Merry
del Val al sac. Boccardo, direttore della «Liguria del Popolo»,
30 giugno 1912. - Copia nell'incartamento S. Congr. Concistoriale,
Modernismo.
La Liguria dei Popolo, di Genova, uno dei quotidiani considerati come
integralisti, pubblicava nel numero del 24-26 giugno 1912 un articolo offensivo per
la diocesi e il clero milanese e il Card. Ferrari giustamente se ne doleva in una
lettera al Card. Segretario di del 27 di detto mese.
In seguito a ciò il Card. Segretario di Stato scriveva la seguente lettera
al Direttore di quel giornale, Don Boccardo, inviandone copia, per conoscenza, al
Card. De Lai. L'incidente è riprovato S. Padre che desidera vi sia posto rimedio.
Si vede qui la solita linea del Servo di Dio di riprovare gli eccessi.
Riservata - Personale
No. 58230 Vaticano, 30 giugno 1912.
Reverendo Don Boccardo,
La Liguria dei popolo, del 24-26, pubblicava un articolo gravemente
offensivo per la Diocesi e per il Clero milanese.
Tale pubblicazione è stata riprovata dal Santo Padre, avendo una portata tutt'altro
che serena, e con apprezzamenti oltrecché aspri nella forma ed esagerati nella
sostanza, lesivi, in modo evidente, della onorabilità degli interessati.
Il Santo Padre, che a V. S. ed alla Liguria del popolo ha dato tante e così
espréssive prove di benevolenza e di efficace appoggio, le fa conoscere, per
mio mezzo, il Suo rincrescimento per tale incidente, ricordandole che si può
ben difendere la buona causa, senza ricorrere a tali mezzi, né giungere a
questi estremi, e desidera che V. S., nel modo che potrà, procuri di porvi
rimedio.
Con sensi di distinta stima passo a raffermarmi
Della S. V.
Affmo per servirla
Card. Merry del Val
Rev. Giovanni Boccardo,
Direttore della Liguria del popolo
Riservata - Personale
Genova
Lettera di Pio X al
Prevosto di Casalpusterlengo (Arcidiocesi di Milano), 20 ottobre 1912. ñ Dal
volume di guglielmo quadrotta, Il Papa, l'Italia e la guerra, Milano 1915,
pp. 17-18, nota 7.
Fra le molte lettere nelle quali Pio X manifestò il suo modo di vedere intorno
ai giornali cattolici detti di penetrazione, ve n'è una, forse la più
importante, che purtroppo manca, per quanto io sappia, nei Processi e non l'abbiamo
trovata nella collezione degli scritti, ma che è conosciuta, perché
pubblicata fin dal 1915 e citata da vari storici: cf. per esempio J. SCHMIDLIN,
Papstgeschichte der neuesten Zeit, vol. II (Monaco 1936), p. 70.
Il Papa risponde al Prevosto di Casalpusterlengo, Don Cicero, ribattendo alcune voci
che si facevano allora circolare e mettendo soprattutto in chiaro il suo punto di
vista intorno ai giornali cosiddetti del «Trust».
Leggendo questa lettera si comprende facilmente come e perciò un mese e mezzo
dopo venisse pubblicata ufficialmente la famosa Avvertenza del 2 dicembre
1912 (vedi n. 6).
Revmo Sig. Prevosto,
Rispondo di mio pugno alla sua lettera del 15 corr. per autorizzarla a dichiarare:
1) Che il Papa a tutt'oggi gode, la Dio mercè, buona salute, che gli permette,
come negli anni passati, di dare ogni giorno più di tre ore di udienze e di
consacrare almeno altre tre ore per la spedizione degli affari delle Sacre Congregazioni
e della Segreteria particolare;
2) che nel governo della Chiesa è amorosamente aiutato da molti Eminentissimi
Cardinali, ma che nessuno di questi si arroga di fare in di lui nome alcuna cosa
che non sia in precedenza da lui ordinata e di pieno accordo stabilita;
3) che quanti vanno propalando che sono tre Cardinali che comandano, sono di quegli
esseri inqualificabili che non mancano mai nella Chiesa, i quali per sottrarsi all'ossequio
doveroso, vogliono farsi la coscienza di non essere obbligati perché non è
il Papa che comanda. E per questi basta.
Quanto poi ai giornali, se ella predica contro i cattivi e diffonde per quanto può
i buoni, dissuadendo l'associazione e la lettura di quelli così detti
del Trust, compie il suo dovere di buon parroco e fa non solo
quello che vuole il Papa, ma ciò che esige il buon senso cattolico.
Come infatti si possono approvare certi giornali che colla etichetta nascosta
di Cattolici, perché qualche volta riferiscono i ricevimenti pontifici o le
note vaticane, non solo non dicono mai una parola sulla libertà e indipendenza
della Chiesa, ma fingono di non accorgersi della guerra continua che le
vien fatta?
Giornali, che non solo non combattono gli errori che avvolgono la società,
ma portano il loro contributo alla confusione delle idee e massime divergenti
dalla ortodossia, che prodigano incensi agli idoli del giorno, lodano
libri, imprese ed uomini nefasti alla religione?
Compatiamo generosamente anche (se in buona fede) quei poveri illusi, che credono
di impedire la lettura dei giornali cattivi, sostituendoli con questi così
detti tolleranti di mezza tinta e incolori, che mentre non convertono uno solo dei
nostri avversari (che per la sola apparenza di cattolici li hanno in dispetto) apportano
il massimo dei danni ai buoni, che cercano la luce e trovano le tenebre, abbisognando
d'alimento succhiano il veleno, e anziché la verità e la forza per
mantenersi fermi nella fede, trovano gli argomènti per diventare in cosa di
tanta importanza, noncuranti, apatici e indifferenti.
Oh quanto danno alla Chiesa e alle anime per questi giornali!
E quanta responsabilità specialmente in quelli del clero che li diffondono,
e incoraggiano, li raccomandano!
La verità non vuole orpelli, la nostra bandiera deve essere spiegata:
e colla lealtà soltanto e colla franchezza potremo fare qualche cosa di
bene, combattuti sì dai nostri avversari, ma da loro rispettati, in guisa
da conquistare la loro ammirazione e un po' alla volta il loro ritorno al bene.
Questi i miei sentimenti, ch'ella potrà, all'occasione, far conoscere a tutti
che ne avessero bisogno, assicurandoli che così la pensa il Papa, che le imparte
di cuore l'apostolica benedizione.
Dal Vaticano, il 20 ottobre 1912.
Pius Pp. X.
L'«Avvertenza»,
fatta pubblicamente dalla Santa Sede a proposito dei giornali detti di penetrazione,
2 dic. 1912. - «Acta Apostolicae Sedis» 1912, p. 695.
Dopo tutti gli atti precedenti non fa meraviglia che si giungesse finalmente ad una
dichiarazione pubblica ed ufficiale sui pensiero della S. Sede intorno ai giornali
detti di penetrazione, e in primo luogo sui giornali del «Trust» romano,
ciò che fu fatto con la famosa Avvertenza, pubblicata nel L'Osservatore
Romano e subito nel fascicolo degli Acta Apostolicae Sedis, del
2 dicembre 1912.
Fu naturalmente un colpo per la Società Editrice Romana, i cui dirigenti furono
convocati d'urgenza. Fecero essi subito una dichiarazione nella quale si prometteva
di adoprarsi per togliere l'equivoco e dare soddisfazione. La forma però della
dichiarazione non corrispondeva a ciò che si desiderava, come dichiarava L'Osservatore
Romano dell'8 dicembre; ma l'indomani il Corriere d'Italia, il
primo giornale del «Trust», riprendeva la questione e concludeva
coi proposito di voler corrispondere «pienamente coi fatti» alle direttive
della S. Sede.
A provare la giustezza del provvedimento preso dal Servo di Dio basta osservare che
nessuno poté mai smentire gli appunti da lui fatti a proposito di quei giornali
nella sopra riferita lettera all'Episcopato Lombardo del 1° luglio 1912, e che
molti desideravano una dichiarazione chiarificatrice. Pio X riconosceva nella stessa
Avvertenza le buone «intenzioni di alcune egregie persone che li dirigono
e li aiutano» quei giornali, ma non poteva approvare certi slittamenti sul
terreno dottrinale e nell'indirizzo disciplinare che egli si proponeva di tutelare
ad ogni costo.
AVVERTENZA
A togliere l'equivoco che certi giornali vanno creando in mezzo al clero ed ai fedeli, si dichiara che la Santa Sede non riconosce per conformi alle direttive pontificie ed alle norme della lettera di Sua Santità all'Episcopato Lombardo, in data 1° luglio 1911, i giornali seguenti: L'Avvenire d'Italia, Il Momento, Il Corriere d'Italia, Il Corriere di Sicilia, L'Italia, ed altri dello stesso genere, checché ne sia delle intenzioni di alcune egregie persone che li dirigono ed aiutano.
Lettera di Mons. Giacomo
Della Chiesa, Arcivescovo di Bologna, al Card. De Lai, 5 dic. 1912.
- S. Congr. Concistoriale, Milano. Controversia modernismo.
Connessa con la pubblicazione dell'Avvertenza, or ora riportata, è
questa lettera di Mons. Giacomo Della Chiesa, poi Cardinale e Papa, il cui originale
si trova in altro incartamento della Concistoriale, intitolato Milano, e che
crediamo bene di riprodurre qui a chiusura di questo paragrafo. Da esso si vede che
il Card. De Lai, in data 27 nov. 1912, aveva cortesemente preavvisato Mons.
Giacomo della Chiesa della prossima sconfessione dei giornali del «Trust»,
fra i quali vi era anche l'Avvenire d'Italia, che si stampava a Bologna.
Ed è interessante sentire che il futuro Benedetto XV era favorevole a quella
misura. Egli è contento di vedere «che la Santa Sede era risoluta di
impedire gli equivoci»; e aggiunge che «l'avvenuta pubblicazione negli
Acta Apostolicae Sedis è stata opportunissima per aprire gli occhi».
Ma Mons. Della Chiesa esprime in questa lettera anche un suo modo di vedere, condiviso
allora forse da molti, a proposito delle critiche che l'Unità e la
Riscossa facevano spesso (il libri o altre pubblicazioni; critiche alle quali
seguiva non di rado la condanna dell'Indice. Egli avrebbe voluto che i redattori
di questi giornali informassero privatamente la S. Sede, che questa esaminasse ed
eventualmente condannasse, e che solo allora anche i giornali potessero fare delle
critiche, illustrando la condanna. Teoricamente questa via può sembrare la
migliore, ma in pratica la cosa non è così semplice. Anzitutto non
tutti i libri criticabili, meritano senz'altro una condanna all'Indice! In secondo
luogo, forse l'Unità e altre pubblicazioni integraliste esagerarono
nella critica, come succede sempre in periodi acuti, quali furono appunto questi
della lotta antimodernistica; ma di per sé si è sempre usato e si usa
tuttora, senza che nessuno avverta qualche inconveniente, che la stampa corrente
dia subito notizia delle varie pubblicazioni, lodando e criticando, secondo il caso.
Le riviste scientifiche, nel campo teologico e filosofico, sono ancora oggi piene
di recensioni e non è raro il caso che qualche libro, già criticato
da avveduti recensori, venga poi messo all'Indice, senza che nessuno trovi da ridire.
Del resto prendiamo l'occasione per inserire qui una deposizione processuale che
non si trova nel Summarium e che mi è stata segnalata recentemente
dall'Avvocato della Causa, Comm. Ferrata.
Benedetto XV, parlando con l'abate di Subiaco Don Mauro Serafini, avrebbe detto che
quando era in Segreteria di Stato e anche dopo, da Arcivescovo di Bologna, non condivideva
in tutto il pensiero di Pio X nella lotta contro il modernismo; ma che sedutosi sulla
stessa sedia di Pio X aveva cambiato opinione.
Non vogliamo dire che se l'episodio è vero - e qualcosa di vero ci deve essere
- debba riferirsi anche all'argomento della lettera di Mons. Della Chiesa, qui riprodotta;
ma vogliamo dir solo che certi modi di vedere cambiano a seconda della responsabilità
e del punto di osservazione, che quanto più è in alto, tanto più
è largo ed equilibrato.
Questa deposizione è di Mons. Emilio Hoenning O'Carroll, Canonico della Patriarcale
di Venezia e Direttore Spirituale del Séminario Patriarcale e si trova nel
Proc. Ord. Veneto, fol. 1546-1547.
«Specialmente la sua politica con la Francia ed i suoi provvedimenti contro
il Modernismo venivano tacciati di poco accorti e di esagerati ... Essendosi
recato presso il Pontefice Benedetto XV l'abate Mauro Serafini, Benedetto XV gli
ebbe a dire: - Ora che siedo su questa sedia, vedo bene quanta ragione abbia avuto
Pio X. Quando ero Sostituto alla Segreteria di Stato ed anche come Arcivescovo di
Bologna non in tutto condividevo il pensiero di Pio X, ma adesso devo riconoscere
quanta ragione abbia avuto. - Tale aneddoto l'ho appreso da Mons. Pescini.
«Con i nemici della fede (Modernisti) era portato piuttosto ad indulgenza,
quando ciò non poteva recare danno, perché in questo caso era fortissimo
... Interrogato da me perché si lasciasse il Murri senza un provvedimento,
Egli mi rispose: Il Papa non fa martiri».
Ed ecco finalmente la lettera di Mons. Della Chiesa sopra annunziata.
Arcivescovato di Bologna
5 dicembre 1912
Eminenza Revma,
La comunicazione fattami dalla Eminenza Vostra Revma con la sua riservata e confidenziale
del 27 p.p. mi è riuscita graditissima, perché mi ha fatto comprendere
che la Santa Sede era risoluta di impedire gli equivoci. L'avvenuta pubblicazione
negli Acta Apostolicae Sedis è stata poi opportunissima per aprire
gli occhi. Io non ho avuto occasione di parlarne che col canonico Baviera, al quale
ho detto chiaramente che L'Avvenire dovrebbe divenire ora ciò che non
è stato in passato, cioè conforme alle direttive Pontificie: so che
oggi si dev'essere adunato a Roma il Consiglio della Società editrice Romana
per determinare il quid agendum; ma Vostra Eminenza ne sarà
informata prima e meglio di me. Unicamente, siccome mi ha recato meraviglia che io
abbia potuto essere tacciato di eccessivo favore al giornale L'Avvenire,
mi permetto acchiuderle copia di una lettera da me scritta al Direttore-amministrativo
di detto giornale, dalla quale si rileva che con forma garbata non mancai di dirgli
che non ero soddisfatto dell'indirizzo del periodico: unisco pure copia della risposta
per far vedere che non erano mancate le promesse di far meglio A Bologna nessuno
ignora che io non ho simpatie per L'Avvenire; interpretarono in questo
senso persino la pubblicazione del Bollettino diocesano da me fondato! Certamente
io non posso, per ragioni di prudenza, far propaganda per L'Unità Cattolica;
il niun frutto che ne avrei mi farebbe perdere molto prestigio. Senza dire, che
anche personalmente io non approvo i sistemi de L'Unità, e qui
mi permetta di aggiungere che presso i Vescovi e i sacerdoti migliori fa cattiva
impressione che le condanne della Santa Sede vengano dopo le critiche e le
censure de L'Unità Cattolica.
Io confesso che farei il Direttore de L'Unità, e forse anche
quello della Riscossa, «Consultori generali della S. C. dell'Indice»,
li autorizzerei a comunicare privatamente alla Santa Sede le osservazioni
che credessero di fare a' libri ed opuscoli resi di pubblica ragione, affinché
la S. C. dell'Indice potesse fondare su quelle osservazioni il suo esame ed anche
i suoi decreti; ma la precedenza de L'Unità nel pubblicare critiche
e condanne di libri ed opuscoli è tutta a danno della Santa Sede, perché
molti dicono «la posteriora condanna della S. C. dell'Indice un frutto della
precedente condanna fatta da L' Unità». L'autorità ecclesiastica
ci perde, perché molti dicono: «Se L' Unità non parlava,
la Santa Sede taceva!»
Io vorrei invece che la Santa Sede fosse prima a parlare, valendosi anche
delle osservazioni segrete ricevute dai «Consultori generali»,
e poi seguissero le Unità e le Riscosse ad illustrare
e giustificare la condanna fatta dalla Santa Sede. Ma io forse entro dove
non devo: l'ho fatto perché nella lettera da V. E. comunicatami, l'Emo Segretario
di Stato esprime rincrescimento che io non abbia prima sollevato qualche velo.
Inchinato al bacio della sacra porpora, ho l'onore di rassegnarmi con profondo ossequio
dell'Eminenza Vostra Revma
Umo devmo obbmo servo
Giacomo, Arcivescovo di Bologna.
A Sua Em. Revma
il Signor Cardinale De Lai
Segretario della S. C. Concistoriale